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Ore 21.42, Berlusconi addio

Silvio Berlusconi si dimette. Si chiude un governo, un’era e forse anche un partito. Il Cavaliere chiede al Colle un salvacondotto per le sue tv e medita un sostegno «a tempo». Alla camera un addio triste e muto, tra fischi, clown, angoscia e tanta voglia di rivincita. Più che uno statista, uno sconfitto. Ultimo minuto di gloria dello Scilipoti show. Deputate affrante.

Silvio Berlusconi non c’è più. Alle 21.42 del 12 novembre 2011 le agenzie annunciano le sue dimissioni dalla presidenza del consiglio dopo il colloquio di rito al Quirinale. Si chiude un governo, un’era e, forse, anche un partito e un’alleanza. Pdl e Lega escono dalla «stanza dei bottoni» quasi senza condizioni, meditando vendette.

Fino a una settimana fa, Berlusconi negava la crisi e parlava di «ristoranti pieni». Oggi prova a tranquillizzare i fedelissimi assicurando che tanto a Mario Monti «la spina la possiamo staccare in qualunque momento».

Alle cinque della sera, quando entra in aula alla camera, Pdl e Lega gli tributano un lunghissimo applauso. Lui accenna un saluto, il viso tirato, rigido, senza un gesto di troppo. Tutti sanno che non si siederà più sui banchi del governo. E tanto l’addio del Cavaliere è composto – muto -, tanto è rumorosa la paura dei suoi fedelissimi. La gioia di migliaia di persone nelle piazze romane.

Per il premier è stata a un’intera giornata senza audio. Non una parola in pubblico, nessuna uscita fuori dalle righe. Obbedienza piena a quello che ha sempre chiamato «il teatrino della politica».

Non uno statista ma uno sconfitto.

La sua ultima giornata alla guida del governo finisce in farsa. A Montecitorio, prima del voto definitivo sulla legge di stabilità, la Lega attacca l’euro con tutta la foga dei tempi andati. Responsabili e sudisti bastonano Tremonti come farebbe un pasdaran dipietrista. E Cicchitto, paonazzo, si scaglia contro la faziosità del Pd: «Non siamo perdenti e non dobbiamo venire a chiedervi scusa, cadiamo per mano dei mercati non certo per la sinistra», urla rivolto al Pd. Tutto sembra meno un clima da unità nazionale. «Elezioni, elezioni, voto, voto» urlano dai banchi del Pdl. Ma la rissa verbale è svociata, obbligatoria e certamente malinconica. Il governo cade ma anche le opposizioni hanno poco da esultare.

Dopo le “star”, entrano i “clown”.

Tre deputati chiedono a Fini di intervenire a titolo personale. E’ il loro ultimo minuto di celebrità prima dell’avvento della «terza Repubblica».

Il pidiellino Mario Pepe elogia i ministri. E con una vocina inadatta alle giornate solenni grida: «Il vostro è l’ultimo governo democratico prima del golpe della Bce, non il coraggio ma la fortuna mancò». Poi è Scilipoti show. L’aula ormai rumoreggia e si sganascia dalle risa. Ogni sacralità è svanita. L’ex dipietrista farfuglia di golpe, accusa i colleghi di essere «mercenari e delinquenti», rivendica la scelta del 14 dicembre. Più che un sigillo al ventennio berlusconiano, è una pena che sa di contrappasso. Fini lo rimprovera, scampanella, poi, al termine dei due minuti obbligatori gli stacca il microfono.

C’è un limite a tutto.
E invece no. Mentre Berlusconi si alza e mezzo parlamento si mette in fila commosso per stringergli la mano un’ultima volta, si alza dai banchi Roberto Antonione, il più rappresentativo dei «giuda» usciti dal Pdl. Nessuno lo ascolta. Qualche decina di deputati del suo ex partito si ferma a insultarlo, urla.

Fini fatica a contenere gli animi. Ormai non importa a nessuno capire perché e percome Antonione ha deciso di non votare il rendiconto generale dello stato. Un deputato della destra, uscendo dall’aula, lo insulta e grida ai commessi: «Spegnete la luce».

Fuori, sulle panchine del cortile, due giovanissime deputate siedono affrante una accanto all’altra. Livide. Guardano il vuoto, a braccia conserte, come alla fine di una bella festa. La bionda pidiellina Annagrazia Calabria tenne a battesimo il Pdl vestita di bianco. E Maria Rosaria Rossi animò le serate del Cavaliere ad Arcore e Tor Crescenza.

Il direttore del Secolo d’Italia, Marcello De Angelis, attende lumi dall’alto per fare il titolo del giornale.

Ma la verità è che già all’ora di pranzo, attorno alla tavola di Palazzo Chigi, non era chiaro chi fosse veramente il premier in carica tra Monti e Berlusconi. Dal Professore nessun impegno su Gianni Letta vice, ministri o sottosegretari politici, salvacondotti evidenti sulla giustizia.

Alla fine delle due ore di colloquio tra il neosenatore a vita e il politico più longevo d’Occidente, l’unica promessa che Berlusconi riesce a strappare è una sorta di assicurazione sulla vita delle sue televisioni. Ciò che conta. Ciò che deve assolutamente ottenere. Il resto si vedrà.

Il gotha del Pdl si riunisce subito prima che Berlusconi salga al Colle. A Napolitano e Monti si chiederanno chiarezza su tempi e programma (la lettera della Bce, che non piace al Pd). Niente riforma elettorale né ricandidatura dei salvatori della patria, qualche poltrona di sottogoverno. Per adesso, è una resa senza condizioni. Un conflitto rimandato a quando le borse lo consentiranno. Un fuoco che cova sotto la cenere di un sistema di potere che per quasi vent’anni – al governo o all’opposizione – ha condizionato la politica italiana.

Il vento della storia soffia altrove. Non si risolve più nelle cene ad Arcore o nei decreti «prendere o lasciare» di Tremonti. A Berlusconi ancora in carica, complice il fuso orario, Barack Obama parla di cambiamenti «positivi» nei «nuovi governi greco e italiano». Oggi dalle 9 alle 17 Napolitano consulterà i partiti.

Già stasera Mario Monti sarà il presidente incaricato. Il re è morto. Viva il re.

dal manifesto del 13 novembre 2011