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losangelista

Nell’Aria di West Hollywood

West Hollywood - 26 giugno 2015

West Hollywood – 26 giugno 2015

Ieri sera nel parco di West Hollywood ci sono state lacrime abbracci sorrisi e pugni chiusi, Soprattutto sollievo per una lunga lotta giunta al termine. Il parco è storico luogo di appuntamenti per il  movimento per i diritti dei gay. Qui negli anni 70 si è aggregata una comunità galvanizzata dalla mobilitazione contro la repressione di Stonewall quando l’omosessualità era ancora reato in 50 stati compresa la California. In questo parco, dopo il suo assassinio nel 1978 ci sono state le veglie per Harvey Milk, l’uomo che ha formulato la militanza gay come lotta politica. Nei lugubri anni ‘80 e ‘90 quando la comunità di West Hollywood come quelle del Castro di San Francisco e del West Village sono state decimate dall’epidemia il movimento si è ulteriormente politicizzato mobilitandosi qui per rivendicare una cura per l’AIDS. In questo parco è stata celebrata l’abrogazione dell’ultima legge anti-sodomia (del Texas, nel 2003) e l’inizio dell’ultima battaglia: quella per la legalizzazione del matrimonio fra persone dello stesso sesso. Qui ho assistito ai festeggiamenti per i matrimoni gay celebrati per una breve stagione a San Francisco nel 2004 e le manifestazioni di protesta quando il governatore Schwarzenegger li ha congelati in quanto incostituzionali. Ho visto centinaia di coppie in fila per la licenza quando i matrimoni sono ripresi nel 2008 e altri comizi quando il referendum detto Prop 8 ha di nuovo bloccato le unioni prima di essere a sua volta invalidato da una corte federale. Fotografato da questo parco lo scorso decennio è stato un film a “passo uno” di una lotta giuridico-politica che culminata nella mattina di giugno di l’altroieri in una storica sentenza della corte suprema degli stati uniti. Sin dall’inizio c’era la sensazione di testimoniare una delle ultime grandi campagne peri diritti civili in America. E c’è comunque qualcosa di emozionante nell’assistere al momento in cui un gruppo di persone unite dalla solidarietà di una perenne discriminazione, ottiene l’uguaglianza. “L’arco dell’universo morale è lungo ma si incurva verso la giustizia” recita la celebre citazione attribuita a Martin Luther King, e quello per matrimoni gay, come quello per l’emancipazione degli afro americani è stato paradigmatico dei movimenti per il progresso sociale. È un’affermazione, è vero,  che molti neri contestano, specie in un momento storico dove risultano lampanti le lacune che li riguardano ancora. Eppure in entrambi i casi la parabola di minoranza discriminata che ottiene infine il riconoscimento “della pari dignità umana davanti alla legge” testimonia una evoluzione politica che afferma la fondamentale funzionalità di un sistema in cui confluiscono militanza, impegno civile e garanzia giuridica. In questo senso la sentenza di questa settimana è storica come quella di Brown v Board of Education che ha desegregato le scuole pubbliche del sud o Roe v Wade che ha legalizzato l’aborto o ancora Loving v Virginia che (solo nel 1967) ha sancito il diritto al matrimonio fra bianchi e neri: rappresenta la sanzione politica dell’inalienabile diritto alla pari dignità umana. E rappresenta un  sistema che ha funzionato, raggiungendo la logica conclusione “laica”, inevitabile una volta che le garanzie della costituzione fossero state stralciate dalle sovraimposizioni religiose travestite da supremazia morale, la fallacia fondamentale dei partigiani delle famiglie tradizionali.

Cambiamenti così, come ha ricordato Barack Obama, spesso impiegano decenni a maturare,  ma a volte giungono come folgori. In un ottica storica gli undici anni appena  trascorsi da quei primi matrimoni celebrati in Massachusetts e San Francisco registrano un cambiamento culturale epocale quanto fulmineo. Ne sa qualcosa proprio Obama che fino a 5 anni fa reputava ancora politicamente inarrivabile l’obbiettivo finale. La sua conversione come quella di molti politici è stata determinata da una straordinaria evoluzione nell’opinione pubblica: nel 1996 il 68% degli americani si dichiarava ancora contrario ai matrimoni gay, oggi la netta maggioranza dei cittadini è a favore, numeri che registrano una rapidità nell’inversione di tendenza che non ha precedenti e che è ancora più marcata fra i giovani. Il 77% degli under 30 supportano in matrimoni; un dato che perfino frai giovani repubblicani è del 61%! Così quello che era fra i principali argomenti delle “culture wars” utili a far perno sull’indignazione degli elettorati conservatori è svanito fra le mani dei leader repubblicani. La decisione della corte suprema ha colto in contropiede i candidati GOP, stretti fra le critiche obbligatorie per placare la propria base ed il possibilismo impacciato necessario per essere eletti presidenti di questa nuova America, in una campagna che proprio a causa della “questione gay” potrebbe presagire un’ulteriore crisi della destra “ideologica” sempre più culturalmente spiazzata. “Non si possono amare i personaggi di Modern Family e conservare i pregiudizi” ha detto Judd Apatow che ieri a Santa Monica promuoveva il suo ultimo film, Trainwreck con la comica femminista Amy Schumer,   esprimendo una semplice verità sulla capillare influenza culturale di una semplice sitcom, o meglio di un immaginario globale che trascende ormai e supera i tradizionali processi politici.

Tutto questo c’era nell’aria ieri a West Hollywood Park, assieme al ringraziamento di Obama per i sacrifici degli “innumerevoli anonimi eroi” che col loro impegno personale hanno reso possibile questa “vittoria per l’America”. È stato il riconoscimento dell’identità gay come atto intrinsecamente politico, e nella folla di West Hollywood ognuno ha capito esattamente cosa volessero dire quelle parole.

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