closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Nuvoletta rossa

Neri sotto il sole: fumetti e diritti fra Black Power e Gay Lib

Fa strano mettersi a parlare di diritti negati a qualche ora dalla querelle democratica su unioni Gay e dintorni fra i 38 dissidenti capitanati da Paola Concia e il comitato sulle Unioni civili presieduto da Rosy Bindi. Fa strano, soprattutto alla luce di due libri a fumetti portati in libreria recentemente da Magic Press e Bao Publishing. Ovvero, la ristampa definitiva del manifesto gay Figlio di un preservativo bucato di Howard Cruse. E Il silenzio dei nostri amici di Mark Long, Jim Demonakos e Nate Powell, storia dell’amicizia tormentata fra due famiglie texane degli Anni 60, una WASP e una nera. Strano, si diceva. Perché viene il sospetto che ai due lati dell’Atlantico ci si rispecchi nei rispettivi fallimenti. Quello italiano di un centro-sinistra poco di lotta e molto di governo che non perde occasione per mostrare la propria inadeguatezza rispetto a tematiche ritenute dirimenti da larga parte della base. E quello americano di un Paese che, celebrando le battaglie per i diritti civili attraverso un mezzo apparentemente popolare come il fumetto, corre il rischio di derubricarle ad acqua passata, un po’ come a suo tempo il western politico rispetto al genocidio indiano. Dimenticando che fatte salve alcune meritorie prese di posizione in fatto di civil rights, per molti versi l’America resta ben lontana da uno stato di diritto. Lo dimostrano le percentuali di neri nel braccio della morte, gli sfoghi rancorosi contro Barack Obama registrati negli stati del Sud dal nostro Marco D’Eramo, come pure Abu Ghraib o le reazioni a una riforma sanitaria un po’ più aperta al sociale e subito bollata come “comunista” da ampi strati della popolazione e dell’establishment.

E però: negli States può capitare che il primo presidente di colore della storia si dichiari a favore del matrimonio Gay. È cronaca del 9 maggio 2012. In Italia, invece, siamo ancora fermi alla buona vecchia doppia morale di marca demochrist superstar, quella che tutto va ben madama la marchesa purché le cose si facciano di nascosto, e senza disturbare il manovratore.

“Figlio di un preservativo bucato”, Magic Press, 224 pagine, € 15,00

Consoliamoci con questi due volumi complementari nelle tematiche, densi nei contenuti, diversissimi nell’impianto grafico e narrativo. Stuck Rubber Baby di Cruse, classe 1944, alfiere del magazine Gay Comix con autori del calibro di Roberta Gregory e Andy Mangels e un po’ una sorta di Recherche del fumetto gay. Un bildungsroman che racconta la lenta e appassionata scoperta della propria identità sessuale e politica da parte del beefcake Toland Polk e la sua variopinta famiglia allargata à la Ozpetek comprendente femministe battagliere, sex machine all black, combattive signore del blues, pastori evangelici, sbirri ignoranti, klanmen solo un po’ più civilizzati, criptochecche, drag queen… la trappola narrativa rappresentata dall’ambientazione contestataria Anni 60 è brillantemente aggirata attraverso il ricorso a una narrazione intima, non priva di acida ironia, tutta giocata nei confini di una piccola città immaginaria del Sud degli states. Nel magnum opus di Cruse, il privato del protagonista ha decisamente la meglio sul pubblico rappresentato dalle lotte dei Black Panther per i diritti civili o dall’orgoglio LGBT: come in tutti i grandi feuilleton, questi ultimi vengono collocati sullo sfondo, a tutto vantaggio dell’elemento umano incarnato in un cast ricchissimo e vischiosamente seduttivo. L’autore procede prendendosi tutto il tempo necessario per raccontare i personaggi, le loro incertezze, le loro decisioni e le loro indecisioni. A completare il tutto, un approccio narrativo finto-minimal e in realtà dettagliatissimo, che frulla insieme le rotondità di Botero e l’arte povera di Crumb o Spiegelman, per una lettura da approcciare senza fretta, seguendo la corrente pigra delle parole e delle immagini.

“Il silenzio dei nostri amici”, Bao Publishing, 208 pagine, € 16,00

Diverso il caso di Il silenzio dei nostri amici. Qui, la lezione di Martin Luther King echeggia forte e chiaro a partire dal titolo, “rubato” direttamente a un discorso del pastore e attivista ucciso a Memphis nel 1968. Qui, l’amicizia fra il teleoperatore bianco Jack Long e l’avvocato nero dello Student Nonviolent Coordinating Committee Larry Thompson è il pretesto per rileggere con il senno di poi gli scontri fra la Houston bianca e quella nera lungo il confine incarnato dalla Wheeler Avenue, la morte accidentale di un poliziotto a causa del “fuoco amico”, e il processo indiziario a carico di cinque studenti neri della Texas Southern University, poi fortunatamente assolti dall’accusa di omicidio. Anche in questo caso, il motore narrativo della storia è quello del romanzo di formazione. Ma rispetto a Cruse, lo spazio per l’ironia resta ridotto allo spazio dedicato ai bambini di casa, ingenue personificazioni del lettore medio destinate allo sgomento di fronte alla vergogna della segregazione razziale. E il respiro dell’opera, affidato a un bianco e nero sfumato in mezza tinta e insofferente rispetto alle costrizioni della “solita” gabbia grafica a sei vignette, si fa sempre più rarefatto, per concludersi con una marcia triste solenne e determinata degna di Pelizza da Volpedo. Grande cinema civile disegnato per una estate da vivere slow.