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La rete nel cappio

Nel labirinto dei social network

Carlo Formenti è uno studioso attento della «cultura di rete». Inoltre ha il pregio della chiarezza e di un disincantato e

tuttavia condivisibile realismo, elementi che purtroppo sono assenti in molte delle riflessioni provenienti dal mondo anglosassone. Una chiarezza e un realismo che lo hanno portato a misurarsi criticamente con autori, percorsi di ricerca che hanno sempre qualificato la Rete come un realizzato regno della libertà. In questo saggio descrive questa costellazione teorica, mettendo in guardia da facili scorciatoie, perché è una costellazione teorica che, nonostante le indubbie differenze al suo interno, riesce ad esercitare un’egemonia culturale, riesce cioè a presentare un ordine del discorso che produce consenso e che per questa sua capacità performativa merita di essere smontata pezzo per pezzo. L’autore di Felici e sfruttati inanella tutti i luoghi comuni della cultura dominante di rete: Internet regno del gratuità; il web come sinonimo di libertà di espressione perché impregnato della capacità dei singoli di produrre autonomamente contenuti; il cyberspazio come habitat di una imprenditorialità tanto diffusa che si può parlare tranquillamente dell’avvento di una società postcapitalistica. Dietro questi luoghi comuni c’è la inveterata convinzione che la tecnologia è sempre uno strumento di libertà. Con pacatezza Formenti evoca più volte gli ultimi scritti di Marshall McLuhan, quando il teorico del «villaggio globale» invitava alla cautela nello scambiare le potenzialità di una tecnologia con i mutamenti che mettevano in moto, arrivando a sostenere che la stampa, la radio e la tv stavano cambiando le facoltà cognitive dell’essere umano. Tesi recentemente ripresa da Nicholas Carr, uno dei più interessanti critici della cosiddetta googlization .
E tuttavia non ci troviamo di fronte alla riproposizione dell’alternativa tra apocalittici e integrati. Il problema non è se rifiutare la tecnologia digitale o, all’opposto, ritenerla una tecnologia della liberazione. Il nodo da sciogliere è cosa fare in una realtà dove la grande trasformazione è già avvenuta. È una domanda ineludibile, che costringe a misurare l’analisi condotta finora alla luce di quanto di conflittuale si muove dentro e fuori lo schermo. Da questo punto di vista, il panorama fa pensare che non tutto è perduto, come spesso emerge dalla pagine di questo saggio.
Prendiamo la critica che Formenti svolge alle tesi di un capitalismo senza proprietà privata. Secondo il giurista statunitense Yochai Benkler la Rete sarebbe caratterizzata da imprese che si appropriano ex-post della ricchezza prodotta da una cooperazione sociale che produce e diffonde contenuti. Prendengo congedo dal linguaggio liberale di Benkler siamo cioè di fronte a una accumulazione per espropriazione. Soltanto che ad essere espropriate non sono le materie prime o la terra, bensì i contenuti digitali. Strumento per questa «cattura» della ricchezza è il capitale finanziario e le norme su copyright, brevetti e tutela del marchio. Analisi sui cui Formenti non ha certo nessuna difficoltà ad accettarla, come testimonia i capitoli dedicati a «Capitale, valore e lavoro nel tempo della Rete» . Il punto di dissenso è semmai su come interrompere il circolo virtuoso tra finanza e proprietà intellettuale.
L’autore di Felici e sfruttati ritiene infatti che il soggetto della trasformazione non potrà essere né la classe creativa, né la moltitudine teorizzata dalla scuola cosiddetta postoperaista. Ma la classe creativa è una costruzione sociologica tanto fragile quanto impregnata delle ideologia neoliberista dell’individuo proprietario. È cioè l’espressione con cui il suo inventore, Richard Florida, ha pudicamente indicato il fatto che la cooperazione produttiva, dentro e fuori lo schermo, eccede i rapporti sociali di produzione e che tale eccedenza – di talento, di conoscenza, di savoir faire – debba essere indirizzata nella riqualificazione delle metropoli, Insomma, l’eccedenza dei rapporto sociali mostrata dal lavoro vivo contemporaneo dovrebbe essere dirottata, secondo Florida, e messa a profitto in una riqualificazione del territorio metropolitano. Una riqualificazione che non limitata solo al degrado ambientale, ma nel favorire il contesto in cui la produzione di conoscenza e della sua diffusione sia propedeutica a una innovazione continua tanto dei processi produttivi che dei prodotti.
Nelle tesi di Florida emerge cioè il problema di neutralizzare il potenziale politico per una critica del capitalismo digitale che il lavoro vivo continua a manifestare. In forme insufficienti, certo, che peferiscono l’ambito micropolitico alla grande Politica (cioè quella attenente al superamento dell’attuale organizzazione sociale).
Ci sono però due ospite inattesi in questo panorama molto più dinamico e aperto al conflitto sociale di quanto emerga in alcune pagine del volume. Il primo si chiama precarietà, una condizione che rivela come tutte le figure del lavoro vivo – senza cioè nessuna perniciosa e strumentale distinzione tra lavoro materiale e immateriale – sono ingabbiate in un regime di sfruttamento che costringono appunto a misurarsi non con la micropolitica ma, appunto, con la grande Politica. Il secondo ospite si chiama «economia del dono».
È questa un’espressione mutata dalle tesi sviluppate, tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento, dall’economista austriaco Karl Polany e dalle analisi degli antiutilitaristi francesi del Mauss. Carlo Formenti la introduce per indicare la possibilità di una trasformazione sociale che prenda congedo dal capitalismo senza però ripercorrere strade già note. Ma l’«economia del dono» sposta l’attenzione sul consumo, rimuovendo cioè quella realtà che vede produzione, circolazione e consumo come momenti sempre più compresenti di uno stesso processo di valorizzazione. È questa «totalità» che va assunta come il contesto in cui agire il conflitto, senza attendere messianamente che lo sviluppo capitalistico crei le condizioni per un suo superamento.