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Antiviolenza

Oggi al senato si gioca su bambini e bambine

Contro il ddl 957 sono presenti blog e gruppi di controinformazione sul web e su Fb

Oggi, in queste ore, la Commissione giustizia del Senato discute il ddl 957, un controverso disegno di legge che reintrodurrebbe il concetto di patria potestà cancellata dalla normativa sul diritto di famiglia del ’75, e introdurrebbe la Pas (Parental Alienation Syndrome) come norma di legge. Per esteso i due punti recitano: “Il figlio è soggetto alla potestà dei genitori sino all’età maggiore o alla emancipazione. La potestà è esercitata di comune accordo da entrambi i genitori. In caso di contrasto su questioni di particolare importanza ciascuno dei genitori può ricorrere senza formalità al giudice indicando i provvedimenti che ritiene più idonei. Se sussiste un incombente pericolo di grave pregiudizio per il figlio, il padre può adottare i provvedimenti urgenti ed indifferibili” – il padre ma non la madre (Art. 316, Esercizio della potestà dei genitori), mentre sulla Pas recita: “Il comprovato condizionamento della volontà del minore, in particolare se mirato al rifiuto dell’altro genitore attivando la sindrome di alienazione genitoriale, costituisce inadempienza grave, che può comportare l’esclusione dall’affidamento”. La Pas è una sindrome inventata dallo psichiatra Richard Gardner, figura poco ortodossa nel contesto scientifico, che che sostenne come “non vi fosse nulla di particolarmente sbagliato nella pedofilia, incestuosa o meno”, che “Uno dei passi che la società deve fare per fare i conti con l’attuale isteria è venirne fuori e assumere un atteggiamento più realistico verso il comportamento pedofilo” (in “ Sex Abuse Hysteria – Salem Witch Trials Revisited”, e che “La pedofilia è una pratica largamente diffusa e praticata tra letteralmente miliardi di persone”, e che intervistato su cosa avrebbe dovuto fare una madre se il suo bambino avesse lamentato di subire abusi sessuali da suo padre, Gardner replicò: “Cosa dovrebbe dire? Non dire queste cose di tuo padre. Se lo farai, ti picchierò” (dal blog “Bambini coraggiosi” di Roberta Lerici). Il concetto di sindrome di alienazione parentale, o genitoriale (PAS) è stato negli ultimi dieci anni sottoposto a rigorose verifiche scientifiche, sia di parte psichiatrica sia di parte giuridica e già nel 2002 la Prof.ssa Carol Bruch, docente di discipline giuridiche all’Università Davis della California, concluse che la PAS non ha né basi logiche né tantomento scientifiche: “La PAS come è stata sviluppata e descritta da Richard Gardner non ha né logica, né una base scientifica”; mentre l’APA (American Psychological Association) ha declinato di esprimersi sulla PAS, ma ha sollevato preoccupazioni sulla sua mancanza di dati di supporto e per come il termine viene usato. In Spagna lìAssociazione Neuropsichiatrica Spagnola (AEN) ha raccomandato ai suoi iscritti di non usarla in quanto “non ha alcun fondamento scientifico e presenta gravi rischi nella sua applicazione in tribunale”. In Italia, d’altro canto, viene già spesso usata nei tribunali soprattutto nel caso in cui uno dei due genitori viene accusato di violenza domestica, e serve per sollevare il sospetto che il genitore maltrattante sia in realtà messo in cattiva luce dal coniuge. E questo sia si tratti di un padre che di una madre abusante, anche se nella maggior parte dei casi sono le madri a essere vittime di violenza domestica. L’affido condiviso, giustamente applicato in Italia dal 2006, instaura una bigenitorialità sacrosanta ma nel momento in cui siano presenti violenze, maltrattamenti, abusi, sufficientemente documantati, può non essere applicato. Questo ddl e quindi la Pas, farebbe un salto ulteriore, dando comunque al padre, ma non alla madre, la possibilità di agire nel caso sussista “un incombente pericolo di grave pregiudizio per il figlio”, e veicola legalmente la Pas, che già adesso viene usata acriticamente nei tribunali, per rigettare segnalazioni di maltrattamenti domestici che già ora le donne stentano a far presente per paura di perdere i figli. In Italia e in Europa, come scrive l’avvocata Barabara Spinelli – dossier per l’Onu “Femicide and feminicide in Europe. Gender-motivated killings of women as a result of intimate partner violence” – il 70% dei femmicidi è legato a violenza domestica, mentre è ancora attuale la ricerca del progetto Daphne III, Spettatori e Vittime: i bambini e le bambine che assistono ad un atto di violenza, lo subiscono, (Save the Children e Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Regione Lazio), per cui delle 7 milioni di donne che tra i 16 e i 70 anni hanno subito una violenza fisica (18,8%), sessuale (23,7%), psicologica (33,7%) o stalking (18,8%), ce ne sono sono quasi 700mila che avevano figli al momento della violenza, con un totale di circa 400mila bambini che hanno assistito a violenze. Marcella Pirrone, avvocata del Coordinamento Internazionale dell’Associazione italiana “D.i.Re” (Donne in Rete contro la violenza) all’interno della Rete Europea dei Centri antiviolenza Wave (Women against Violence Europe), ha stimolato e messo a punto una ricerca, Joint Custody and Domestic Violencein Europe, con avvocate di altri 11 paesi europei (Svezia, Norvegia, Danimarca, Islanda, Austria, Serbia, Portogallo, Italia, Belgio, Armenia, Irlanda), coordinata dall’ufficio Wave, che ha un osservatorio di 4.000 centri antiviolenza in Europa. Pirrone dice che “Quando si parla di violenza assistita il sommerso è enorme e non solo in Italia. A questo si aggiunga che, oltre alla violenza fisica e sessuale, molti danni vengono provocati dalla violenza psicologica o economica, e a volte è vero un supplizio. I minori si abituano a convivere con questa situazione ed è come avere una giostra nel cervello. Già a 2 o 3 anni i bambini percepiscono esattamente quando sta per scoppiare una violenza in famiglia e si preparano: rifiutandosi di allontanarsi dalla madre, pretendendo di dormire con lei, oppure si nascondono sotto il letto, mentre se sono più grandi cercano di tutelare la madre, di non uscire di casa per paura che la violenza si scateni, e possono anche intromettersi direttamente per difenderla. Il problema più grande è nei tribunali – conclude Pirrone – dove si consumano delle vere e proprie tragedie perché a volte si impone il genitore violento anche se c’è un grave pregiudizio e anche se il minore esprime la volontà di non vederlo: in Portogallo c’è stato un caso in cui un padre, pur avendo una sentenza di condanna penale per abuso sessuale sul figlio, poteva vedere il minore perché il giudice sosteneva che fosse più importante la ricostruzione della figura paterna che non il rischio. Mentre in Italia una bambina abbandonata dal padre, sparito quando lei aveva due anni, è stata costretta ad andare un anno dallo psicologo per un percorso di preparazione perché dopo 9 anni il padre si era ricordato di lei, un padre che è riscomparso dopo pochi incontri minando la psiche della ragazzina”. Il gruppo di ricerca adesso sta lavorando anche con l’Australia dove l’affido condiviso c’è da 20 anni e perché, a differenza dell’Europa che applica la legge  da circa 10 anni, ha già sotto occhi gli effetti devastanti di una mancata regolamentazione e valutazione del rischio in caso di violenza. Un rischio che in Italia andrebbe ad aumentare non solo la violenza domestica (che è il 70-80% della violenza di genere globale) ma anche, e di conseguenza, il femminicidio.

Sulla incostituzionalità del ddl 957 e per un quadro internazionale, riportiamo quando scritto dall’avvocata Barbara Spinelli, Giuristi Democratici – Piattaforma “Lavori in corsa: 30 anni CEDAW”

Affido condiviso: il ddl 957 viola i diritti di donne e bambini, il Senato rispetti le Raccomandazioni ONU

Il giorno 5 giugno 2012 è prevista la ricalendarizzazione alla Commissione Giustizia del Senato, in sede referente, del disegno di legge 957 in materia di affido condiviso. Questo disegno di legge ha come scopo la modifica della legge n. 54/2006 in materia di affido condiviso. Sulla dubbia costituzionalità del testo e sulle enormi criticità delle disposizioni che vorrebbe introdurre, si sono già ampliamente espresse, anche in sede di audizione parlamentari, associazioni importanti come l’AIAF e l’OUA.
 A me in questa sede interessa evidenziare come già la legge 54/2006, allo stato dei fatti, si presenti come gravemente lesiva dei diritti fondamentali di donne e bambini, ed in particolare presenti profili di illegittimità costituzionale alla luce dell’art. 16 della Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione dei confronti della donna (CEDAW). In particolare, già nel Rapporto Ombra sull’implementazione della CEDAW in Italia redatto con la Piattaforma “30 anni CEDAW: Lavori in corsa”, abbiamo osservato come (e cito integralmente) “l’attuale disciplina sull’affido condiviso, non prevedendo esplicitamente che nei casi di maltrattamento, abuso dei mezzi di correzione, violenze sessuali, violenze fisiche, deve essere escluso l’affido condiviso, da un lato viola i diritti dei minori a una vita libera da ogni forma di violenza, dall’altro non tutela le donne vittime di violenza domestica ed anzi le espone ad un incremento del rischio di violenza da parte dell’ex coniuge a causa della gestione condivisa dei minori imposte dalla legge. In Italia non è ancora un dato acquisito dai tribunali, dai servizi sociali e dall’opinione pubblica il collegamento diretto tra la violenza subita dalle madri e le gravi conseguenze di tipo psicologico, fisico, sociale e cognitivo sui figli, nel breve e lungo termine. Anche il rifiuto del bambino di incontrare il padre maltrattante o abusante viene spesso interpretato dai giudici e dal servizio sociale come condizionamento psicologico del bambino ad opera della madre (PAS- Parental alienation syndrome). Il mancato riconoscimento del confine tra violenza di genere e conflittualità coniugale determina la stigmatizzazione della donna che denuncia la violenza subita su di sé o sui propri figli in sede di separazione, poiché ci si aspetta che la donna aderisca alla logica della composizione familiare. Qualsiasi tentativo da parte della donna di far emergere il vissuto di violenza che ha caratterizzato la vita coniugale viene interpretata dalle difese dei padri separati (nell’ambito dei procedimenti di affido) come una finzione inscenata dalla donna al fine a eludere la legge sull’affido condiviso, motivata dalla sindrome di alienazione parentale”. Il disegno di legge n. 957, andrebbe ad aggravare questo quadro già di per sé plumbeo.
 Sempre citando il Rapporto Ombra:
Padri e madri hanno entrambi e insieme un ruolo da svolgere verso i loro figli, e sarebbe veramente pericoloso, anche sul piano sociale, se mediante l’approvazione di tale disegno di legge si desse spazio a “guerre di parte” dei padri contro le madri, fondate su motivazioni che riguardano gli aspetti economici della separazione, e non le esigenze dei figli . Questo disegno di legge, promosso con forza dalle associazioni dei padri separati, se approvato,determinerebbe una condizione della donna separata di sudditanza nei confronti dell’ex coniuge, e della sua famiglia di origine. Infatti la donna per ottenere l’affido condiviso non solo dovrebbe conciliare i propri interessi con quelli dell’ex coniuge, ma anche con quelli dei nonni, ai quali con la nuova legge verrebbe riconosciuta la possibilità di agire in giudizio per affermare il proprio diritto di visita. Questo significa una ulteriore limitazione per la donna nella scelta del luogo dove radicare la propria vita e i propri interessi dopo la fine del matrimonio. Inoltre, per mantenere l’assegnazione della casa familiare in caso di affido condiviso, la donna dovrebbe rinunciare a radicare in quella casa una nuova convivenza more uxorio. E’ evidente che questo disegno di legge chiede alla donna, se vuole restare madre affidataria, di rinunciare a ricostruirsi una nuova vita affettiva. L’ex coniuge in questo modo, mediante il ricatto dell’affido condiviso, mantiene di fatto un controllo fortissimo sulla nuova vita della sua ex moglie. Questo controllo, oltre a essere eccessivamente limitativo della sfera di autodeterminazione della donna in condizioni di normalità, costituisce un vero e proprio fattore di rischio di rivittimizzazione per quei casi in cui la donna abbia denunciato l’ex coniuge per violenza e, nel caso lo stesso abbia ottenuto comunque l’affido condiviso, si trovi costretta al suo controllo. La proposta di legge, qualora approvata, obbligherebbe anche la donna che ha subito violenza ( e l’ha denunciata) a sedersi a un tavolo con il proprio aggressore e contrattare con lui le condizioni dell’affido, perché la mediazione sarebbe obbligatoria anche nei casi in cui la donna ha subito violenza. Oltre a non prevedere la violenza di genere come causa di esclusione dell’affidamento condiviso, il disegno di legge 957 chiede il riconoscimento della sindrome di alienazione genitoriale (PAS) come causa di esclusione dell’affidamento. Valutare l’affido dei bambini sulla base di una sindrome non riconosciuta nell’albo psichiatrico, portata avanti in America e ora anche in Italia dalle organizzazioni dei padri separati, significa privare i bambini della possibilità di difendersi nei casi di violenze subite dai padri. In pratica significa che in qualunque procedimento di affido, se il bambino rifiuta di vedere il padre e se viene denunciato un abuso, un atto di pedofilia o di molestia sessuale, il padre ricorrerà alla PAS per dire sempre e comunque che si tratta di “condizionamento della volontà del minore” da parte della madre. Con l’ulteriore grave conseguenza che, sulla base della diagnosi di una malattia che non esiste (in quanto non è inserita nel DSM), il giudice, senza poter valutare altri elementi ai sensi dell’art. art. 155 c.c., in violazione delle garanzie costituzionali ex art.111 Cost. , sarebbe costretto ad escludere la donna dalle decisione relativi ai figli e dal diritto di visita nei confronti dei figli”.
 In Italia dietro ad un numero significativo di separazioni e divorzi si nasconde l’addio di una donna ad una situazione di maltrattamenti, molto spesso violenze morali ed economiche che i figli hanno sistematicamente subito, assistendovi, che la donna, per una serie svariata di motivi, sceglie di non denunciare. Di questo pregresso, per quanto non denunciato, si dovrebbe però tenere conto in sede di affidamento dei minori. Spesso non è così. Anzi, in Italia accade ben di peggio. Accade che, anche davanti a ex coniugi condannati per reati gravi, quali maltrattamenti ed altre forme di violenza nelle relazioni di intimità, spesso agite nei confronti della partner, ma alle quali sistematicamente spesso hanno assistito anche i figli, assorbendo e subendo i danni di quel clima, i magistrati valutino questi soggetti maltrattanti genitori “adeguati”. E’ così che, anche davanti al netto rifiuto dei minori, questi vengono comunque obbligati per legge a continuare la convivenza anche con quel genitore del quale evidentemente hanno paura, e che spesso li userà come strumento per continuare indirettamente lo stalking e la violenza psicologica nei confronti della ex. Tutto questo perché la legge non prevede esplicitamente come causa di esclusione dell’affido condiviso neanche la condanna passata in giudicato di uno dei coniugi per reati che integrano violenza nelle relazioni di intimità (maltrattamenti, stalking ecc.). Tantomeno alla condanna definitiva per questi reati si associa ex legela sospensione o la decadenza dalla potestà genitoriale. Così però dovrebbe essere in un Paese civile, che davvero voglia fare qualcosa di costruttivo e di sensato per prevenire il femminicidio (in aumento quelli commessi nel momento in cui la donna decide di separarsi, spesso con i figli come vittime collaterali) e garantire in concreto il diritto di donne e bambini a una vita libera dalla violenza. A ricordare alle Istituzioni questa precisa obbligazione assunta attraverso la ratifica della CEDAW (nel lontano 1985) è proprio il Comitato CEDAW, che nella raccomandazione n. 50/2011 rivolta allo Stato italiano si è detto “preoccupato per la mancanza di studi sugli effetti di questo cambiamento legale, in particolare alla luce di ricerche comparative che indichino gli effetti negativi sui minori, specialmente sui bambini più piccoli, in caso di imposizione dell’affido condiviso”. Il Comitato inoltre ha espresso la propria preoccupazione “per il fatto che, nell’ambito dei procedimenti relativi all’affido condiviso, in caso di presunti episodi di abuso sui minori, possano essere prodotte consulenze basate sulla dubbia teoria della Sindrome da Alienazione Parentale”. Il Comitato CEDAW nell’Osservazione conclusiva n. 51/2011 ha chiesto all’Italia di “valutare le modifiche normative in materia di affido condiviso dei minori, attraverso studi scientifici, al fine di valutare gli effetti di lungo termine sulle donne e sui minori, tenendo in considerazione l’esperienza registrata negli altri Paesi su queste problematiche”. Peraltro l’Italia ha firmato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla Prevenzione e la Lotta alla Violenza nei confronti delle donne e sulla Violenza Domestica, che, quando verrà ratificata, imporrà alle Istituzioni italiane, ai sensi dell’art. 31, sia l’adozione di le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini, sia di garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza nei confronti delle donne e di violenza domestica. E allora noi società civile dobbiamo pretendere con fermezza che il Parlamento rispetti le Raccomandazioni ONU ed i principi e le linee guida sancite a livello internazionale circa la protezione di donne e minori in fase di separazione e divorzio. Due di questi sono imprescindibili: divieto assoluto di mediazione nelle ipotesi di violenza nelle relazioni di intimità, esclusione dall’affido del genitore condannato con sentenza passata in giudicato per fatti di violenza nei confronti dell’altro coniuge. Sulla riforma della legge sull’affido condiviso in senso garantista di questi principi dovrebbe discutere il Senato, e non certo su di un disegno di legge che introdurrebbe ulteriori e più gravi elementi di rivittimizzazione secondaria nei confronti di donne e minori, in aperta violazione di quelle raccomandazioni CEDAW cui i parlamentari avrebbero invece il dovere di dare attuazione. La Piattaforma CEDAW, i Giuristi Democratici e la società civile tutta dobbiamo mantenere alta l’attenzione per evitare che, nel più totale disinteresse istituzionale per il numero crescente di femminicidi che riempie le pagine di cronaca, attraverso l’adozione di questo disegno di legge si consumi l’ennesima forma di femminicidio istituzionale, che avrebbe ricadute dirette e gravissime sulla situazione di migliaia di donne e bambini.