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Habemus papam, il collasso del potere

di Ida Dominijanni

C’è un modo, il più diffuso, di guardare al potere, che lo gonfia, lo ingrandisce, si riempie della sua pienezza e gode della sua solarità: è lo sguardo di chi ne è accecato anche quando lo contesta, e ossessionato anche quando lo combatte. E c’è un altro modo, che invece lo svuota, lo scarnifica, ne vede il limite interno, la fragilità costitutiva, l’impotenza che lo tarla: è lo sguardo di chi non se ne lascia più ossessionare né abbagliare.

Attenzione: questo articolo potrebbe rivelare particolari sulla storia.

Dopo averci mostrato, nel Caimano, il delirio di onnipotenza di un politico per caso che si crede unto dal Signore, Nanni Moretti ci mostra oggi la depressione impotente del cardinale Melville che di fronte alla chiamata divina si sottrae e dice: non posso, non ce la faccio, non sono io.

Lo sguardo cambia, l’oggetto resta lo stesso. Non inganni infatti lo spostamento oltretevere della cinepresa: Habemus Papam non è un film sulla Chiesa, o lo è solo nella misura in cui quella del papa è la figura più compiuta di chi sta in alto, potere e autorità insieme, investitura umana e divina: di più non si può, eppure è proprio a quell’altezza, in quel vertice, che il potere può collassare.

Così come la ritualità della sequenza che in Vaticano va dalla morte di un papa all’elezione di un altro è la figura più compiuta della teatralità liturgica del potere, di quella esattezza formale che dovrebbe regolarne e garantirne il funzionamento: eppure è proprio all’apice della forma e al culmine della performance che il potere può disfarsi.

Tutto infatti si disfa, con l’attacco di panico che impedisce a papa Melville di siglare con il rituale saluto dal balcone l’abbraccio con il suo popolo: i cardinali cominciano a manifestare strani desideri come prendere un cappuccino al bar invece che a mensa, dietro la loro impassibilità spuntano boccette semiclandestine di tranquillanti, si può perfino organizzare un torneo di pallavolo in attesa che Melville torni dal suo viaggio alla ricerca di se stesso nella città degli uomini.

E se intanto le forme, nella cittadella cardinalizia, si cerca di mantenerle a tutti i costi – il famoso «decoro delle istituzioni» che oggi si invoca a gran voce nell’Italia della politica deformata – è proprio allora che la sovranità mostra senza scampo il suo lato spettrale. La scena della guardia svizzera mandata a simulare per il popolo la presenza del papa col movimento delle tende dietro le sue finestre vale quanto un trattato di filosofia politica: il sovrano s’è dissolto, è solo un fantasma, l’ombra di un’assenza, a tenere viva l’attesa e l’identificazione delle masse che continuano ad attenderne l’epifania e a fantasticarne la potenza.

Si disfa anche qualcosa di più profondo, perché l’attacco di panico non è previsto nella razionalità politica né in cielo né in terra, e malgrado «la Bibbia parli della depressione e di tutti i suoi sintomi», «l’anima e l’inconscio non possono assolutamente coesistere»: sì che nemmeno lo psicoanalista chiamato a risolvere il caso può farci nulla, impedito com’è a parlare con Melville di tutto quello di cui dovrebbe parlargli, dalla sessualità al «deficit di accudimento» materno, per sbloccare la sua paralisi, e può solo attendere che Melville se la sblocchi da solo, ritrovando nel fallimento della sua vocazione giovanile a fare l’attore le ragioni del fallimento della vocazione adulta a fare il papa.

La metafora si rovescia di nuovo rispetto al Caimano: dove c’era un attore navigato dietro un politico onnipotente, adesso c’è un attore fallito dietro un papa mancato. Ma se quello ci imprigionava nelle sue fiction roboanti, questo ci libera con il suo scarno monologo finale: «In questo momento la Chiesa ha bisogno di una guida che abbia per tutto capacità di comprensione. Ho capito di non essere in grado di sostenere il ruolo che mi è stato affidato. Pregate per me».

La folla applaude e resta lì: il problema non è più di Melville, è suo. E nostro. Non è un papa, né indigeno né straniero, che ci salverà. Di fronte all’impotenza del potere, non ci resta che conciliarci con la sua, e la nostra, fragilità, e venire a patti con la sua, e la nostra, inadeguatezza.

dal manifesto del 15 aprile 2011