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L'urto del pensiero

Nizza e il terrorismo dell’indignazione

Le prime immagini della strage di Nizza

Le prime immagini della strage di Nizza

di PAOLO ERCOLANI

 

Mi dispiace ma non ci sto.

Non ci sto a lasciarmi accecare dalla rabbia e dal dolore, ma soprattutto non posso e non voglio arrendermi al meccanismo dello «spettacolo» mediatico, quello che vorrebbe regolare la nostra comprensibile indignazione e limitarla.

Tanto geograficamente (piangere e indignarsi per i «nostri» morti europei e occidentali, ignorando gli altri), quanto in termini di profondità (comprendere i tragici fatti che avvengono, ma soltanto fino a un certo punto di profondità che, in genere, si ferma alla superficie).

Questo non solo e non tanto per un fatto di etica, di giustizia, o se si vuole di morale, ma perché il nostro compito di esseri umani pensanti è ragionare, comprendere i piani della realtà che ci circonda, valutarne (seppur con la fatica del dolore) la complessità.

La tragica fatica del comprendere

Sono passaggi sofferti, specie quando si ha a che fare con vittime innocenti di una furia omicida, ma indispensabili se lo scopo finale è quello di provare a uscirne, quando invece lo scopo di chi ci governa è farci indignare a comando, farci ragionare solo fino al punto di profondità consentito, farci aderire alle guerre che i nostri paesi conducono in nome di interessi economici e di potenza. Che, per inciso, quasi mai hanno delle ricadute positive neppure sulle nostre, di popolazioni (oltre che su quelle che ne sono colpite), che infatti cadono vittime del terrorismo.

O meglio: cadono vittime di guerre condotte dai poteri forti di una parte e dell’altra, esclusivamente intenzionati a scontrarsi per ragioni squisitamente di potere e di denaro, utilizzando le rispettive popolazioni come carne da macello o, bene che vada, come strumento di consenso e supporto a quelle guerre stesse.

Quando una persona, di cultura musulmana e origine araba (tunisina), come è accaduto stanotte a Nizza, decide di colpire in maniera così brutale ed efferata la popolazione civile, falcidiando in maniera indiscriminata ogni individuo che gli capita sulla strada, è fin troppo agevole limitarsi all’indignazione contro l’ennesimo terrorista, abbandonarsi allo sgomento, all’orrore, alla rabbia contro la furia islamica, stringendoci attorno a un’improbabile identità comune che ci fa dichiarare tutti «francesi», piuttosto che tutti americani o tutti tedeschi. Ma soprattutto, tutti uniti contro la furia e l’orrore perpetrati dalla barbarie islamica.

Credo sia lo stesso meccanismo per cui, in una zona imprecisata di uno dei tanti paesi mediorientali conquistati, sfruttati e martoriati dalle potenze occidentali, le popolazioni che ogni giorno subiscono bombardamenti aerei, attacchi missilistici, o anche attentati terroristici da parte dell’Isis (il Dipartimento di stato americano ci informa che nel 2015 i paesi che, in tutto il mondo, hanno subito più attentati sono, nell’ordine: Iraq, Afghanistan, Pakistan, India, Nigeria, Egitto, Filippine, Bangladesh, Libia, Siria, per un totale di circa 30.000 morti. I paesi occidentali sono ben ultimi, per fortuna, con pochissimi attentati e un numero esiguo di vittime…), sono portati a covare odio e risentimento contro l’Occidente (che fra l’altro ha creato e spesso sovvenzionato il fondamentalismo islamico, specie attraverso le monarchie arabe), indignazione contro i piloti dei nostri aerei, i nostri militari, le nostre truppe di occupazione, i nostri mercenari.

Spauracchi

Odio e indignazione contro tutto l’Occidente ritenuto colonialista, imperialista, sfruttatore e massacratore di quelle terre e popolazioni mediorientali.

In questo modo, con l’odio e l’indignazione reciproci delle popolazioni occidentali e islamiche, le rispettive classi dominanti e governanti ottengono quello che vogliono: mascherare i propri interessi economici e di potenza con lo spauracchio dello «scontro di civiltà».

E dire che basterebbe provare ad andare oltre, per comprendere. Per esempio oltre l’orrore, la rabbia e la disperazione provocate dal primo piano del terrore: in questo caso il terrorista che col suo camion falcidia un numero impressionante di persone.

Odio, rabbia, sofferenza per quelle vittime innocenti, indignazione contro il nemico terrorista sono sentimenti troppo facilmente conseguenti, perfettamente comprensibili, ancor di più perché indotti dai nostri governi, e dal mainstream mediatico, che si indignano essi per primi fermandosi a quel primo piano superficiale del terrorismo, parlando di scontro di civiltà, di Occidente assediato, vittima di una furia cieca contro la quale bisogna reagire con la massima forza e decisione. Cioè con la guerra, quella che peraltro stiamo imponendo a quei paesi da secoli. Viene in mente, quando a indignarsi sono i potenti e l’informazione spesso servile, il celebre aforisma 26 di Al di là del bene e del male, dove Nietzsche scriveva che «nessuno mente tanto quanto l’indignato!».

Se mi si passa il parallelismo azzardato, è un po’ lo stesso meccanismo spettacolare che il potere ci impone quando deraglia un treno, come accaduto pochi giorni fa in Puglia.

Dolore, rabbia, sconforto per l’episodio. Con conseguente ricerca del colpevole confinata all’interno dello stesso episodio (ancora una volta: il primo piano superficiale): errore umano, distrazione del macchinista, confusione da parte del capostazione.

I piani del reale

Salvo rimuovere il piano ulteriore di quell’orrore, che per esempio richiama il taglio sconsiderato che i nostri governi, sulla scia dei diktat imposti dalle istituzioni finanziarie sovranazionali, stanno operando rispetto alla tutela e alla manutenzione della cosa pubblica (che poi è una delle ragioni fondanti per cui paghiamo le tasse), limitando il personale (sempre più stanco e stressato), impoverendo la sicurezza, generando una situazione diffusa di maggiore rischio pronto a deflagrare in tragedia in qualunque momento.

Non sono sbagliati o incomprensibili i moti di orrore, indignazione, rabbia, sofferenza per le vittime che si generano in queste due tristi (e certamente diversissime) situazioni tragiche.

È che vengono attivati, promossi e soprattutto confinati sapientemente da un sistema di potere politico-economico-mediatico che ha interesse a che noi ci si fermi al piano superficiale ed emotivo della comprensione/reazione.

Un po’ come accade sui social network, dove quasi a comando diventiamo tutti Charlie Hebdo, tutti francesi o tedeschi o americani, con tanto di post indignati, feroci e definitivi contro il «nemico» più facile da individuare, da maledire, da odiare perché lui a sua volta odia noi ed è spinto a colpirci in maniera devastante e barbara.

Quasi in una sorta di grande orgia dell’indignazione a comando, di una comprensibile sofferenza a cui però è preclusa la comprensione di ciò che c’è dietro (e che a monte causa quegli stessi orrori per cui piangiamo), di un gioco tragico e osceno in cui noi siamo costretti a recitare il ruolo delle pedine e delle vittime, mentre chi ci governa gestisce sulla pelle nostra e dei nostri «nemici» gli equilibri e i rapporti di forza della politica (e della finanza!) nazionale e internazionale.

So che può sembrare irrispettoso, osceno, persino blasfemo dire questa cosa, ma per quanto difficile e tormentante, dobbiamo provare ad andare oltre il primo piano del «terrorismo dell’indignazione». Provare a capire che il terrorista islamico, il pilota dell’aereo occidentale, il fanatico religioso come anche il razzista xenofobo sono il primo piano dell’orrore, la tragica e violenta superficie che esalta il loro ruolo di pedine. Che provocano orrore, terrore e dolore indicibili e ingiustificabili, sia chiaro.

Ma pur sempre pedine. Pedine di un «gioco» che quanto più non riusciremo a comprendere fino in fondo, tanto più continuerà a vederci entrambi, popolazioni occidentali e islamiche, ridotti a pedine e carne da macello in vista di scopi e interessi superiori.

  • Angela Santoro

    Condivido tutto, anche i punti e le virgole, come suol dirsi…

  • Alfredo

    Andare oltre il primo piano del ” terrorismo dell’indignazione” ? Impresa ardua….veniamo da decenni di tv commerciali…di berlusconismi di cadute del muro di Berlino con la conseguenza morte delle ideologie soppiantate dai più pericolosi fanatismo religiosi. Si può sempre provare. Questo articolo conferma comunque l’importanza del manifesto.

  • gerardo Garzone

    Non saprei aggiungere altro alle puntuali considerazioni dell’articolo, salvo l’amara constatazione che tutto ciò lo possiamo trovare quasi solo sul Manifesto dove i lettori sono già consapevoli di questi meccanismi di manipolazione e occultamento delle vere cause di questi fatti. Raggiungere la grande massa è un’impresa quasi titanica ma occorre continuare su questa strada. Grazie, Paolo Ercolani !