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Nuvoletta rossa

Morire democristiani (sottotitolo: perché S. Bonelli rulla, e gli altri invece un po’ meno)

Così parlò Alfredo Rossi, vecchia lenza dell’editoria italiana a fumetti con un passato al timone del mitico Corrier Boy, reincarnazione tarda e non troppo rimpianta del mai abbastanza rimpianto Corriere dei Ragazzi: “Oh, in tribunale ho incontrato uno della Bonelli. Minchia, ragazzi, stava registrando otto nuove testate!”. Incredibile ma Sergio: a settantotto anni suonati, mentre la stragrande maggioranza dei main players del fumetto italiano campa di rendita e/o cammina col freno a mano tirato, il padre nobile del fumetto popolare italiano continua a inondare le edicole di albi, miniserie e romanzi a fumetti nuovi di zecca. Per di più, tentando strade nuove. I tempi in cui la parrocchia offriva western western e poi ancora un po’ di western sono storia antica. E se i tardi Anni 80 hanno arricchito il menu con generi come l’horror di Dylan Dog e la fantascienza di Nathan Never, e i nineties hanno visto nascere curiose contaminazioni transgender come Magico Vento, Napoleone o Brendon, ma anche gialli classicissimi come Julia, oggi la casa editrice di Via Buonarroti sembra aver perso ogni remora nei confronti del mercato, con proposte per tutti i palati. Miniserie apocalittiche come Caravan. Epopee gangsteristiche come Cassidy. Fantasy come Lilith e Dragonero. Romanzi storici come Volto Nascosto o l’imminente Shanghai Devil.

Il linguaggio, ça va sans dire, resta quello lineare e apparentemente facile del fumetto popolare. Ma su personaggi, tematiche e ambientazioni ci si concede qualche azzardo. Una conquista abbastanza recente, costruita su fondamenta economiche granitiche: quelle garantite dal buon vecchio Tex. Il ranger dal sangue navajo ha doppiato la boa del nuovo millennio con il vento in poppa, sospinto da un team di autori in grado di attualizzare la formula creata quasi per scommessa nel 1947 da Bonelli padre con fragranze mutuate da molto cinema recente o dal fumetto americano. Adelante, ma con juicio, quindi: al posto della figurina “pulp” dei vecchi tempi, con i suoi villain stereotipati e la sua rassicurante monodimensionalità, oggi c’è un eroe un po’ più ricco e sfaccettato, capace di raccontare avventure che rievocano il Tex duro e puro degli esordi, di stemperare la propria vocazione da ammazzasette in inquietudini su bene e male assoluto, o addirittura di concedersi qualche parentesi romantica (tranquilli: capita di rado, e sempre fuori scena), Inconcepibile, per il “vecchio” Aquila della Notte. Per chi lo rimpiange, ci sono le ristampe, che continuano a macinare tirature record: vedi la “Collezione colore” in vendita abbinata con “La Repubblica”, una macchina da incassi monstre da circa 300.000 copie mensili, ormai prossima alla sospensione delle pubblicazioni con la promessa di nuovi speciali “tutto colore”.

Ma nonostante gli acciacchi dell’età, anche gli altri eroi di carta della vecchia guardia se la passano dignitosamente. Zagor, unico autentico super-eroe bonelliano, continua a spassarsela fra mostri, vampiri e altre minacce vintage sulle pagine dell’omonimo mensile, ancora disegnato dall’indomito Gallieno Ferri, 82 anni e 547 copertine sul groppone. Dylan Dog, ormai affrancato da “papà” Tiziano Sclavi, che ha fatto la sua ultima apparizione sulle pagine del fumetto quasi un lustro addietro, vive una doppia vita fatta di uscite regolari e speciali affidati alle migliori matite del regno; Martin Mystère ospita autori in odore di underground come Palumbo o Caluri, colonna del Vernacoliere, per cui ha firmato satire come Fava di Lesso o Luana la bebisitter. Anche per i caduti nell’adempimento del dovere come Mister No, antieroe romantico alla Steve McQueen ucciso da una cronica penuria di scrittori e disegnatori “in parte” c’è una “second life”: lo dimostrano le ristampe da collezionisti edite dalla bolognese Comma 22, o quelle più economiche e popolari di Edizioni If, che oltre alle avventure del pilota yankee di stanza a Manaus portano in edicola icone come Il grande Blek o Il comandante Mark.

Dulcis in fundo, il rapporto con gli autori. Che anche nell’ambito dei rigidi paletti imposti dalla produzione seriale godono di credito e possibilità creative non comuni per un ambito tradizionalmente stemegno come quello italiano. Anche quando Bonelli ci crede si e no, come nel caso delle miniserie: “I miei autori le vogliono, e io mi fido”. La speranza è che la distinta concorrenza si decida a imitare Sergio Bonelli Editore nell’approccio, oltre che nei format. Una strategia ancora in fieri che finora sembra aver concesso al pubblico più ombre che luci, come dimostrano i casi delle produzioni italiane Panini, abbandonate forse troppo frettolosamente dopo la querelle di Cronache del mondo emerso, o gli alti e bassi di Star Comics, troppo dipendente dalla “squadra corta” e dalle capacità dei singoli autori per esprimere una qualità costante. Dato questo stato di cose, Bonelli può pure permettersi il rischio di passare per un editore gattopardesco, di quelli che “bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale”. Un editore un po’ democristiano, insomma. Ma anche se così fosse, vale la pena di morire democristiani. Anche perché dietro l’angolo, per restare in metafora, potrebbe esserci un berlusconismo a fumetti fatto solo di sondaggi e personaggi creati a tavolino. Gulp.