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Street Politics

Non è un paese per giornalisti

djihadistes

La cautela è l’unica arma per valutare la sorte dei quattro giornalisti italiani fermati nel villaggio di Yaqubiy, nel nord della città siriana di Idlib, tra il 4 e il 5 aprile scorsi. Amedeo Ricucci (della Rai), il fotografo Elio Colavolpe (dell’agenzia Emblema), il documentarista Andrea Vignali e la freelance Susan Dabbous sono entrati in Siria il 2 aprile da Guveci, al confine tra il Paese dilaniato dalla guerra civile e la Turchia. Sarebbero stati fermati dai guerriglieri jihadisti di al-Nusra mentre filmavano postazioni militari. «La linea è il completo riserbo per risolvere il caso salvaguardando l’incolumità (dei fermati, ndr), lavorando in tutti i canali», fa sapere l’Unità di crisi della Farnesina.

Al silenzio stampa ha aderito anche la Rai per la quale Ricucci stava realizzando il documentario Silenzio si muore, un esperimento di giornalismo partecipativo con due istituti superiori del comune di San Lazzaro, alle porte di Bologna. «Ero in redazione quando i servizi dopo le edizioni di mezzogiorno sono stati bloccati. Neppure le foto dei 4 colleghi erano state mostrate», ci ha confermato la giornalista Rai Lucia Goracci. «Il silenzio indica che sono in corso delle trattative e che queste sono ore decisive», ha aggiunto.

Come nell’intera crisi siriana, ogni avvenimento ha due o più versioni credibili, anche il fermo di ieri ha possibili spiegazioni e molti lati oscuri. La troupe potrebbe essersi imbattuta in un gruppo di criminali che infestano il nord della Siria, controllato dai ribelli e dall’Esercito libero siriano. I baltagi avrebbero scambiato i giornalisti per spie, insospettiti dall’abbigliamento di Susan Dabbous, di aristocratiche origini siriane. In questo caso però i giornalisti sarebbero stati riconsegnati celermente agli insorti e la vicenda avrebbe potuto avere una soluzione immediata.

La trattativa invece rende più credibile la pista del gruppo qaedista. Le brigate al-Nusra operano in autonomia e dispongono ampiamente di armi e combattenti anche non siriani e non arabi. Da tempo hanno formato comitati popolari soprattutto nel nord del Paese e conquistato zone in varie città con l’intento di imporre una visione fondamentalista della legge islamica nelle aree controllate, entrando in conflitto sia con l’esercito regolare che con i ribelli.

Il fermo potrebbe anche risolversi nelle prossime ore. «Sono in buone condizioni di salute, già domani potrebbero rientrare in Italia», fanno sapere fonti degli insorti, che parlano di semplici accertamenti sulle identità dei quattro. E così la blogger e attivista siriana Aya Homsi, che vive a Bologna e anima il gruppo su Facebook “Vogliamo la Siria libera”, riporta sulla sua pagina che i quattro giornalisti stanno bene, che hanno passato una notte tranquilla ed «entro domani saranno qui a rispondervi loro». Amedeo Ricucci, insieme al fotografo di Emblema, Elio Colavolpe, vincitore del Premio Luchetta e che ha collaborato ad un reportage su Scampia per il manifesto nel 2004, avevano già realizzato un documentario ad Aleppo nell’ottobre scorso dal titolo “Siria 2.0”. Prima di partire Ricucci aveva detto di voler raccontare «una tragedia infinita», in riferimento alla crisi siriana.

Il prezzo pagato dai giornalisti in Siria è altissimo. Solo nello scorso mese di gennaio sono morti 18 reporter, portando il numero delle vittime tra i giornalisti a 127 dall’inizio degli scontri. Gli ultimi a perdere la vita sono stati il belga Yves Debay e Muhammad al Hourani, inviato di Al-Jazeera, uccisi da due cecchini, ad Aleppo e Daraa. Una perdita incredibile per l’informazione in contesto di crisi è venuta con la morte dell’americana Marie Colvin del Sunday Times, uccisa ad Homs insieme al giovane fotografo francese Remi Ochlik. Colvin e Ochlik sarebbero stati uccisi da una bomba mentre si trovavano in un ufficio stampa dell’opposizione siriana nel quartiere sunnita di Bab Amr, uno dei più colpiti dalle forze governative.

Sono scomparsi per seguire gli scontri tra esercito e ribelli anche il giornalista americano, Anthony Shadid, vincitore di due premi Pulitzer, mentre era stato ucciso ad Homs il francese, Gilles Jacquier di France 2.Maya Naser, corrispondente della televisione pubblica iraniana in lingua inglese Press tv è stato ucciso da un cecchino a Damasco. L’estate scorsa era scomparsa ad Aleppo, Mika Yamamoto, reporter giapponese di prima linea che aveva vinto il prestigioso premio Vaugh-Ueeda.

La Siria è un inferno per i giornalisti, morti soprattutto in seguito ad esplosioni. Nel caso dei quattro italiani fermati a Idlib invece è essenziale aspettare.

Dal manifesto del 6 aprile 2013.