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losangelista

Oscar Politically Correct

E’ forse giunto il momento di rivalutare il politically correct, questo effetto collaterale della cultura globale cosi’ lamentata da liberi pensatori, derisa e infamata come pusillanime ignavia burocratica. La correttezza politica e’ ormai sinonimo di galateo insincero, di linguaggio  adatto a bollettini ufficiali e editoriali cortesi, il lessico antisettico e ipocrita insomma della politica. Quest’anno la questione “PC” ha investito in pieno il rito Oscar che si e’ consumato domenica preceduto dalla polemica (di cui abbiamo scritto sull’Alias di sabato) sui connotati anagrafici dei 5675 membri votanti  dell’Academy. Questi sono risultati da un censimento del LA Times,  essere al 79% maschi e  al 94% bianchi; una manica di babbioni insomma dall’eta’ media di 62 anni  la cui torre d’avorio e’ irrimediabilmente rimossa dalla cultura pop che amerebbero plasmare.  Un dato abbastanza pesante soprattutto data la pallida storia degli oscar che in 83 edizioni hanno premiato un totale di  13 neri, 3 asiatici, 2 ispanici e una sola donna regista – roba insomma da circolo di golf in un industria che si fregia di essere politcamente illuminata. Paradossalemnte il  polverone e’ stato amplificato dalla presenza fra i candidati di The Help – un film sull’emancipazione delle domestiche nere nel sud segregato degli anni ’60; un film non ben digerito in ambienti afroamericani per essere un progetto “bianco” (autrice del romanzo adattato e regista) dalla narrativa edulcorata che raffigura gli albori del piu’ importante movimento di emancipazione del ventesimo secolo come l’hobby di una giovane rampolla liberal della buona societa’ sudista (white, s‘intende). Perfino il documentario vincitore, Undefeated ha suscitato qualche discussione  visto il soggetto (coach bianco che rigenera una squadra di football nera) – due anni fa una storia analoga in chiave apertamente destrorsa aveva fruttato l’oscar a  Sandra Bullock. Quella della riappropriazione delle proprie narrative in America quindi e’ una vecchia questione e delicata assai,  legata ai soprusi della fondazione nazionale e la mistificazione dei miti “fondativi”. Dai finti indiani dei vecchi western ai rapper bianchi a Speedy Gonzalez, la rappresentazione e autorappresentazione delle parti diventa una questione di egemonia culturale in cui particolari di apparente insignificanza finiscono regolarmente ingigantirsi sulle faglie razziali che covano appena sotto la superfice. Alla luce delle polemiche, non e’ stata forse casuale allora la scelta dell’Academy di aprire il programma con un discorso di  Morgan Freeman. Purtroppo per loro e’ seguito il solito sketch di Billy Crystal che stavolta pero’ aveva anche un siparietto del comico travestito da Sammy Davis Jr.  Ora, al di la del fatto che Sammy Davis, vecchio ratpacker di Sinatra convertito al giudaismo,  probabilmente aveva piu’ in comune con Crystal  che con molti neri, lo sketch ha immediatamente fatto alzare gli scudi sul “blackface” un tabu’ pressoche’ assoluto dai tempi dei “minstrel shows” gli avanspettacoli  con comici bianchi con faccia vistosmante dipinta di nero catrame dediti all’altrettanto vistosa derisone razziale (Spike Lee gli ha dedicato una delle sue polemiche piu’ aspre con Bamboozled) . Correttezza politica? Si, certo, ma la questione non e’ puramente accademica. Non dici “boy” a un nero perche’ sara’ pure gergo cool di ballate blues e rocker sudisti ma prima era pur sempre l’epiteto dispregiativo che sulle piantagioni era riservato agli schiavi. E’ la ragione per cui l’epiteto razzista “nigger” pur  riappropriato come strumento di “empowerment” linguistico e usato come interiezione nei rapporti quotidiani e nel Hip Hop e’ rigororsamente riservato all’uso interno. In questo contesto rivendicare la liberta’ assoluta di espressione in base alla mancanza di colpa individuale e’ solo ingenuo. E l’iconografiapubblica  si arricchisce inevitabilmente si significati nascosti: all’Oscar il meritato premio a Octavia Spencer come non protaginista in The Help ha amplificato un altro “meme” quello del primo oscar ad un afroamericano (l’attrice Hattie McDaniel) nel 1940 come tata di Via Col Vento  , traguardo si,  ma da allora diventata ancor piu’ simbolo dei neri premiati solo quando rivestono panni di fedeli subalterni. Tex amico buono degli indiani qui sarebbe un personaggio  problematicamente paternalista (che  poi come si vede il nobile Apache ci mette un attimo a finire su un manifesto leghista). La riappropriazione dell’identita’ e’ valore considerato ormai assoluto e lo dovra’ diventare presto anche in una prossima Europa multietnica dove immigrati e etnie produrranno la propria musica, film, video,  le proprie pollinazioni e racconteranno da se le proprie storie.  E’ vero, la correttezza politica ha un prezzo: e’ un peccato che Speedy Gonzalez e suoi fannulloni compadres messicani siano stati epurati dall’etere americano, sarebbe bello se cartoon network trasmettesse anche i cartoni WB popolati da negri con i labbroni e l’accento da bifolchi campagnoli che andavano forte fino all’intergrazione della US Army nella seonda guerra, ma e’ certo che nei barrios di San Antonio o nei ghetti di Detroit c’e’ chi la pensa diversamente. Il politically correct ha i suoi eccessi? Sicuro, si veda la recente edizione di Huckleberry Finn i cui i nigger correntemente usati dai personaggi sudisti sono stati sostituiti da slave.  Ma anche in quel caso e’ il giudizio dell “parte lesa” a contare. Cioe’ alcune parodie  sono state – e solo in seguito a lunghe e dure lotte sociali – escluse di comune accordo dal discorso collettivo  nel nome  della convivenza, piu’ noiosa forse ma piu’ civile. E’ la societa’ multietnica bellezza, dove  il contesto culturale richiede un patto sociale  che includa alcune regole di base per goffe che siano. Non per niente la correttezza, come naturalmente la stessa multiculturalita’,  siano diventate le bestie nere delle destre xenofobe, omofobe e razziste – il Tea Party rivendicano, come  i celoduristi nostrani, il permesso di battuta da osteria spacciandola per illuminata espressione di liberta’ e schietta simpatia. La realta’ invece e’ che nel contesto moderno il presunto diritto alla battuta fra amici equivale a imposizione unilaterale e esige l’implicita conformazione alla maggioranza. Un galateo istituzionale sara’ inevitabile male della modernita’ ma e’ soprattutto necessita’ nei rapporti civili – almeno fin quando le differenze non avessero davvero piu’ alcun peso.