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Nuvoletta rossa

Nahui, Frida e le altre: le “Mujeres” terribili di Pino Cacucci e Stefano Delli Veneri

La Terra dell’Aquila e del Serpente è una vera ossessione letteraria per lo scrittore di Alessandria, che da 35 anni attira lettori e viaggiatori in quella che è la sua autentica seconda patria. L’occasione di un nuovo viaggio fra realtà e fantasia è arrivata dall’amicizia con l’illustratore milanese Stefano Delli Veneri, lui pure affetto da insana passione per il México verdadero. Un romanzo grafico, «Mujeres» (Feltrinelli, 144 pagine, € 15) in libreria a partire dall’8 marzo.

Di nuovo in Messico, señor Cacucci…

Parafrasando Galeano potrei dirti che Mexico me duele, il Messico mi fa soffrire per tutto quello che accade laggiù e che però qui si percepisce poco. Da noi, spiccano le notizie negative, le nefandezze, gli orrori; ma là, i tanti messicani che conosco e frequento mi ricordano che esiste sempre un Messico pieno di dignità e orgoglio che non si arrende e quindi mi dà sempre nuovi stimoli per scrivere. E visto che il presente c’è chi lo narra più egregiamente di me, io preferisco attingere al passato, come con questa galleria di donne inestimabili.

In passato ti eri già misurato con Frida e Nahui Olin, però.

 Ma qui c’è il desiderio di raccontare personlità che finora erano rimaste sullo sfondo, le tante che fra gli Anni ’20 e ’30 hanno dato una sferzata di rinnovamento alla società messicana. Tina Modotti, Nahui Olin e Frida Kahlo sono il pretesto per raccontare la loro epoca e le sue figure più misconosciute. Penso a Elvia Carrillo Puerto, cui credo si debba la primogenitura del termine femminismo. O Chavela Vargas, una cantante che ha incarnato l’essenza della “messicanità”, o ancora Antonieta Rivas Mercado, già citata in «Nessuno può portarti un fiore», morta suicida a Notre-Dame di Parigi senza che nessuno ne reclamasse la salma. Ma anche Nellie Campobello, che fu una grande scrittice però rimossa nel suo spesso Paese.

L’impressione è che in «Mujeres» abbondino le citazioni “in presa diretta” delle protagoniste.

Lo sforzo è stato quello di ricostruire gli eventi e i fatti realmente accaduti, perché ci interessava svelare retroscena o aspetti curiosi del passato. Per esempio, parlando della storia d’amore fra la grandissima inviata speciale statunitense Alma Reed e il Fratello di Elvia Carrillo Puerto, abbiamo sottolineato che i gringos si sono fregati la maggior parte del patrimonio archeologico dello Yucatan dragando i cenotes per portar via oro e pietre preziose. Il tutto, però, senza farci mancare qualche piccola licenza. Per esempio, immaginando che Nahui nel 1970 fosse ancora abbastanza lucida da ricordare i fatti, quando dal poco che si sa era considerata un po’ la vecchia gattara che se ne andava in giro per Bellas Artes a vendere le sue vecchie foto osé per pochi spiccioli. Un finale da dimenticata che non le rendeva giustizia.

Il libro è ambientato poco dopo i tragici fatti di Tlatelolco, eppure di questo tu e Delli Veneri non fate menzione.

Erà lì, questo macigno, ma abbiamo valutato che il rischio sarebbe stato quello di andare veramente fuori tema. Qui volevamo concentrarci sul periodo storico fra gli Anni ’20 e ’30. La Nahui anziana racconta dal punto di vista del 1970, è vero. Ma sfiorare quell’argomento avrebbe significato rischiare di ridurlo in poche pagine. Dato che in quel momento Nahui viveva in un mondo tutto suo, lontano dalla realtà, ci è sembrato impossibile buttar dentro Tlatelolco in questa storia. Ci siamo divertiti a inserire sullo sfondo luoghi come l’Hotel Regis o l’hotel del Prado, devastati dal terremoto del 1985. Ma abbiamo usato la città come scenario, e inserire nella storia un argomento così forte, così sanguinante come il 1968 a Città del Messico ci sembrava un elemento di distrazione davvero troppo estremo.

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La tesi del libro è che il Messico degli Anni ’30 fosse più aperto e cosmopolita di quello attuale, mi pare.

Ottant’anni fa, Città del Messico era tanto avanti che per arrivare allo stesso livello gli States e l’Europa ci hanno messo un altro mezzo secolo. Ma nonostante tutte le conquiste che ci teniamo ben strette, questa sembra un’epoca dominata da rigurgiti di oscurantismo, fanatismo religioso e così via. Questo, anche in Messico. Perché è vero che Nello Stato di Mexico DF c’è una legislazione molto aperta in fatto di unioni gay, aborto e buona morte. Ma nello Stato confinante di Puebla, l’aborto è punito con la galera. È una situazione schizofrenica, che però in alcuni casi tiene conto dei semi piantati dalle donne di cui parliamo nel libro.

Non è la prima volta che Frida, Tina Modotti e le protagonista di questa grande stagione rivivono in un libro a fumetti. Come vi siete posti rispetto ai lavori già realizzati sul tema?

 Semplicemente, non ci siamo posti, perché non ne abbiamo sentito il bisogno. Di tutti i libri a fumetti realizzati in questi anni sul Messico personalmente ho letto solo Churubusco: ho conosciuto l’autore Andrea Ferrari tramite Igort, che è un amico comune, e con lui ho partecipato a una presentazione per le affinità elettive con il mio Quelli del San Patricio, dedicato alla storia del Battaglione irlandese protagonista della guerra fra Messico e Stati Uniti. Ma si trattava di due approcci diversi, il suo più marcatamente immaginifico, il mio più attinente alla realtà dei fatti. Nel caso di Mujeres, non abbiamo tenuto conto dei fumetti realizzati in precedenza non per superbia, ma semplicemente perché avevamo cominciato a raccogliere reference e documenti ben prima che il Messico cominciasse ad andare di moda, negli Anni ’90: nel corso di oltre trent’anni di viaggi, ho messo insieme una rete di contatti che mi ha permesso di mettere le mani su documenti rari e preziosi anche in modi rocamboleschi. Penso a un ricercatore che anni fa, durante una ricerca d’archivio su tutt’altro tema in un ufficio di Udine, mi ha permesso di mettere le mani sulle pratiche per il trasferimento in Messico di Tina Modotti.

Come avete lavorato sulla sceneggiatura e sul disegno?

L’idea iniziale coltivata con Stefano Delli Veneri era quella di un romanzo grafico solo su Nahui Olin. Finché un giorno, mia moglie Gloria ha buttato lì: «Perché non provate a fare un affresco di quell’epoca»? Così abbiamo tentato di tornare su personaggi di cui avevo già parlato da un punto di vista inedito. All’origine c’è una scaletta che avevo realizzato io e su cui abbiamo costruito bozzetti e dialoghi. Ci sono stati ripensamenti su testi o disegni che non ci soddisfacevano, ma sempre a quattro mani. Penso alle due pagine finali: vista la litania di morti, feriti e melodrammi di cui è disseminata la storia, ci tenevamo a chiudere dicendo che la vita può essere anche tragica, ma nessuno può toglierti quello che hai vissuto.

Curiosità: perché anche il tequila nel libro è diventato “la” tequila?

Si tratta di una piccola licenza letteraria partita da una battuta di Chavela Vargas, che lamentava che in Messico non si trovasse più un goccio di tequila decente perché se l’era bevuto tutto lei. Non è certo un segreto che tutte le nostre protagoniste amassero farsi un goccio, di quando in quando. C’è poi il fatto che tequila finisce con la “a”, quindi in Italia c’è il vezzo di considerarla femminile: utilizzare la forma corretta al maschile ci sembrava quasi una forzatura machista, quindi ci siamo adattati alla femminilità “del” tequila.

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