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Nella protesta di New York – Video

Foley Square - ieri sera

Foley Square – ieri sera

Il concentramento ieri era dato per Foley square, la piazza antistante il municipio a lower Manhattan, già teatro di tante manifestazione Occupy. Scendendo da Union Square già nell’East Village si incrociavano squadre di volanti e furgoni NYPD che presidiavano gli incroci. Sotto Houston street c’era un imponente assembramento di polizia – un centinaio di agenti in divisa, più cellulari e una ventina di vigili su scooter – in attesa di consegne. Passato Canal il rombo degli elicotteri si mescolava al brusio della folla, percussioni e slogan sempre più vicini. Un ultimo angolo per entrare nella piazza e un colpo d’occhio impressionante: tanta, tantissima, gente, incazzata e festante: fischietti, cartelli, bare di cartone recanti i nomi di recenti vittime della polizia. Drappelli di manifestanti scandivano slogan botta e risposta, soprattutto “We Can’t Breathe!”, “Hands Up, Don’t Shoot” e l’immancabile “No Justice. No Peace!”. La colonna sonora del movimento antirazzista che in questi giorni sta rompendo gli argini della mortifera “normalità”. Dalla scorsa estate coi fatti di Ferguson, e soprattutto dal verdetto del gran giurì di dieci giorni fa, le proteste non si fermano, impongono la questione della brutalità poliziesca all’ordine del giorno, ai media, alla politica costretta a confrontarsi con un argomento scomodo che di solito viene messo tacere con un generico rammarico. Stavolta no. Qualcosa è decisamente cambiato grazie alle centinaia di migliaia di ragazzi che in tutte le città americane stanno scoprendo la protesta pacifica ma tenace. Come quelli di Foley Square ieri sera. Migliaia, forse 5000 che verso le sei hanno cominciato a defluire dalla piazza in varie direzioni, dividendosi in diversi tronconi poi ritrovandosi in un corteo unitario che si è diretto su ponte di Brooklyn occupandolo. Ma altri spezzoni di corteo quasi subito hanno cambiato direzione, gruppi sparsi hanno bloccato la FDR, un altro troncone è andato a chiudere la West Side Highway, poi l’entrata del Holland Tunnel. Nel giro di un paio d’ore Manhattan era in tilt. “Disturb the peace!”, “Shut it down” – impedire che tutto scorra come prima – partire dal traffico – è la consegna del movimento. È straordinario come a New York, diventata epicentro delle manifestazioni dopo il verdetto su Eric Garner, la protesta si muova organicamente nella città senza alcun apparente coordinamento centrale. Non si può parlare di veri e propri cortei ma sa semmai di flash mob che si assemblano fluidamente e si disperdono con altrettanta, quasi giocosa immediatezza – guidate da un intelligenza crowdsourced, consensi mutevoli e a volte apparentemente contraddittori che montano e rismontano azioni fulminee in vari quartieri della città, impegnando la polizia su più fronti. La gente usa twitter per comunicare e la subway come un sistema direzionale sotterraneo. Ieri gruppi di ragazzi variopinti lasciavano la manifestazione di Union Square e montavano in metro per riapparire a Times Square pochi minuti dopo. Perseguire le manifestazioni simultanee si usano i social media – o si seguono gli elicotteri che stazionano sopra le manifestazioni. Una città paralizzata da una protesta indignata ed esuberante, decisa a cambiare una volta per tutte una realtà da troppo tempo soffocante. We Can’t Breathe!