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Popocatépetl

Non sparate sul cronista

L’esecuzione di un reporter del quotidiano El Diario di Ciudad Juárez, perpetrata la settimana scorsa dai sicari dei narcos, ha provocato una valanga di condanne, alcune misure governative di “protezione” ai giornalisti e un dibattito sulla libertà d’informazione e i rischi del mestiere in una professione che in Messico è particolarmente pericolosa. Ma, prima ancora, ha motivato un editoriale del giornale colpito – a cui, meno di due anni fa, era stato assassinato un altro collaboratore – in cui si dice direttamente ai narcos: “Che volete da noi? Che dobbiamo fare?”

Quando il crimine diventa folklore

Scritto al calore dell’indignazione e dell’impotenza, l’editoriale, che propone una tregua ai cartelli dei narcotrafficanti, ha suscitato un pandemonio, non solo fra molti esponenti del governo, che non riconoscono a un gruppo di informatori il diritto di scendere dal treno blindato della narco-guerra, ma anche negli ambienti dei media scritti e radiotelevisivi, fra cui le concezioni del diritto-dovere di informare sono diverse e numerose quanto le testate.

Con quasi settanta giornalisti uccisi nell’ultimo decennio – più una dozzina di ‘desaparecidos’, centinaia di ‘levantados’ (sequestrati a scopo di intimidazione) e migliaia di pestati o minacciati – il Messico ha un triste primato nel Guinness dell’insicurezza informativa. Ed è sembrato totalmente fuori luogo il rimbrotto del governo all’editoriale del Diario, in cui si criticava la guerra ai narcos e, soprattutto, i suoi risultati.

Il portavoce del presidente Calderón in materia di ordine pubblico, Alejandro Poiré, ha dichiarato con sprezzo, come se si rivolgesse a dei traditori: “Non è assolutamente possibile da parte di nessun soggetto scendere a patti, promuovere una tregua o negoziare con i criminali, che sono proprio quelli che provocano l’angoscia della popolazione.”

Ma il vicedirettore editoriale del giornale, Pedro Torres, ha risposto prontamente: “Con che qualità morale possono dirci questo, se non ci sono garanzie per la sicurezza?” E ha ricordato che le indagini sull’omicidio di Santiago Orozco, il fotografo assassinato il 19 settembre scorso, sono state deviate su un binario morto che esclude la responsabilità della delinquenza organizzata e che dei killer di Armando Rodríguez, il reporter ucciso nel novembre 2008, non si è mai trovata traccia.

"Che c'è? Non vi va di festeggiare?"

Il governo messicano, impegnato nelle costose e grottesche celebrazioni dell’Indipendenza, può indignarsi fin che vuole se qualcuno – specialmente a Ciudad Juárez, Chihuahua, al confine con gli Stati uniti, il luogo più insanguinato della geografia nordamericana – vuole arrivare a una tregua con i criminali. Così facendo, dimostra solo di non capire (o vorrebbe occultare con un dito) che in ampie regioni del territorio nazionale è il potere dei narcos a dettare legge ed è con loro che bisogna fare i conti.

Intanto, sempre più voci da un ventaglio che va dall’estrema destra all’estrema sinistra e comprende ex-presidenti, proprietari di giornali, intellettuali e scrittori di prima grandezza, vedono nella legalizzazione (o almeno depenalizzazione) delle droghe l’unica uscita possibile da un vicolo cieco mortifero e dispendioso.