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Obama a Dallas: Scomodo Elogio

Obama a Dallas

Obama a Dallas

Se non proprio precipitoso il rientro anticipato in patria di Barack Obama ha dato il senso di un intervento d’emergenza in una nazione sull’orlo di una crisi forse esplosiva. E il discorso del presidente afro americano al memoriale degli agenti caduti a Dallas nell’attentato è destinato nel bene e nel male a rimanere uno degli eventi “definenti”  della sua presidenza. Colto in trasferta dagli avvenimenti della scorsa settimana Obama da Varsavia aveva cominciato con l’affermare di non credere che il paese fosse “diviso quanto appare”. Ma quasi a smentirlo immediatamente la sua decisone di andare a Dallas era stata accolta anche da molte polemiche dal movimento che gli chiedeva di includere anche St. Paul e Baton Rouge, luoghi delle uccisioni di Alton Sterling e Philando Castile, nel suo itinerario.

In Texas Obama è tornato in veste, per l’ennesima volta, di “consolatore della nazione” scegliendo,  ancora più che nelle numerose occasioni in cui si è trovato a biasimare sparatorie e mass shooting, toni da “preacher”, facendo del discorso un omelia nella tradizione dei predicatori neri con l’immancabile riferimento di Martin Luther King.  A Dallas Obama, il presidente “unificatore’ che ha presieduto suo malgrado all’accentuarsi delle tensioni razziali alimentate dalla strage “silenziosa” perpetrata della polizia, ha avuto il compito quasi impossibile di consolare i famigliari dei poliziotti uccisi, confermare l’appoggio istituzionale alle forze dell’ordine rivolgendosi però anche al movimento che dopo Trayvon Martin e Ferguson ha rimesso con urgenza ormai imprescindibile la questione razziale al centro dell’attenzione nazionale.

Un equilibrismo delicato  che ha in definitiva compiuto come forse solo il “presidente nero” avrebbe potuto. “Capisco come in queste circostanze sia normale sentire di perdere le speranze. E  mentirei se dicessi che non mi è mai successo. Sono stato a troppi eventi come questo ormai, testimoniato la sofferenza di troppe famiglie…” ha esordito, aggiungendo:  “gli eventi della scorsa settimana hanno esposto alla luce le faglie telluriche della nostra democrazia”.

Nella prima parte del discorso ha detto ciò che la polizia più aveva reclamato: “l’attentato alle forze di polizia è stato non solo un atto di insensata violenza  ma un gesto di odio razziale”. L’affermazione è stata accolta da una standing ovation dalla folla di agenti che dal primo giorno avevano reclamato la definizione come grimaldello per implicare “moralmente” #blacklivesmatter.

La destra ha sin dall’inizio chiesto a gran voce che l’atto di Micah Xavier Johnson fosse rubricato come terrorismo razziale, anche se non è mancato chi lo ha visto invece come primo atto di resistenza armata nera dai tempi dell black panthers. Resta  l’incontrovertibile dato che c’e’ voluto questo episodio per imporre davvero la questione nei termini drammatici che fino ad allora venivano percepiti soprattutto dalla comunità nera.

Nel suo elogio alla polizia di Dallas, Obama ha incluso l’eliminazione dell’attentatore: “hanno evacuato la zona, isolato il colpevole e così certamente salvato altre vite”. La seconda ovation tributata dagli astanti è stata significativa data la controversia sulla “neutralizzazione” del sospettato mediante robot esplosivo telecomandato, una uccisione “extragiudiziaria” che non ha potuto non portare alla mente quelle condotte sui fronti della “guerra al terrorismo”,  nel momento in cui perdipiù molti dipartimenti di polizia pensano all’utilizzo di droni per simili scopi.

Ma , ha aggiunto Obama, “se vogliamo  sperare di sostenere l’unità di cui abbiamo bisogno per superare questa crisi (…) dovremo agire in base alle verità che consociamo”. È stato l’inizio di una seconda parte del discorso in cui gli applausi della platea pro-polizia sono stati marcatamente meno numerosi. Nelle verità evidenti Obama ha incluso il  fatto che “secoli di discriminazione razziale, eredità dello schiavismo, soggiogamento e segregazione legale non sono mica svaniti il giorno in cui Martin Luther King ha fatto un discorso o Johnson ha firmato il civil rights act”. È vero ha  proseguito il presidente che ha cominciato la carriera politica come organizzatore di base, che I rapport razziali sono drammaticamente migliorati solo nell’arco della sua vita ma l’America sa bene che molti pregiudizi rimangono. “tutti lo abbiamo conosciuto magari anche a casa nostra e se siamo onesti forse anche nella nostra testa e nel nostro cuore (…) e nessuna istituzione ne è immune, compresa la polizia…” ha aggiunto il presidente afro americano ad una platea di centinaia di poliziotti  fra cui sono risuonati solo pochi applausi isolati.

“Lo sappiamo tutti” ha detto Obama citando il coro sempre più numeroso che lo denuncia compresa una folta casistica scientifica che conferma che i non bianchi hanno più probabilità di essere fermati,perquisiti arrestati, condannati più severamente e più ricevere più spesso condanne a morte per gli stessi crimini. Che alle normali preoccupazioni di un genitore, quelli neri devono aggiungere il panico che ai loro figli possa accadere qualcosa di tragico se una sera guardano storto un agente.

“Tutto questo non può essere semplicemente rimosso o chiamato correttezza politica e più viene rimosso più peggiora le ferite.” Allo stesso tempo non è sostenibile addossare alla polizia il compito di colmare le lacune di una rete sociale sempre più in brandelli. Ai contestatori Obama ha chiesto moderazione  e l’onestà di riconoscere il contesto di degrado e criminalità in cui la polizia è chiamata ad operare in quartieri dove “la saturazione di armi fa si che sia più facile per un ragazzo procurarsi una glock che comprare un libro.”.

È stata una predica, si – una che certo molti dei poliziotti in divisa cerimoniale che assiepavano l’auditorium  avrebbero preferito non ascoltare per intero e che in alcune parti ha corso il rischio (avuto il coraggio) di scontentare entrambe le parti di una America divisa.

Ma nel dibattito spesso angosciato a volte stridente, Obama si è allineato con l’analisi più intellettualmente lucida della leadership afro americana, rifiutando di separare i fatti dal contesto storico delle relazioni razziali. Dato l’abituale livello di retorica eroica sulla polizia (“noi la polizia la trattiamo con rispetto” a risposto puntualmente in serata Donald Trump) non è stato un fatto da poco: ad un funerale di polizia un presidente nero ha detto alcune fondamentali, importanti, scomode verità. È il terreno su cui questo presidente imperfetto ha dato il suo meglio.