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Ceci n'est pas un blog

Nazionalismo e Civiltà

Sabato scorso su Repubblica c’era un’intervista allo scrittore britannico Robert Harris che riguardo la morte della deputata Jo Cox affermava “mezzo secolo fa in UK non c’era posto per chi predicava razzismo e xenofobia ma oggi purtroppo sì: l’Ukip di Farage e i tabloid questo linguaggio è legittimato“.
Britain First, prima i britannici, non è semplicemente uno slogan o il nome di un piccolo partito della destra radicale anglosassone è uno slogan riproducibile dagli xenofobi di tutti i paesi: del resto nell’affermare che esiste chi ha più diritti e chi ne ha diritto prima degli altri, ci sta tutta l’essenza delle campagne politiche razziste.

Il giorno prima sul Corriere della Sera avevano lasciato a Beppe Severgnini l’onore e l’onere di commentare la morte di Jo Cox aveva detto “la democrazia più semplice e più solida del pianeta (?!) scopre di non essere immune dalla violenza fanatica che sta segnando questo terribile anno per il mondo libero. Libero di soffrire, ormai. Libero di constatare che tra noi vivono individui per cui una convinzione giustifica una strage o un omicidio. Britain first! avrebbe gridato l’attentatore. Una follia avvolta in una bestemmia: se ami il tuo Paese lo onori non lo insanguini”. Mah. Oltre al fatto che nel resto del suo prestigioso commento mai una volta indica nel nazionalismo o nel fascismo la matrice politica dell’attentato.

Ma del resto quello del “nazionalismo” è il valore fondante delle ultime politiche dei paesi. La voglia di chiusura delle frontiere e la richiesta di pensare prima ai cittadini nati nel proprio paese è diffusa da nord a sud del continente. Oggi stesso, sempre sul Corriere, in prima fila negli ultimi mesi nella “difesa dei valori”, dalla penna di Pigi Battista usciva tutta una difesa del termine “nazionalismo” (esiste quello buono ed eroico di Churchill da contrapporre a quello di Hitler, dice Pigi e non importa se poi Churchill è stato un fautore del colonialismo) e infine ci ricorda che “cresce il termine intimidatorio islamofobia e soprattutto una buona dose di paura vietano l’uso di termini come islamico e islamista di fronte a prove di terrorismo a sfondo fondamentalista e fanaticamente religioso come quello di Orlando”.

Fermiamoci un attimo prima di ripartire da questo punto.
E’ ormai assodato che qualsiasi atto commesso da un uomo in nome dell’islam, che se agisce da solo, completamente slegato da qualsiasi rete politica, organizzativa, criminale, terroristica, è un reato fondamentalista islamico. Mentre ogni qual volta si compie un omicidio o una strage perché mossi da razzismo o xenofobia, il tutto viene derubricato con “il gesto di un folle, di un pazzo, ma soprattutto “isolato”. Si è detta la stessa cosa per Breivik. Si disse una cosa simile quando a Firenze Gianluca Cassieri sparò contro Samb Modou e Diop Mor, 2 migranti e ferendone un terzo quasi mortalmente. Lo stesso schema, ad oggi, viene usato per l’uomo che ha ucciso Jo Cox: è un pazzo, viveva isolato, era legato ai movimenti di estrema destra americana. La matrice politica dell’omicidio viene meno. Sparisce.

Sta diventando una triste tradizione, quella del “civic nationalism” come lo definiscono i britannici: quella xenofobia, violenta e virulenta, che si puntella nell’opinionismo da bar. “Non sono razzista, però…”. In Gran Bretagna, questo atteggiamento ha avuto nel corso degli ultimi due anni la sua rappresentazione plastica nell’English defence league, una accozzaglia di neonazisti, ultras e società “civile” (???) che ha agitato pogrom islamofobi per mezzo Regno Unito. Il ciclo dell’Edl si è chiuso in breve tempo, come giusto che sia quando si parla di becere operazioni politiche, spesso funzionali a promuovere ben più strutturate organizzazioni, ma i suoi epigoni in tutta Europa hanno ancora sufficiente visibilità: dai tedeschi Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes (letteralmente i patrioti contro l’islamizzazione dell’occidente, Pegida) ai tanti comitati antidegrado che vediamo sorgere in Italia, anche là dove “degrado” è un concetto risibile rispetto al disastro sociale che viviamo nella Penisola.

Chi blatera di nazionalismo “buono” si assume la responsabilità di buttare benzina sul fuoco, in un momento storico in cui i flussi migratori sono utilizzati come leva per mettere in crisi un’Unione europea che necessita certamente di una radicale riforma, ma che oggi non ha di certo nel ritorno allo stato nazionale la sua alternativa. Gli europei, che a giudicare da quello che si vede in giro sono ossessionati dalla sindrome di accerchiamento (quando non se ne strafottono altamente di tutto), saprebbero gestire un tale salto nel buio?

L’Europa contemporanea ci mostra come i nazionalismi abbiano di nuovo conquistato sia uno spazio nel dibattito politico, sia un consenso. Ne esistono di diversi, da quello “laico” nordeuropeo, a quello più grezzo delle formazioni vicine alle destre neofasciste fino a quello sciovinista che è nato ad est con il crollo dell’Unione Sovietica. Il collante tra tutti questi è l’avversione verso i migranti, di religione islamica in primis, ma anche verso chi la cittadinanza la ha, è tutt’altro che un ospite e non serve arrivare alla Francia o ai paesi di tradizione coloniale, basti pensare alle “ruspeeeee” che vengono minacciate nei confronti di rom, spesso italiani, nel nome del “buon senso” salviniano.