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L'urto del pensiero

Orlando, Mein Kampf (e Isis) siamo anche noi!

Il "Mein Kampf" ("La mia battaglia"), libro/manifesto di Adolf Hitler

Il “Mein Kampf” (“La mia battaglia”), libro/manifesto di Adolf Hitler

di PAOLO ERCOLANI

 

 Il più forte non ama guardarsi allo specchio.

In particolar modo colui che esercita una prevaricazione su un soggetto più debole, preferisce ricevere un immagine di sé attraverso quest’ultimo. Ossia attraverso un’immagine deformata di sé che, mettendo in evidenza l’inadeguatezza, l’inferiorità e la barbarie del più debole, spieghi e giustifichi quell’atto di assoggettamento.

Che sia per cattiva coscienza, oppure per mascherare gli elementi oggettivi del proprio dominio, colui che domina nella storia non ama che si possa scorgere nitida l’immagine del proprio dominio.

Le catene e i fiori

Questo dominio, piuttosto, deve essere abbellito, mistificato e persino giustificato attraverso un’alta motivazione morale: il più debole è il «male», il cattivo, o tutt’al più quello bisognoso di tutela, di una guida superiore, di un supremo educatore che gli insegni (e gli imponga) i veri valori dell’umanità.

Pochi altri hanno denunciato le multiformi peculiarità di questo «universalismo imperialista» con la forza di Nietzsche, che in un frammento postumo così si esprimeva: «Cristianesimo, rivoluzione, abolizione della schiavitù, parità di diritti, filantropia, amore della pace, giustizia, verità, tutte queste grandi parole hanno valore solo nella lotta, come stendardi; non come realtà, ma come abbaglianti parole d’ordine in funzione di qualcosa del tutto diverso (anzi opposto!)».

Il potere, parafrasando una celebre frase di Rousseau, impone le sue catene ma le abbellisce con i fiori dell’ideologia.

È all’interno di questo perimetro psicologico e concettuale che si dovrebbero leggere i tre fatti accaduti in questi giorni, che molto hanno acceso delle discussioni condite dal solito mix di ignoranza, ipocrisia e indignazione («Nessuno mente quanto l’indignato», affermava sempre Nietzsche in Al di là del bene e del male).

Negaziosismi

Primo fatto: il Parlamento italiano delibera che, seppure all’interno di comportamenti anche pratici volti alla propaganda e all’istigazione all’odio, negare la Shoa, ma anche i genocidi, i crimini di guerra e i delitti contro l’umanità costituisca un reato penale per il quale essere condannati da un minimo di due a un massimo di sei anni.

Ora, anche volendo sorvolare sulla profonda sciocchezza e sterilità del combattere un’idea o convinzione (per quanto aberrante) con il carcere; anche volendo sorvolare sull’empito liberticida insito nel voler punire penalmente un «reato di opinione», quello che non si può né si vuole dire è un fatto ben più sostanziale.

E cioè che se l’Occidente fosse disposto a specchiarsi attraverso uno specchio che riflettesse la propria immagine nitida, dovrebbe ammettere che siamo noi stessi ad aver fondato la nostra civiltà su un enorme «negazionismo»: quello per cui ci dimentichiamo di aver conquistato, schiavizzato e sfruttato brutalmente popolazioni intere in Australia, Asia e Africa. Colonialismo e imperialismo sono stati crimini contro l’umanità che nulla, nella loro tragicità, hanno da «invidiare» allo sterminio degli ebrei.

Ben dovrebbe saperlo anche la nostra Italia, che in questi giorni celebra l’80° anniversario della brutale invasione e conquista di Addis Abeba e dell’Etiopia, condotta da Mussolini e dai suoi eserciti (capitanati da Badoglio) a suon di armi chimiche e stupri di massa.

Appare così in tutta la sua paradossalità e ipocrisia l’immagine (quella vera) di un paese il cui parlamento dichiara che è reato penale un’«opinione», salvo che i governi di quello stesso paese (ormai da decenni) stanno mortificando la scuola, l’istruzione e in generale tutti ciò che è cultura, impedendo il formarsi di generazioni che siano in grado di costruirsela, un’opinione che vada oltre ciò che è imposto dal mainstream mediatico e dal potere politico.

Mein Kampf

Secondo fatto: scandalo, indignazione e vibranti proteste sono state suscitate da un noto quotidiano italiano (curiosità: fondato da Indro Montanelli, compianto giornalista che partecipò alla succitata campagna di Etiopia, macchiandosi lui stesso dello stupro di una tredicenne…), che decide di regalare in edicola il Mein Kampf. Fulmini e saette moralistiche piovono sul giornale, che mai erano piombate sul suo fondatore, grande giornalista ma bellicista e stupratore, oltre che fascista incallito (ai tempi).

Anche qui ha regnato sovrana l’ipocrisia. A parte il fatto che un libro è e deve essere sempre il benvenuto, anche se si tratta del famigerato testo in cui Adolf Hitler delineava la teoria e la prassi del nazionalsocialismo. Perché la conoscenza è sempre positiva, anche quando è conoscenza di teorie ideologiche e politiche ripugnanti e disumane.

Ma in questo caso la conoscenza di questo libro, dei suoi contenuti, sarebbe utile non soltanto nell’ottica della formazione di un comune sentire che non ricada mai più nell’abominio nazifascista. Ma anche per sapere che Adolf Hitler, in quel libro, per le sue idee più ripugnanti trasse ispirazione proprio dai due paesi guida (al tempo) dell’Occidente.

L’idea della razza e di uno stato razziale, l’idea di fondare un impero sullo sterminio degli ebrei, ma anche l’idea di estendere il potere di quell’impero su tutto il mondo vennero ad Hitler su ispirazione dell’impero americano e di quello inglese. L’America viene esaltata, in Mein Kampf, come il primo grande stato razziale della storia; Hitler si propone di trattare i russi e gli asiatici alla maniera di quello che gli americani hanno fatto coi neri e coi pellerossa. Inoltre, l’impero americano nell’emisfero occidentale e quello inglese nel nostro emisfero, imperi costruiti sul colonialismo più feroce, vengono presi a modello dal Fuhrer, che non a caso si proponeva in quel libro di costruire un dominio mondiale fondato sul potere di Germania, Stati Uniti e Inghilterra.

Il mio maestro, Domenico Losurdo, ha scritto pagine memorabili sul debito anche dell’ideologia nazista nei confronti di quella americana: a partire persino dalla terminologia, visto che la parola untermenschen (sottouomini), che un peso così ampio ha avuto nella persecuzione e sterminio degli ebrei (ma anche dei rom, degli omosessuali, dei disabili, delle donne etc.), era in realtà la traduzione di undermen, usata per la prima volta in territorio americano (dove anche si condussero i maggiori esperimenti di eugenetica, finanziati dal governo statunitense).

L’Isis contro i «nostri» froci

E qui arriviamo al terzo fatto di questi giorni. Il barbaro e tragico atto terroristico compiuto in America da parte di un sedicente militante dell’Isis. Anche qui: sdegno e costernazione al pensiero del solito terrorista islamico che osa colpire il pacifico e incolpevole Occidente. Ma silenzio pressoché assoluto sul fatto che sia stato colpito un circolo di gay, ossia quelle persone non soltanto mortificate e offese un giorno sì e l’altro pure dal candidato alla presidenza Donald Trump (e con lui da tutta un’America profonda evidentemente più numerosa di quanto si pensasse), ma discriminate, escluse da molti diritti e fatte oggetto di violenza verbale e non solo anche in buona parte degli altri paesi occidentali. A cominciare dal nostro, dove viene osannato da molte persone quel Vittorio Sgarbi che, per esempio in un recentissimo comizio a Trieste, non si fa scrupolo alcuno di esprimersi in termini di «culattoni di merda», «froci senza palle» e altre carinerie sul genere.

Insomma, è troppo comodo pretendere di rispecchiare la nostra purezza di occidentali solo attraverso l’immagine negativa che, di volta in volta, ci formiamo dei nostri avversari o di quello che etichettiamo come il «male».

Ma oltre a essere comodo, risulta sterile, e quindi inefficace nell’ottica di chi vorrebbe provare a superare quei contrasti tra le civiltà che oggi si rivelano mortali, accontentarci soltanto dell’immagine allo specchio che risulta dagli «altri».

Quando sarebbe ben ora che a guardare dritto in quello specchio fossimo anche noi.

Perché se non prendiamo consapevolezza della nostra vera identità, non impareremo mai a dialogare con le identità solo in apparenza così diverse dalla nostra.

  • opabinia

    Vorrei ricordare che quello che Ercolani chiama stupro da parte di Montanelli (e che ai nostri occhi tale è), fu in realtà il matrimonio di un militare italiano con la figlia di un dignitario locale. Fu, con buona pace dell’autore, più un adeguarsi alla cultura locale che un’imposizione dei nostri costumi: probabilmente nell’Etiopia dell’epoca il matrimonio di fanciulle appena adolescenti doveva essere evento tutt’altro che eccezionale.

  • gerardo Garzone

    Premesso che quella del Giornale mi sembra piuttosto un’operazione biecamente commerciale che altro, sono completamente d’accordo con le considerazioni fatte nel post. E’ sempre più facile e confortante allontanare da noi l’orrore che ci sovrasta e accollarlo agli “altri”: individui, nazioni, culture, insomma agli “stranieri” che ci sottraggono le nostre scarse risorse senza domandarci perché e per chi le risorse sono diventate scarse; ai “terroristi” che minacciano la nostra incolumità senza vedere il terrore procurato dalle nostre bombe. Ci consideriamo vittime, ci assolviamo e questo tranquillizza la nostra coscienza mentre invece dovremmo interrogarci in maniera auto-critica.

  • il compagno Sergio

    Condivido quanto scritto qui sotto da gerardo: l’operazione del Giornale è una bieca operazione commerciale e politica.
    Proprio per quanto Ercolani afferma, non capisco proprio per quale ragione ci si debba “rallegrare” o considerare ininfluente la diffusione di un’opera come il Mein Kampf, che comunque è stato sempre accessibile agli studiosi e a tutti quanti volessero affrontare l’opera in maniera critica (segnalo, nel caso in cui Ercolani non ne fosse al corrente, che alla mia epoca in diversi licei italiani, estratti del Mein Kampf erano letti e commentati dall’insegnante di storia).
    Insomma, e ancora una volta, ho una grande difficoltà a trovare un filo logico nei “ragionamenti” di Ercolani.
    Condivido in buona parte il suo approccio, ma non capisco affatto le conclusioni che egli ne tira.
    La presa di coscienza delle pesanti responsabilità del mondo occidentale non legittima affatto la turpe operazione di un quotidiano che si distingue da anni per il rigetto totale di un pensiero autocritico sul ruolo storico dell’Occidente.