closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Poltergeist

Overdose seriale

[articolo uscito sul manifesto cartaceo]

mm_02-mike-molly-white_0247b_1

Sono 296 le serie che in questo momento vengono trasmesse ogni settimana dai canali statunitensi e questo dato si traduce in una media di circa 220 ore alla settimana di visione, un ritmo che non è solo fisicamente impossibile da sostenere, anche per un dipendente seriale, ma a cui è soprattutto matematicamente impossibile tenere dietro perché questi telefilm vengono trasmessi durante la stessa fascia oraria serale del prime time, facendosi concorrenza a vicenda. Fino a una ventina di anni fa, il numero delle serie era meno di un quarto di quello odierno, e questo anche perché molti canali che oggi trasmettono serie, o non lo facevano o non esistevano affatto (oltre ai binge-channels come Netflix e Amazon, penso anche a canali come il pluridecorato AMC, che prima trasmetteva solo documentari sul cinema o film classici e che poi ha creato serie di qualità come Mad Men). L’esperienza del telespettatore era quella di chi la sera aveva la scelta tra cinque o sei possibilità al massimo. Ma la vita negli anni Novanta era molto diversa: internet era ancora un fenomeno a cui avevano accesso relativamente poche persone e che per di più non assorbiva tutta la giornata, come accade oggi grazie alla sua presenza sui cellulari. Negli anni Novanta era ancora difficile trovare film o un telefilm da vedere online e la televisione signoreggiava come metodo d’intrattenimento principe.

Oggi, un’altissima percentuale di telespettatori segue le serie online, ed è una fetta della popolazione che si è andata allargando in proporzione all’espansione del fenomeno che ha non solo aumentato il numero delle serie in circolazione ma ne ha sensibilmente aumentato anche la qualità. Oggi è improponibile una serie che aveva spopolato alla fine degli anni Ottanta come Miami Vice, e infatti ogni volta che esce un telefilm con quella stessa pigrizia e prevedibilità narrativa, con quello scollamento dai fatti reali e quel narcisismo quasi ridicolo delle star che la interpretano, questo viene prontamente cancellato dai network perché il pubblico lo ignora. Il remake di Miami Vice è stato dunque un flop, come lo sono stati altri remake di telefilm che avevano avuto successo trent’anni fa (uno fra tutti: Full House – Gli amici di papà). Il pubblico è oggi più sveglio, più colto, più esigente e spende il suo tempo con maggiore attenzione: non guarda qualsiasi cosa passi in televisione; piuttosto va a cercare la serie di cui ha sentito parlare e che può anche essere trasmessa da un canale minore e nascosto tra le pieghe del tentacolare sistema via cavo americano o che può vedere solo via internet, per poi leggerne e scriverne su forum e siti, comporre fan fiction e cercare su google immagini e video dedicati a quella serie. Ma sopra a ogni altra cosa, quello che caratterizza lo spettatore odierno delle serie è l’abbuffata. Il termine di recente conio, “binge-watching”, indica proprio questa tendenza a guardare tutte insieme numerose puntate della stessa serie, senza alzarsi dalla sedia: un’overdose di visione promossa anche dai nuovissimi canali di ultima generazione, Netflix e Amazon. Come fossero film a puntate, un fenomeno ben diverso dalle mini-serie come Show Me a Hero, questi network trasmettono spesso un’intera serie in un giorno solo, e anzi la trasmettono online tutta insieme (un esempio tra i più popolari è la serie con Kevin Spacey House of Cards).

È un fenomeno che sembra opporsi a qualsiasi intuizione di come dovrebbe funzionare il processo di domanda e offerta, e cioè un processo regolato dalla sottrazione della disponibilità di un prodotto perché questo diventi prezioso (le attese per l’uscita di libri come quelli della saga di Harry Potter e per i film della saga Star Wars vanno in questa direzione) e tuttavia funziona, mentre ha smesso di funzionare la tecnica opposta: per fare spazio al gran numero di serie in produzione, infatti, alcuni network hanno adottato la tecnica dello “iato”, una pausa, cioè, a metà stagione, che può durare anche qualche mese tra un episodio e l’altro. Questo eccesso di straniamento indebolisce l’attesa per le puntate, invece di aumentarla, condannando la serie a una prematura fine. Sono in molti a credere che sia l’eccessivo numero di serie in giro ad aver creato un fenomeno di contrazione e una frequente cancellazione di diverse serie, anche osannate dalla critica, a volte persino osannate dal pubblico. Tuttavia, è probabile che questo fenomeno dipenda dalla mutazione dello stomaco del telespettatore, ormai abituato alle abbuffate e che non riesce a saziarsi quando si trova di fronte a un episodio isolato, uno tra tanti altri, anche buono, buonissimo, ma che lascia la pancia semivuota a brontolare. È, in altre parole, una sorta di obesità da super-visione a decretare la morte di diverse serie che ancora oggi si presentano alla vecchia maniera, una puntata alla volta, una puntata ogni tanto.

Chi non si è adattato alla programmazione fiume è dovuto soccombere all’ingordigia del nuovo spettatore. Le accolite di fan appassionati, per fare un esempio, alla serie Il trono di spade hanno a disposizione tutta una serie nel giro di poche settimane (un paio di decenni fa le puntate non uscivano tutte le settimane, creando attesa nel pubblico) e possono discutere il resto dell’anno su dettagli della trama o su specifici personaggi. (soprattutto nei giorni chiave che all’epoca – e in parte anche oggi – erano il martedì e il giovedì per le serie lunghe un’ora e il mercoledì e il venerdì per le sit-com (il sabato è tipicamente giorno di riposo)

1. Da una parte, bisogna considerare che lo spettatore è diventato esigente, colto etce e quindi cadono certe serie di merda (non procedural).

2. Inoltre si è modificato il rapporto con le serie.

2.1 Binge watching che ha modificato le abitudini di fruizione dello spettatore che ha l’attenzione di un criceto e non sopporta lunghi iati.

2.2. Dall’altra il binge non ha a che vedere solo con la serie ma con gli extra.

Quindi lo spettatore vuole pateticamente diventare protagonista. forum, fan fiction. The end – In sostanza l’aumento della qualità, oltre che della quantità delle serie, ha profondamente modificato il modo stesso in cui le serie vengono scritte, poi guardate e vissute, così che il loro numero è in funzione di come sono fatte e di come è fatto il rapporto cn gli spettatori, oltre che di quante sono. I procedural, invece, vivono di singole micro-trame che si svolgono durante ogni puntata (la ricerca e la cattura di un assassino, il tentativo di sgominare una banda di spacciatori, e così via) e non hanno una forte trama B che attraversi l’intera serie. proprio perché lo spettatore, abituato a una sovraesposizione a fiumi di puntate, non ha più la pazienza e nemmeno l’attenzione necessaria per aspettare settimane e settimane.