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Horror Vacuo

New York Film Festival: da Spike Jonze a James Franco

Sbobinare un festival dalla fine e tornare indietro, sbottonando i piedi e il passo, dal 13 ottobre al 27 settembre. Come un incubo senza meraviglie né scatole azzurre di sonnifero, come un aquilone elettronico, come il nastro di Moebius. Come il 51esimo New York Film Festival che si è concluso con la proiezione di Her (con Joaquin Phoenix) e ha allungato il kick off sotto la première di Captain Phillips (Tom Hanks semi-naufrago). Due anelli di fidanzamento, il film diretto da Spike Jonze e quello di Paul Greengrass, due candelabri accesi e fuori moda, immersi nell’oblio, nella ricerca dell’alieno e dell’asimmetrico. Sia che si tratti di uno scrittore solitario (Theodore/Phoenix) a dialogo con una voce sintetica da amare e proteggere, sia che si muoia di claustrofobia, incubati nell’acquasanta, dentro la real-life di un capitano americano (Phillips/Hanks) rapito dai pirati somali.

La selezione ufficiale del New York Film Festival sembra portarci dritti al crash tra il modernismo europeo e l’innovazione, a volte edulcorata altre astratta, dell’America più rude o selvaggia. In mezzo scorre il cinema. C’è l’isola favolistica, portatile, socchiudibile, apribile – d’amore, d’avventura, di morte – attraversata da Ben Stiller ne I sogni segreti di Walter Mitty, ipotetico remake della commedia del ’47 (Sogni proibiti con Danny Kaye), in cui un photo editor di Life Magazine sogna la supervita che l’utero da ufficio non dona; ci sono le lancette fuoripista e fuori posto di About Time per la regia di Richard Curtis (romantic comedy con viaggio nel tempo, già presentata a Locarno); e ancora, la Manhattan anni Venti in The Immigrant di James Gray, la musica folk iperbolica per Inside Llewyn Davis dei fratelli Coen, la gelosia intima (Jealousy) secondo Philippe Garrel, l’abuso di fragilità visto da Catherine Breillat (in paralisi, nel 2004, a causa di un colpo apoplettico, in seguito ingannata da Christophe Rocancourt per l’adattamento del romanzo Bad Love), ci sono le perdite nella cartoleria del mare (Oceano Indiano) di All Is Lost, diretto da J.C. Chandor, con Robert Redford, e quelle amaro-lisergiche di Alexander Payne e Bruce Dern, dal Montana al Nebraska. Dall’acqua alla sabbia rocciosa.

La convergenza cine-festival a New York ha dato spazio anche al documentario e a carezze narrative imponenti, grazie alla selezione di Kent Jones, con oltre 30 titoli in listino, inclusi il doc Who is Dayani Cristal?, con Gael García Bernal, e l’opera di Martin Scorsese, L’età dell’innocenza. Tre sezioni – Motion Portraits, Applied Science, Revival – per raccontarci di Google and the World Brain oppure How Democracy Works Now. Altrettanto enfatica l’escursione nell’American Gothic di James Franco, ispirata/adattata su fondamenta solide (Corman McCarthy), che fa una scansione del tempo senza ellissi. Dritta, dritta.