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losangelista

Nutella Story

La Ferrero, o piu’ specificamente la consociata americana del gruppo piemontese,  e’ finita in tribunale in America per aver affermato nella pubblicita’ che gli ingredienti sani e genuini con cui e’ prodotta fanno della Nutella un alimento ideale per una colazione nutriente. La societa’ che in materia di disinformazione pubblicitaria e’ recidiva,  dovra’ modificare le etichette sulle confezioni vendute in America per riflettere piu’ chiaramente che l’alimento in questione contiene  zuccheri e grassi saturi in quantita’ tipiche dei dolciumi e risarcire ogni consumatore che l’abbia acquistata negli ultimi quattro anni e che ne faccia richiesta. Al solito la notizia ha suscitato numerosi commenti sul vittimismo di chi farebbe meglio ad usare il buonsenso  invece di correre a piangere in tribunale per qualsiasi inezia. A noi pero’ sembra che fondamentalmente la storia riproponga la questione della protezione dei consumatori al tempo dell’alimentazione industriale. La Ferrero e la sua crema  avranno pure origini radicate in tradizioni piu’ artigianali di molti cibi di massa ma stiamo pur sempre parlando di una multinazionale agroalimentare con un fatturato di 6 milardi di euro, 20000 dipendenti e un’impronta globale di dolciumi mirati ai bambini in un momento di obesita’ endemica ed esplosione di patologie legate all’alimentazione squilibrata. E’ una posizione che nel mondo competitivo dell’alimentazione di massa  si raggiunge e si mantiene solo con una massiccia operazione di  marketing come la Ferrero fa dai tempi di Carosello; ancora piu’ della qualita’ della cioccolata il genio dell’azienda e’ stato l’imprinting a tappeto di generazioni di consumatori mediante “narrative” sui loro dolci, fra cui quella di come siano “sani e genuini”.  Ora l’opposto della pubblcita’ e’ l’informazione, ad esempio sugli ingredienti e sulle qualita’ nutritive dei prodotti venduti e non a caso le lobby del settore sostengono costanti campagne contro norme di trasparenza  im materia. Piu’ singolare e’ invece l’attitudine della nostra stampa che in questioni di Nutella sembra inerpretare il proprio ruolo come difensore dell’onore della multinazionale italiana dagli attacchi del subdolo straniero.  Sia Repubblica che il Corriere riportando la notizia hanno lasciato l’ultima parola alla societa’ trascrivendo ampi stralci del comunicato della Ferrero; Repubblica gli dedica 2 di 4 paragrafi del proprio articolo e conclude con lo slogan integrale della societa’: “L’utilizzo di Nutella a prima colazione con pane, latte e frutta nelle quantità suggerite – conclude la Ferrero – rimane un utilizzo raccomandato da numerosi studi scientifici di alta rilevanza internazionale nel quadro di una dieta equilibrata e gustosa, che come dice la pubblicità, fa più buona la vita”. Ah beh, se lo dice pure la pubblicita’…appunto. Anche dal  Corriere ampio risalto al comunicato aziendale in cui si legge tra l’altro che «L’accordo transattivo raggiunto da Ferrero negli Stati Uniti è relativo al solo contenzioso nato dalla pubblicità trasmessa negli Stati Uniti e alla conformità di quest’ultima alle esigenze della legislazione americana. Non vi è nessun tipo di necessità di correggere da parte dell’azienda i suoi comportamenti commerciali e pubblicitari negli altri paesi ». Meno male, cosi’ non ci dobbiamo metterci a leggere tutte quelle parole noiose scritte piccole piccole sull’etichetta come quegli sfigati californiani. Tie’!. E’ come se pur di non vedere i candidi mulini della fanciullezza infangati da quei sozzi ingredienti dovessimo invocare di essere tenuti al tepore oscuro di un grembo spalmato di dolce nutella. Quadrato insomma attorno alla crema  nazionale, e al nostro diritto  di non sapere cosa ci mangiamo. Un autolesionismo efferato, che ricorda quello degli elettori repubblicani che marciano per il diritto a non essere curati perche’ la previdenza sanitaria e’ un concetto e’ socialista. E cosi’ i consumatori italiani e europei per il momento sono salvi dalle informazioni sugli ingredienti che mangiano. In relata’ sull’etichettatura non e’ che si brilli ne da una parte ne dall’altra dell’Atlantico. Le multinazionali combattono la trasparenza con medesimo vigore in Europa e USA dove ad esempio le etichette non riportano la presenza di ingredienti OGM, sempre per “non confondere” i consumatori,  ne l’irradiazione della carne,  ma non ci sembra per questo una buona ragione perche’ anche i giornali si debbano schierare per il diritto all’ignoranza a difesa dei produttori. Come dimenticare il putiferio sollevato un paio di anni fa  quando la UE  tento’ di applicare le norme sui valori nutrizionali scatenando l’allarme di ansimanti titolatori: “La Ue dichiara guerra al mito Nutella”, “Allarme: Nutella a Rischio”. Quando lo scorso autunno  la Ferrero incappo’ in un altra sentenza, stavolta in Germania, che la obbligo’ a modificare le etichette della Nutella, addiritura la ADOC (Associazione per la difesa e l’orientamento dei consumatori), presunta associazione di tutela dei consumatori della UIL, ebbe a dichiarare, con grande risalto sui giornali: “Siamo stupiti da questo nuovo attacco frontale a un prodotto Made in Italy, rinomato in tutto il.  E’ assurdo che si possa colpire un prodotto dolciario, noto per essere a base cioccolato gianduia, perché non è chiaro sull’etichetta che non è un prodotto dietetico.” Nota che il tribunale di Francorforte allora non chiedeva che i camion della Ferrero venissero dati alle fiamme al confine, ma semplicemente che il produttore evitasse di caratterizzare la Nutella come un’ottima fonte di vitamine e sali minerali. Accanto alla tutela del made in Italy (le bugie?) l’argomento che spunta regolarmente in questi casi  e’ quello del buonsenso per cui “veramente abbiamo bisogno di uno stato-balia che ci spieghi che lo zucchero fa ingrassare?” La mamma californiana che ha denunciato la Ferrero perche’ i suoi spot l’avevano convinta a cibare ogni mattina la propria bimba di zucchero e olio di palma anziche’ cereali e frutta sara’ anche ingenua ma il fatto che abbia prodotto delle etichette piu’ oneste francamente non dispiace. Va bene imprinting a patriottismo, ma davvero vogliamo batterci per il diritto delle corporation di darcela a bere – e mangiare – con impunita’?