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Quinto Stato

Non è mai troppo tardi per un reddito di base

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In corteo per il reddito di base, foto Eidon

Ecco come il “reddito di cittadinanza” è diventato l’argomento del momento. Nel racconto mainstream è giudicato come una politica assistenziale che spinge al lazzaronismo (magari dei meridionali). Un ‘indagine sulle forme esistenti, anche in Italia, dimostra invece che le varianti del “reddito” sono usate per aumentare la produttività e l’occupabilità delle persone. Questo è lo scopo anche del Movimento 5 Stelle. Dobbiamo rassegnarci a un nuovo sfruttamento? No, perché il “reddito di base” – la formula originaria di reddito – è una remunerazione della produzione che facciamo ogni giorno: sulle piattaforme digitali, ad esempio. O nel lavoro gratuito che ci costringono a fare. Ecco perché il movimento femminista rivendica oggi il “reddito di autodeterminazione”. La storia. 

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«Il reddito di cittadinanza non darà soldi a chi vuol stare seduto sul divano – ha detto il candidato premier del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio a Radio 105 Matrix lunedì 22 gennaio 2018 – Dovrà, per il breve periodo in cui avrà il contributo, formarsi e dare otto ore di lavoro gratuito allo Stato. Dal secondo anno il reddito di cittadinanza inizia a scalare, perché la persona viene reinserita nel mondo del lavoro».

LA PRECISAZIONE permette di comprendere la natura del «reddito di cittadinanza»: la monetizzazione della povertà. Il «reddito» è interpretato come una misura non universalistica e condizionata alla scelta di un lavoro ed è vincolata a una prestazione gratuita obbligatoria per finalità contingenti. Per i precari, disoccupati e licenziati il danno sarebbe doppio: non solo hanno perso il lavoro, o non guadagnano il minimo vitale, ma devono obbedire allo Stato eseguendo corvée in cambio di un sussidio che decrescerà.

IN UN’INTERVISTA a Il Mattino il 4 gennaio 2018 Di Maio ha detto che tale meccanismo mira all’abolizione del «reddito di cittadinanza» stesso. Questo obiettivo, basato su un’analisi del ciclo economico discutibile, dovrebbe essere raggiunto grazie a un investimento di 2,1 miliardi di euro (su 17, tanto costerebbe il workfare basato sul lavoro coatto) per rilanciare i centri per l’impiego e il reinserimento lavorativo. Le risorse arriverebbero dalla «spending review» sulla «spesa improduttiva, dalla tassazione sul gioco d’azzardo e sui concessionari autostradali».

E’ PLAUSIBILE che questo sistema si baserà sull’agenzia delle politiche attive Anpal creata dal Jobs Act criticato dai Cinque Stelle. A questa burocrazia potrebbe spettare il compito di fare incontrare «domanda ed offerta» a livello nazionale e non a livello provinciale. «Una volta trovato un lavoro confacente alle caratteristiche del cittadino -ha precisato Di Maio – non si potrà rifiutare la proposta, pena la perdita immediata del sussidio».

LA TEMPISTICA immaginata da Di Maio – dopo i primi dodici mesi il “reddito” diminuirà, fino ad azzerarsi – presuppone la coincidenza di elementi al momento imponderabili. Tra tutti il funzionamento del collocamento pubblico, riformato in un modo ancora oscuro, in un paesi dove l’82% di chi cerca un lavoro si rivolge a amici e parenti. Tra l’altro per applicare la riforma auspicata da Di Maio sarebbe necessaria una riforma costituzionale che risolva la legislazione concorrente tra Stato e Regioni in materiale di collocamento pubblico.

UNA “RIFORMA” di questo tipo è stata tentata da Renzi nell’ambito del referendum del 4 dicembre ed è stata bocciata. Si presume che per raggiungere i risultati indicati da Di Maio – al netto della loro reale applicabilità – un governo cinque stelle dovrebbe riuscire dove Renzi ha fallito. Non è affatto detto che, al termine del periodo del “reddito di cittadinanza” (18 mesi? due anni?) il beneficiario trovi un’”offerta di lavoro confacente”. La necessità di trovare almeno un lavoro, potrebbe spingere la burocrazia immaginata da Di Maio a imporre un lavoro qualsiasi al soggetto. Questa ipotesi rischia di moltiplicare un rischio già oggi evidente: la frenetica ricerca di un lavoro – oggi un lavoro vero e proprio – può trasformarsi in un lavoro “inutile”, per di più “gratuito”, giustificato come un servizio alla “comunità” o allo “Stato”. È probabilmente questo il prezzo della normalizzazione neoliberale e lavorista a cui è stato sottoposto questo movimento negli ultimi anni.

NEL FRATTEMPO l’impegno dei Cinque Stelle sul tema prosegue anche in Europa. Va registrato che, su impulso di M5S, il Consiglio d’Europa ha aperto un dibattito sul «reddito cittadinanza di base». Se è di base, il reddito va a tutti, immigrati compresi; se è di cittadinanza, va agli autoctoni. Già la formula è confusa. Il riferimento al “reddito di base”, una forma di erogazione di denaro senza condizioni e non vincolata al lavoro, ma a tutelare a vita l’autonomia del singolo fuori e dentro il lavoro, è significativo. A dispetto della formula confusa, indica una strada del tutto diversa da quella scelta in Italia dal “candidato premier”.

LE DIFFICOLTÀ OGGETTIVE riscontrate nella proposta dei Cinque Stelle non devono tuttavia distogliere dallo scontro politico in atto da un quinquennio. Uno scontro che si è naturalmente acuito nel corso della campagna elettorale in vista del 4 marzo. È ormai nota la polemica del Partito Democratico contro la proposta assurdamente ribattezzata “reddito di cittadinanza”. Credendo falsamente alla definizione errata dei grillini sono almeno quattro anni che Renzi e i suoi seguaci attaccano il principio di un reddito che dovrebbe essere erogato a tutti senza chiedere in cambio un lavoro purchessia. Sanno benissimo, a cominciare dal ministro dell’economia Padoan (“costa moltissimo e soprattutto funziona male perché introduce incentivi al contrario per cui la gente non va a lavorare”, OttoeMezzo, 6 febbraio 2018) che quello pentastellato NON E’ UN REDDITO DI CITTADINANZA, ma un’estensione considerevole del “reddito di inclusione sociale” (Rei), un fiore all’occhiello del Pd e approvato nella legislatura 2013-2018. La differenza consiste nella partita finanziaria (17 miliardi all’incirca contro 1 all’anno) che i contendenti politici intendono mettere per alimentare una macchina del lavoro coatto. è una differenza enorme, ma va precisato che il “reddito” prospettato dai Cinque Stelle non diverge da quello realizzato dal Pd. Ideologicamente, e tecnicamente, è in continuità.

BASTANO ALCUNI DATI PER SMONTARE il baccano in questo pollaio elettorale. Andiamo, per esempio, in Emilia-Romagna, una regione governata dal Pd che ha istituito il “reddito di solidarietà” (Res). In quattro mesi e mezzo di applicazione sono state presentate 11 mila domande, 93 al giorno. Si tratta di un sussidio di 400 euro mensili per i poveri assoluti che vivono in famiglie fino a cinque membri. Lo schema è lo stesso del Rei approvato a livello nazionale. Con una differenza: la regione ha deciso di eliminare una delle più inique norme del Rei e ha esteso il suo sussidio anche alle famiglie senza minori, ai lavoratori precari e a quelli con basso e bassissimo reddito – i cosiddetti lavoratori poveri (“working poors”). È bastata questa variazione, in fondo molto modesta, per convincere 2 mila nuclei a presentare una domanda: ben il 69% dei richiedenti non aveva minori a carico, dunque si presume che sia “giovane” e convivente. Un profilo che può avvicinarsi a quello del lavoratore precario, escluso dalla fruizione del Rei che è stato concepito come una misura che segmenta i poveri e crea un’assistenzialismo diffuso per di più a scadenza. Il sussidio dura infatti al massimo un anno, termine entro il quale magicamente il “povero” dovrebbe avere trovato un’attività che gli permette di essere autonomo. Sciocchezze di questo tipo sono comuni tanto ai Cinque Stelle quanto ai “democratici” che amano presentarsi come persone “serie”.

L’ESIGENZA DI UN REDDITO – IN QUALSIASI FORMA – esiste ed è assolutamente evidente. Il problema è lo strumento, oltre che la cultura egemonica – e trasversale ai contendenti politici – che non permette e purtroppo non permetterà di adottarne uno che sia minimamente all’altezza di questa situazione gravissima. Il dato emiliano attesta in ogni caso il dramma sociale in cui si vive anche in una regione teoricamente “avanzata”. Figuriamoci in una tra la Calabria, la Sicilia o la Campania. I partiti conoscono la situazione, come tutti coloro che si occupano di politiche del lavoro o sociali. Non esiste, ad oggi, alcuna possibilità che la “crescita” di cui si riempiono la bocca da Mario Draghi in giù possa raggiungere questa enorme fascia impoverita e proletarizzata di lavoratori e di non lavoratori. Tutti lo sanno, tutti fanno finta che la crescita porterà, da sola, rimedio. Quando è chiaro, invece, che quello che cresce è il lavoro precario e precarissimo.

ESISTE UN RAPPORTO DIRETTO tra la crescita del Pil e quella dei contratti a termine. La crescita registrata nel biennio 2016-2017 del lavoro a termine è dovuta alla “riforma” di questa tipologia da parte del governo Renzi. Pochi ricordano che l’abolizione della «causale» è stato il suo primo atto, ancor prima del Jobs Act. Ciò ha permesso alla forma contrattuale dominante sul mercato del lavoro di essere prorogata fino a 5 volte in 36 mesi incidendo sul numero degli occupati registrati dall’Istat. Su 303 mila occupati dipendenti registrati nel 2017 la stragrande maggioranza (9 su 10) erano a termine. Segno che ormai il mercato si è tarato verso il basso, moltiplicando la produzione di precariato di nuovo tipo. A dicembre 2017, dopo vari trimestri di crescita del nuovo precariato, è stato registrato un dato in più: la stima degli occupati a tempo indeterminato è iniziata a diminuire (- 66 mila unità), arrestando l’affannosa crescita del tasso di occupazione che era tornato ai livelli pre-crisi – il 58,2 per cento. Ora è al 58% spaccato. È il tasso più basso tra i paesi europei, segno che si lavora poco, male, pagati sempre meno.

NON PUÒ PASSARE INOSSERVATO nemmeno il fatto che sugli occupati complessivi nel 2017, la maggioranza abbia più di 50 anni. È un trend macroscopico a cui corrisponde a un poco significativo aumento degli occupati tra i 15 e i 34 anni e un buco nero tra gli adulti 35-49enni. Per loro si può parlare di un crollo. E pensare che questa fascia anagrafica passa per essere quella «più produttiva» in un’economia capitalistica. Questa asimmetria generazionale è dovuta a due fattori. Il più importante è la riforma Fornero delle pensioni che ha aumentato drasticamente l’età pensionabile, obbligando i dipendenti a restare più a lungo al lavoro. Così facendo è stato impedito il subentro dei più giovani. Nel pubblico, questo vincolo è aggravato dal blocco del turn-over e dai tagli. In secondo luogo c’è la riforma dei contratti a termine di Poletti. Questa situazione è destinata a durare ancora a lungo. è funzionale alla “crescita” – quantitativa, non qualitativa – delle occupazioni. Il movimento dei lavoratori sul mercato è sostanzialmente questo: si entra e si esce in un’occupazione a termine, formalmente definita da un “contratto”, materialmente inscritta in un precariato strutturale. Lo sfondo è un’inoccupazione di fondo nella quale il lavoratore alterna periodi di inattività ad altri di lavoro propriamente detto, intervallandoli con altri di lavoro nero, sommerso, informale e gratuito. In questa condizione qualsiasi sperimentazione del sussidio contro la povertà estrema – in ogni sua forma: quella dei Cinque stelle o quella del Pd con il “Rei” – è inutile. Il lavoratore, e il non lavoratore, sono rinchiusi nella trappola della povertà.

A DIMOSTRAZIONE DELL’IDEOLOGIA dominante su argomenti tragicamente urgenti va ricordato il singolare dibattito avvenuto a inizio del 2017 su un fantomatico “lavoro di cittadinanza” contrapposto al “reddito di cittadinanza” propagandato dal Movimento Cinque Stelle. Ad averlo portato agli onori delle cronache, si fa per dire, è stato Matteo Renzi. Questa definizione allude a una tesi della sinistra lavorista, già formulata da Laura Pennacchi nel 2013 e nel 2017. Questa proposta è contro un reddito di base incondizionato, accusato di favorire “la scissione del nesso costituzionale tra lavoro e dignità, il quale considera il lavoro non solo come attività ma come processo antropologicamente strutturante l’identità umana”. Prima che se ne appropriasse Renzi, la proposta era stata avanzata in politica da Stefano Fassina (Sinistra Italiana, oggi in Liberi e Uguali, già viceministro dell’Economia nel governo Letta quando militava nel Pd: “il lavoro di cittadinanza, non reddito di cittadinanza – ha sostenuto Fassina– Che deve servire all’inserimento lavorativo, quindi deve essere condizionato ad attività formative e all’accettazione di offerte dignitose di lavoro. Lo vedo come un veicolo per condurre o ricondurre le persone al lavoro”.

QUESTA SINISTRA SOSTIENE il ritorno dello Stato a cui affidare il ruolo di “creatore di ultima istanza” di lavoro. Impresa ambiziosa che si ritrova nel piano sul lavoro presentato dalla Cgil e viene tramandato dal tempo in cui alcuni economisti progressisti consigliavano di impiegare persone facendogli scavare le buche. Più di recente se ne è parlato per creare occupazione statale nella manutenzione dei disastrati territori italiani. Va detto che un ruolo “programmatore” dello Stato – sempre che sia possibile oggi – non contrasterebbe con un discorso universalistico sul reddito di base. Le due cose non si escludono, anche se è chiaro che bisogna far maturare una cultura che permetta l’incontro l’istanza del lavoro e quella del reddito.

RENZI È IMPEGNATO in una battaglia ideologica lavorista contro la proposta workferista del Movimento Cinque Stelle su un presunto (e infondato) reddito di cittadinanza. Ha trovato nel sintagma “lavoro di cittadinanza” la parola ideale per confondere ancora di più le acque della propaganda da una parte e dall’altra. Al suo Pd non interessa un simile ruolo dello Stato, se non limitato all’erogazione degli incentivi alle imprese: 18 miliardi per il Jobs Act. Si appropria del lavorismo e, con la sua personale interpretazione del populismo, lo mescola con l’assistenzialismo statale agli imprenditori in chiave di capitalismo compassionevole. Un patchwork conservatore e liberista, di destra e di sinistra, in chiave anti-Movimento Cinque Stelle.

IMPADRONENDOSI OGGI della parola d’ordine del “lavoro di cittadinanza”, Renzi ha ottenuto l’effetto di neutralizzare la principale – e modesta – proposta di “sinistra” per affrontare, si fa per dire, il problema epocale della precarietà, del lavoro povero, della totale mancanza di tutele universalistiche per la persona e infine dell’automazione che-distrugge-i-posti-di-lavoro. La sinistra non lavorista rischia di restare, come sempre, senza voce. A meno che non rilanci – contro la proposta dei Cinque Stelle e contro il lavorismo di Renzi e della sua “sinistra” – la prospettiva del reddito di base universale. Destinato anche ai residenti stranieri, non solo ai “cittadini”.

IMPRESA DIFFICILE perché il lavorismo ha una presa ideologica anche nei quadri dirigenti sindacali, Cgil compresa. Qualche cambiamento c’è stato negli ultimi sei o sette anni nella Fiom e nella Flc, ma il reddito non è mai diventato un argomento di discussione dirimente nel sindacato, a cominciare dalla “Carta dei diritti del lavoro” che la Cgil ha sostenuto con i referendum contro i voucher e sugli appalti, poi non realizzato grazie a un’astuta mossa del governo Gentiloni. Senza contare che la confederazione sindacale ha sostenuto una proposta di “reddito di inclusione sociale” (Reis, oggi il Rei), una misura parziale e non universalistica contro la povertà, e non un reddito di base a sostegno della persona vulnerabile nel mercato del lavoro e nella società finalizzata al libero e autonomo sviluppo della sua dignità sociale, umana e professionale.

LA DEFINIZIONE DI “REDDITO DI DIGNITÀ” è stata promossa nel 2015 da una campagna di Libera, Basic Income Network-Italia, il Cilap e altre associazioni. Con questa misura di reddito di dignità si intende un “reddito minimo universale” contro la povertà e il precariato, un intervento immediato di natura sia strutturale che redistributiva. Il senso di questa politica lo comprese già nel 1966 l’economista neo-keynesiano James Tobin, premio Nobel nel 1981 e inventore della tassa sui capitali: il reddito serve a «assicurare ad ogni famiglia un tenore di vita dignitoso a prescindere dalla sua capacità di guadagno» e a “costruire la capacità di ognuno di guadagnare un reddito”. Rifiutando il ricatto del lavoro povero, ad esempio. Dunque il “reddito” non esclude il “lavoro” e il “Welfare”. Implica cioè un’altra idea sia di lavoro che di Welfare, entrambe estranee ai “lavorismi” dominanti a “sinistra”.

LA PROPOSTA è stata cannibalizzata. Il governatore della Puglia Michele Emiliano ha stravolto quella proposta spuria (una forma di reddito minimo garantito) in un sussidio di ultima istanza per i poverissimi con famiglie numerose, sottoponendoli alle condizioni di un workfare ispettivo che prevede penalizzazioni per chi non accetta una manciata di euro in cambio di lavori socialmente utili. Emiliano ha chiamato questa proposta “reddito di dignità”. Uno scippo che ha mostrato la debolezza politica delle istanze che chiedono in Italia una forma di dignità e giustizia sociale. Il consenso per una misura come il reddito resta tuttavia, potenzialmente, molto ampio nel paese. Per questo non dovrebbe restare confinato nei limiti di uno spazio politico ultra-identitario e altrettanto incerto, e infinitamente condizionabile da una duplice dialettica: quella distruttiva pd-centrica oppure quella neutralizzante dei Cinque Stelle.

IL “REDDITO DI DIGNITÀ” È STATO SEQUESTRATO ANCHE DA Silvio Berlusconi (Forza Italia) durante la campagna elettorale 2018. Anche Berlusconi ha proposto un “reddito di dignità”. Sarebbe analogo all’imposta negativa sul reddito teorizzata dal fondatore del neoliberismo Milton Friedman, un trasferimento pubblico di contrasto alla povertà destinato a coloro che sono sotto il livello povertà assoluta. Alle accuse di Di Maio di avere “copiato”, Berlusconi ha risposto: “Caso mai ho copiato Milton Friedman, il quale sosteneva che una famiglia che guadagnasse bene dovesse dare un contributo allo Stato mentre dovesse essere lo Stato a sostenere la famiglia in difficoltà”. In questa formulazione il reddito di dignità sarebbe pari a mille euro – come la proposta sulle “pensioni minime” di Forza Italia – ma non si sa ancora se è una misura incondizionata che non richiede al beneficiario di accettare un lavoro qualsiasi, come invece pensava il liberista Friedman. In ogni caso ha un duplice difetto: il povero è considerato un individuo assoluto, separato dalla società; tale imposta contribuisce allo smantellamento del Welfare, quello accelerato dai governi presieduti dall’ex Cavaliere famoso per il taglio alla spesa sociale, alla scuola e all’università.

DA QUESTA BREVE RICOSTRUZIONE EMERGE UN FATTO: SOSTENERE il reddito di base è una proposta neoliberista è un falso. Dire che Milton Friedman è l’unico a proporre forme di distribuzione estranee al rapporto di lavoro, e che per questo il reddito di base è neoliberista, è insignificante quanto sottolineare l’affezione dei fascismi per la piena occupazione. Esiste una nozione neoliberista di reddito di base, un’altra “lavorista” e un’altra ancora – tanto liberale, quanto comunista. Noi ci soffermiamo su queste ultime due, anche perché esiste a livello globale un vasto schieramento di forze culturali che conducono un dibattito anche molto avanzato a partire da queste premesse.

NEL CAOS POLITICO ITALIANO CHI STA PERDENDO tempo e vita sono milioni di persone la cui vita migliorerebbe con una riforma universalistica del Welfare familistico, lavorista, burocratico e anacronistico o. Gli unici, ad oggi, che sostengono una prospettiva di “reddito minimo garantito” sono in parte in Sinistra Italiana, la lista “Potere al popolo”, la rete dei Numeri Pari. Ma questa proposta è ormai del tutto inadeguata rispetto alla gravità della situazione. Senza contare che ormai si presta alla strumentalizzazione del lavoro povero e coatto e all’inserimento nel dispositivo neoliberista delle politiche attive. È necessario superare queste incertezze e formulare una proposta radicale capace di rovesciare il tavolo.

IN QUESTA PROSPETTIVA molto interesse desta la proposta di “reddito di autodeterminazione” avanzata dal movimento “Non una di meno”. La novità più interessante nella politica degli ultimi tempi porta questa rivendicazione in piazza nello sciopero delle donne dell’otto marzo. Queste posizioni che potrebbero evolvere verso un vero reddito di base universale. Una parte ancora poco visibile politicamente, a cui bisognerebbe chiedere più coraggio e azione politica per sfuggire alla tenaglia ideologica del pauperismo, del miserabilismo e di un’equivoca, nostalgica e acritica idea “socialdemocratica” dello stato che oggi unisce lavoristi di destra e di sinistra.

BISOGNA LIBERARCI DA UN ALTRO EQUIVOCO. Il discorso sul reddito di base non è una prerogativa della Silicon Valley dove alcune start up lo stanno sperimentando a Oakland e a Stockton. Va ricordato che di sganciamento del reddito dal lavoro, e di riforma del Welfare, si parla dagli anni Settanta in Italia, in Germania e nella sinistra europea più avanzata. Senza contare che un reddito di base non esclude il lavoro, ma libera il soggetto dal suo ricatto, per un libero sviluppo della sua personalità. Un’antica aspirazione del Marx teorico della “forza lavoro” e non del “lavoro”, come ritengono i lavoristi che hanno del marxismo un’immagine umanistica, smithian-ricardiana e certamente non comunista. Da un altro punto di vista, altrettanto radicale, di recente Stefano Rodotà ha proposto la formulazione di un diritto fondamentale al reddito che ha chiamato diritto universale di esistenza. Un diritto che oggi può strutturare ogni proposta alternativa di tipo politico, economico, sociale ed esistenziale al di là della fascinazione acritica per gli automatismi della Silicon Valley in cui è caduta la sinistra non lavorista.

UNA VOLTA MESSO IN ORDINE il quadro teorico e storico, è giunto il momento di un’iniziativa politica autonoma sul reddito di base. Non è mai troppo tardi.

Articolo contenuto in “Oltre il reddito di inclusione. Un reddito garantito come diritto di base”, Quaderni per il reddito, 8, febbraio 2018, Basic Income Network-Italia, scaricabile qui

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