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Popocatépetl

Morire di Messico

L’anticastrista cubana Yoani Sánchez ha perso lo scettro di bloggera più letta, trasgressiva e criticata. L’ha spodestata Lucy, una giovane messicana che rischia la vita ogni giorno per editare il ‘Blog del narco’.

Al contrario della polemica Yoani, che non disdegna i riflettori e le apparizioni pubbliche (anche se contestate, come è successo recentemente a Perugia), Lucy vive da tre anni nella più stretta clandestinità, pubblicando notizie, foto, video sulle attività, le battaglie e le stragi perpetrate dai narcos – ma anche dalle forze dell’ordine – in una guerra  iniziata nel 2006 dall’ex-presidente Felipe Calderón e ancora in corso.

“Chi sono?”, ha rivelato Lucy – uno pseudonimo scelto da lei, in onore alla nostra comune progenitrice – in una intervista telefonica con Rory Carroll del Guardian. “Sono una giornalista 25enne che vive nel nord del Messico. Sono una donna, non sono sposata, non ho figli. E amo il mio paese.”

Parte della sua esperienza, che ha propiziato la nascita di altri blog simili nel nord del paese, è raccolta in un libro di recente pubblicazione, intitolato Dying for the Truth, morire per la verità, un rischio che non l’ha mai abbandonata.

Dying for the Truth: Mexico drug wars

Una fascetta gialla avverte che le immagini contenute nel libro – la maggior parte foto prese con un cellulare e inviate da collaboratori anonimi – non sono adatte ai minori. E, ci sarebbe da aggiungere, alle persone impressionabili, deboli di cuore o di stomaco e alle donne in gravidanza.

La truculenza sanguinaria di quelle immagini, oltre a disgustare chiunque non sia un maniaco o un amante dell’orrido, fa sorgere immediatamente il dubbio sull’opportunità di pubblicarle. Esistono dei limiti, imposti dall’etica, dalla convenienza e dal buon gusto, che è bene non superare, dicono alcuni. Non si possono nascondere gli scheletri più spaventosi negli armadi, reclamano altri, tappando la realtà con un dito.

La polemica è viva e aperta, non solo in Messico e non solo come discussione deontologica fra giornalisti. L’oscenità della morte quando diventa spettacolo non dovrebbe essere censurata? L’iconografia delle stragi non dovrebbe limitarsi ad apparire in ambienti e media specializzati? D’altra parte, è giusto che una piaga sociale grave e preoccupante come le narcoejecuciones, le esecuzioni giustiziere dei cartelli, possa venire nascosta alla società?       

Paul Cézanne

Paul Cézanne

Questi interrogativi diventano piccoli piccoli, libere esercitazioni del pensiero, di fronte allo zoccolo duro di una realtà terrificante: in Messico circa mille persone al mese continuano a morire ammazzate – spesso dopo atroci torture, mutilazioni e decapitazioni – da sei anni a questa parte, come frutto avvelenato della dissennata “guerra al narco” lanciata con grande entusiasmo dall’ex-presidente Felipe Calderón.

E nessuno fa niente per impedirlo. Nei quattro mesi della nuova presidenza di Enrique Peña Nieto, che si è limitato, secondo gli osservatori, ad applicare la sordina all’informazione, le stragi continuano immutate, il numero di orfani e vedove continua a crescere e alcune città di frontiera sono diventate città fantasma.

In questi ritmi da genocidio – Calderón è responsabile della sparizione di circa centomila persone, fra morti e desaparecidos, dell’esilio forzoso di decine di migliaia e su di lui pesa un’accusa per crimini di guerra e contro l’umanità davanti alla Corte penale internazionale – la cosa più tremenda è che circa un quarto delle vittime non vengono identificate, finiscono in fosse comuni o in cimiteri clandestini e nessuno ne sa più niente.

“Nella società messicana ci siamo abituati a vivere tra i cadaveri,” scrive Juan Pablo Proal. Ma se è comprensibile che la società messicana, di fronte a tanto sangue, si giri dall’altra parte per poter sopravvivere, non si capisce la finta indifferenza di chi, dall’esterno, potrebbe fare qualcosa per fermare questa incessante carneficina, uno dei più lunghi e sadici serial killing della storia.

La Santa Muerte

La Santa Muerte

L’Unione Europea, che ha firmato nel 2000 un “Accordo di associazione economica, concertazione politica e cooperazione” con il Messico, potrebbe far valere la clausola democratica contenuta nel trattato, che obbliga gli stati firmatari al rispetto dei diritti umani, finiti in Messico sotto una lapide. Il governo italiano, almeno finora, si è dedicato a contare come pecorelle le Fiat 500 che escono dalla fabbrica di Puebla (100mila all’anno, senza tracce di sangue) e non sconsiglia neanche ai connazionali di evitare il turismo in certe zone, come fa perlomeno il governo statunitense.

Traduco qui di seguito l’intervista che Rory Carroll del Guardian ha fatto alla bloggera Lucy il 3 aprile scorso. Per chi volesse leggerla in originale – insieme a un articolo di Melissa del Bosque e un brano del libro Dying for the Truth – i link sono:       

http://www.guardian.co.uk/world/2013/apr/03/mexico-blog-del-narco-drug-wars?INTCMP=SRCH

http://www.guardian.co.uk/world/2013/apr/03/mexico-drugs-blog-del-narco?INTCMP=SRCH

http://www.guardian.co.uk/world/2013/apr/03/mexico-violent-drug-wars-book-excerpt?INTCMP=SRCH

 

“Hanno rubato i nostri sogni”: una blogger messicana rivela il costo di informare sulla guerra al narcotraffico

Rory Carroll (The Guardian, 3/4/2013)

Per tre anni ha fatto la cronaca della guerra ai narcos pubblicando foto, video e storie raccapriccianti che pochi osano mostrare e attirando milioni di lettori, applausi, denunce – per non parlare delle speculazioni sull’identità del cronista.

Il ‘Blog del Narco’ (www.blogdelnarco.com) ha fatto sensazione in internet e ha permesso di vedere dalla prima fila l’agonia del Messico nella guerra alla droga, diventando una lettura obbligata per le autorità, le bande criminali e la gente comune, perché mette a nudo, giorno dopo giorno, la terribile violenza censurata dai grandi media.

L’anonimo autore era rimasto finora avvolto dal mistero e molti si chiedevano chi fosse e cosa lo motivasse a correre i gravi rischi impliciti in quel tipo di reportage.

Ora, nella prima intervista da quando è iniziato il blog, l’autore ha accettato di parlare con il Guardian e il Texas Observer e ha rivelato che è una giovane donna.

Stephanie Sigman, 'Miss Bala' a Cannes

Stephanie Sigman, ‘Miss Bala’ a Cannes

“Non credo che la gente si immaginasse che c’era una donna dietro al blog”, ha detto la giovane, che ha chiesto di usare lo pseudonimo Lucy per proteggere la sua vera identità.    

“Chi sono? Sono una giornalista 25enne che vive nel nord del Messico. Sono una donna, non sono sposata, non ho figli. E amo il mio paese.”

E’ la prima volta che Lucy ha parlato direttamente delle motivazioni che le fanno tenere un blog che potrebbe costarle la vita. Nei primi tempi del blog, il suo compagno d’avventura, che cura gli aspetti tecnici, fece dei brevi e anonimi scambi di email con dei giornalisti, ma da allora nessuno dei due si era più fatto sentire.

L’intervista telefonica è stata ottenuta attraverso un intermediario anonimo. Il Guardian si è assicurato con una prova che Lucy tenesse effettivamente il controllo del blog.

La giovane ha affermato che la sua intenzione è quella di mostrare la realtà di quanto sta accadendo per aiutare a voltare pagina. “Amo la mia cultura, il mio paese, malgrado tutto quello che succede. Perché non siamo tutti cattivi, non siamo tutti narcos, né tutti corrotti o assassini. Siamo ben educati, anche se molta gente la pensa altrimenti.”

Una vignetta di Helguera

Una vignetta di Helguera

Lei e il suo socio vivono con la paura quotidiana di essere scoperti sia dai cartelli della droga che dalle forze governative. Lucy rivela che un giovane e una ragazza che collaboravano con il blog sono stati trovati appesi a un ponte torturati e sventrati, un fatto traumatico per l’opinione pubblica messicana, pur abituata alle atrocità. “Ci mandavano spesso fotografie. E’ stato molto duro, molto doloroso.” Le minacce, dice, sono diventate più serie ultimamente.

Malgrado queste paure, Lucy ha appena scritto un libro che racconta dall’interno la storia del blog e descrive in maniera esplicita e truculenta il clima di terrore che i cartelli della droga hanno imposto nel paese. Il libro, pubblicato in inglese e in spagnolo, si intitola Dying for the Truth: Undercover Inside Mexico’s Violent Drug War, è dedicato “a toda la gente buena de México” e documenta le stragi e le esecuzioni del 2010, un anno chiave per i fatti di sangue.        

“Ho scritto il libro per mostrare cosa stava accadendo”, ha detto. “Quando l’ho finito, ho tirato un sospiro di sollievo, perché pensavo che potevano ammazzarmi prima che lo finissi. Ma ora il libro c’è, è stampato, è un testamento di quello che abbiamo patito in Messico in questi anni di guerra.”

Adam Parfrey, che dirige l’editrice indipendente Feral House a Washington, specializzata in argomenti tabù, dice che il libro verrà messo in vendita con una fascetta gialla, come i nastri-transenne della polizia, per avvertire del contenuto. “E’ truculento e terrorifico. Va molto al di là di qualunque cosa abbia pubblicato. E’ un elemento importante per capire che succede nel paese vicino.”

Le rivelazioni del ‘Blog del Narco’ escono in un momento delicato. Il presidente Barack Obama visiterà il Messico ai primi di maggio per incontrare il suo omologo, Enrique Peña Nieto, che da quando ha assunto il governo, nel dicembre scorso, ha tolto energia alla guerra contro i capi della droga, riducendo così l’attenzione dei media.

Un narcotunnel: sotto la frontiera è tutta una groviera

Un narcotunnel: sotto la frontiera è tutta una groviera

Malgrado ciò, i fatti di sangue relativi ai narcos hanno prodotto circa 3.200 morti nei primi tre mesi del suo governo, stando alle cifre ufficiali. E nelle ultime settimane le stragi sono aumentate lungo la frontiera con gli Stati uniti e perfino nella turistica città di Cancún. Secondo una recente inchiesta dell’Associated Press, i cartelli della droga stanno mandando sempre più uomini a vivere e a lavorare in città statunitensi, come a Chicago.

La legalizzazione della marijuana in Colorado e nello stato di Washington ha fatto aumentare le pressioni sul governo Usa per rivedere la sua quarantennale “guerra” alla marijuana, cocaina e altri narcotici, quasi tutti introdotti dal Messico.

Da quando il presidente Felipe Calderón dichiarò la sua guerra personale ai cartelli messicani della droga nel 2006, scatenando battaglie per il territorio fra gruppi, come il cartello di Sinaloa, la Linea e gli Zeta, e interventi a fuoco di polizia e forze armate, spesso accusate di complicità con i criminali, fino alla fine della sua presidenza nel dicembre scorso, più di 70mila persone sono morte e 27mila scomparse.

Le intimidazioni ai giornalisti – uccisi a dozzine, spesso in maniera sadica – hanno neutralizzato considerevolmente la copertura di giornali, radio e stazioni televisive. Stragi, rapimenti, episodi di corruzione, perfino battaglie campali nei centri delle città sono sfuggiti spesso alle cronache.

Il ‘Blog del Narco’ è nato tre anni fa per riempire il vuoto lasciato da giornalisti talmente terrorizzati che non pubblicavano più neanche informazioni vitali come i blocchi stradali fatti dai narcos o i rapimenti.

Con il tempo, il ‘Blog del Narco’ ha visto aumentare le sue fonti, che hanno incluso i cartelli della droga, fino a diventare una lettura indispensabile, con più di tre milioni di visite al mese. Pubblica bollettini, foto e video di sequestri, sparatorie, esecuzioni e ritrovamenti di cadaveri, così come teste decapitate e corpi smembrati. Uno dei video mostrava i membri di una banda che interrogavano un rivale fatto prigioniero per poi decapitarlo.

Un narcosubmarino

Un narcosubmarino

Alcuni critici accusano il blog di servire da foro di relazioni pubbliche per narcos e spacciatori, ma Lucy afferma che i materiali pubblicati mostrano la realtà e aiutano le famiglie delle vittime a identificare i parenti scomparsi. “Se non fosse per il blog, spesso non si riuscirebbe a identificare i corpi.”

A volte i narcos mandano foto di loro mentre brindano con star dello spettacolo, ma il blog, dice Lucy, si rifiuta di pubblicare questo tipo di cose, mentre prende pubblicità da compagnie automobilistiche e di cellulari. Lucy non ha mai detto ai suoi amici della sua attività clandestina. “Solo i miei familari stretti lo sanno, nessun altro.”

Il blog ha subìto numerosi attacchi cibernetici – il governo, secondo Lucy, è stato più aggressivo dei narcos in questo – ma la maggiore preoccupazione è stata quella di non farsi identificare e catturare, che fosse dai narcos o dalle forze governative, accusate di molte atrocità.

“Siamo costretti a cambiare di posto ogni mese. Siamo stati anche in delle cantine. E’ molto difficile. Nascondiamo la nostra attrezzatura in vari posti. Quando sentiamo che le autorità si avvicinano, scappiamo.”

Una narcocatapulta

Una narcocatapulta

Un cartello lasciato vicino ai due giovani che furono sventrati nel 2011 nello stato di Tamaulipas diceva che i blogger del ‘Blog del Narco’ sarebbero stati i prossimi. Lucy non conosceva la giovane coppia ma riceveva da loro dei materiali via email. Pochi giorni dopo, è stato ucciso un altro collaboratore. Una tastiera, un mouse e un segno allusivo al blog sono stati trovati sul suo cadavere. “Queste cose sono molto dolorose. Ma era gente che credeva nella necessità di questo lavoro.”

Lucy dice che è troppo presto per giudicare il governo di Peña Nieto ma che ha già notato almeno un cambiamento. A differenza degli agenti governativi nel sessennio di Calderón, che piegavano i giornalisti con minacce e bustarelle, secondo lei il nuovo governo sembra ottenere lo stesso risultato con l’applicazione di leggi repressive. Il governo nega di voler ridurre al silenzio i media.

“Abbiamo pensato migliaia di volte di chiudere il blog. Ma non l’abbiamo fatto, perché sentiamo di dover continuare. Ci hanno rubato la tranquillità, i nostri sogni, la pace.” Lucy ha detto che è stanca di vivere con la paura ma che non pensa di lasciare il blog, che intanto ha generato altri blog anonimi che pubblicano materiali simili.

La rivelazione che il misterioso blogger era una donna, secondo Lucy sorprenderà molta gente. “E’ un duro colpo per il machismo messicano e l’idea che le donne sono più deboli, più delicate. C’è un’aspettativa che le donne debbano apparire sempre e soltanto graziose. Ma siamo molto più di questo.”

Dice che cerca di rilassarsi con musica, caffè e sigarette. Le manca poter avere una vita normale. “Il mio unico fidanzato è il blog. Mi è mancato un intero periodo della mia vita: i ragazzi, andare alle feste, uscire con gli amici. Anche potermi sposare, avere dei bambini. Non c’è stato tempo di pensare a nessuna di queste cose.”

méxico arte contemporaneo

Lucy spera che il libro, che riporta fatti del 2010 e 2011, rimarrà come un registro storico. Oltre alle fotografie da voltastomaco, include un glossario di termini come encintado – un corpo ricoperto da nastro adesivo – o encobijado – un cadavere avvolto in una coperta. Inizialmente il libro sarà in vendita solo negli Stati uniti ma l’editrice, Feral House, spera di venderlo anche in Messico.

Lucy dice di aver trovato ultimamente un lavoro pagato ma che continuerà il blog. “I miei progetti per il futuro? Vivere. E’ la mia speranza per il breve, medio e lungo termine.”

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con il Texas Observer                     

  • Arena

    Mi fa ridere che Yoani Sanchez venga criticata perchè non disdegna i riflettori. Vorrei vedere quante persone (e in special modo blgger o giornalisti) tollererebbero il fatto di non poter viaggiare liberamente e di non approfittarne appena possono. E di usare internet col contagocce dato il costo esorbitante.

  • ENUFF IS ENUFF!

    1)

    IMPORTANT WARNING PLEASE

    QUESTO TESTO NON INTENDE ESSERE PER NULLA CONTRO LE FORZE DELL’ORDINE IN GENERALE. CHE IN ALCUNI CASI A FRONTE DI UNA VITA PIENA DI SACRIFICI, E MAGARI NEANCHE TANTI AGI, HAN DATO ANCHE LA VITA, COME QUANDO IL BASTARDO STRAGISTA, MEGA MANDANTE DI OMICIDI, LADRO, DITTATORE NAZISTA, MAFIOSO, CAMORRISTA, NDRANGHETISTA, SUPER LAVA SOLDI ASSASSINI ED ACCLARATO PEDOFILO SILVIO BERLUSCONI ORDINÒ LE STRAGI DI CAPACI E VIA D’AMELIO. IN OGNI CASO, LA REALTÀ NON É MAI TOTALMENTE BIANCA O NERA. É QUASI SEMPRE GRIGIA. HAI TANTISSIMI ( MA NON TUTTI, RIPETO, NON TUTTI, PER LO MENO LO SPERO) POLIZIOTTI E CARABINIERI CORROTTI DALLE MALAVITE. CHE ASSASSINANO PER LE MALAVITE. O PER I SERVIZI SEGRETI NAZIFASCISTI PRIVATI E PUBBLICI DEL CANCRO DA ESTIRPARE, DA FAR MARCIRE IN GALERA ( OVE IN OGNI ALTRA NAZIONE AL MONDO, VI SAREBBE E DA DECENNI), SILVIO BERLUSCONI ( E FAN PASSARE IL TUTTO, SPESSO, PER FALSISSIME MORTI NATURALI, INCIDENTALI O SUICIDA.. VEDI CASI CUCCHI, MASTROGIOVANNI, BUDRONI, UVA, FERRULLI, CALIN, BIANZINO, TURRISI, FERRULLI E MIGLIAIA DI ALTRI DI CUI NON SAPPIAMO.. IN QUANTO VENNE STUPRATA DEMOCRAZIA E VERITÀ). UNO DI QUESTI POLIZIOTTI CAMORRISTI ED ASSASSINI É DI CERTO PASQUALE RIZZIERI DEL COMMISSARIATO DI PORTA GENOVA A MILANO. PRESSO PIAZZA DEL VENINO. FIERI DI FARNE SAPERE AL MONDO INTERO. AMMAZZI PURE NOI, SE VUOLE. TANTO, UNA PERSONA CHE EGLI, SE NON MEGLIO DIRE, “ESSO”, HA FATTO FUORI IN PIÙ A FINI FASCISTI E MAFIOSI, ALIAS, A FINI BERLUSCONIANI .. O MENO…

    OCCHIO AL CORROTTISSIMO, PURE ASSASSINO, AFFILIATO ALLA CAMORRA: POLIZIOTTO PASQUALE RIZZIERI DEL COMMISSARIATO DI PORTA GENOVA A MILANO. FA IL POLIZIOTTO A FAVORE DI TANTE MAFIE” O POLIZIOTTO PREZZOLATO ED OMICIDA” PASQUALE RIZZIERI DI DEL COMMISSARIATO DI PORTA GENOVA A MILANO”!!! E NON CONTRO, COME DOVREBBE ESSERE IN OGNI PAESE .. ANCHE SOLO NORMALE! VI SONO FOTO MENTRE PRENDE MAZZETTE DAI NDRANGHETISTI GIORGI. QUELLI DELLA SPARATORIA IN PIAZZA BERNINI A MILANO.