closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Nuvoletta rossa

Morire democristiani (sottotitolo: perché S. Bonelli rulla, e gli altri invece un po’ meno)

Così parlò Alfredo Rossi, vecchia lenza dell’editoria italiana a fumetti con un passato al timone del mitico Corrier Boy, reincarnazione tarda e non troppo rimpianta del mai abbastanza rimpianto Corriere dei Ragazzi: “Oh, in tribunale ho incontrato uno della Bonelli. Minchia, ragazzi, stava registrando otto nuove testate!”. Incredibile ma Sergio: a settantotto anni suonati, mentre la stragrande maggioranza dei main players del fumetto italiano campa di rendita e/o cammina col freno a mano tirato, il padre nobile del fumetto popolare italiano continua a inondare le edicole di albi, miniserie e romanzi a fumetti nuovi di zecca. Per di più, tentando strade nuove. I tempi in cui la parrocchia offriva western western e poi ancora un po’ di western sono storia antica. E se i tardi Anni 80 hanno arricchito il menu con generi come l’horror di Dylan Dog e la fantascienza di Nathan Never, e i nineties hanno visto nascere curiose contaminazioni transgender come Magico Vento, Napoleone o Brendon, ma anche gialli classicissimi come Julia, oggi la casa editrice di Via Buonarroti sembra aver perso ogni remora nei confronti del mercato, con proposte per tutti i palati. Miniserie apocalittiche come Caravan. Epopee gangsteristiche come Cassidy. Fantasy come Lilith e Dragonero. Romanzi storici come Volto Nascosto o l’imminente Shanghai Devil.

Il linguaggio, ça va sans dire, resta quello lineare e apparentemente facile del fumetto popolare. Ma su personaggi, tematiche e ambientazioni ci si concede qualche azzardo. Una conquista abbastanza recente, costruita su fondamenta economiche granitiche: quelle garantite dal buon vecchio Tex. Il ranger dal sangue navajo ha doppiato la boa del nuovo millennio con il vento in poppa, sospinto da un team di autori in grado di attualizzare la formula creata quasi per scommessa nel 1947 da Bonelli padre con fragranze mutuate da molto cinema recente o dal fumetto americano. Adelante, ma con juicio, quindi: al posto della figurina “pulp” dei vecchi tempi, con i suoi villain stereotipati e la sua rassicurante monodimensionalità, oggi c’è un eroe un po’ più ricco e sfaccettato, capace di raccontare avventure che rievocano il Tex duro e puro degli esordi, di stemperare la propria vocazione da ammazzasette in inquietudini su bene e male assoluto, o addirittura di concedersi qualche parentesi romantica (tranquilli: capita di rado, e sempre fuori scena), Inconcepibile, per il “vecchio” Aquila della Notte. Per chi lo rimpiange, ci sono le ristampe, che continuano a macinare tirature record: vedi la “Collezione colore” in vendita abbinata con “La Repubblica”, una macchina da incassi monstre da circa 300.000 copie mensili, ormai prossima alla sospensione delle pubblicazioni con la promessa di nuovi speciali “tutto colore”.

Ma nonostante gli acciacchi dell’età, anche gli altri eroi di carta della vecchia guardia se la passano dignitosamente. Zagor, unico autentico super-eroe bonelliano, continua a spassarsela fra mostri, vampiri e altre minacce vintage sulle pagine dell’omonimo mensile, ancora disegnato dall’indomito Gallieno Ferri, 82 anni e 547 copertine sul groppone. Dylan Dog, ormai affrancato da “papà” Tiziano Sclavi, che ha fatto la sua ultima apparizione sulle pagine del fumetto quasi un lustro addietro, vive una doppia vita fatta di uscite regolari e speciali affidati alle migliori matite del regno; Martin Mystère ospita autori in odore di underground come Palumbo o Caluri, colonna del Vernacoliere, per cui ha firmato satire come Fava di Lesso o Luana la bebisitter. Anche per i caduti nell’adempimento del dovere come Mister No, antieroe romantico alla Steve McQueen ucciso da una cronica penuria di scrittori e disegnatori “in parte” c’è una “second life”: lo dimostrano le ristampe da collezionisti edite dalla bolognese Comma 22, o quelle più economiche e popolari di Edizioni If, che oltre alle avventure del pilota yankee di stanza a Manaus portano in edicola icone come Il grande Blek o Il comandante Mark.

Dulcis in fundo, il rapporto con gli autori. Che anche nell’ambito dei rigidi paletti imposti dalla produzione seriale godono di credito e possibilità creative non comuni per un ambito tradizionalmente stemegno come quello italiano. Anche quando Bonelli ci crede si e no, come nel caso delle miniserie: “I miei autori le vogliono, e io mi fido”. La speranza è che la distinta concorrenza si decida a imitare Sergio Bonelli Editore nell’approccio, oltre che nei format. Una strategia ancora in fieri che finora sembra aver concesso al pubblico più ombre che luci, come dimostrano i casi delle produzioni italiane Panini, abbandonate forse troppo frettolosamente dopo la querelle di Cronache del mondo emerso, o gli alti e bassi di Star Comics, troppo dipendente dalla “squadra corta” e dalle capacità dei singoli autori per esprimere una qualità costante. Dato questo stato di cose, Bonelli può pure permettersi il rischio di passare per un editore gattopardesco, di quelli che “bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale”. Un editore un po’ democristiano, insomma. Ma anche se così fosse, vale la pena di morire democristiani. Anche perché dietro l’angolo, per restare in metafora, potrebbe esserci un berlusconismo a fumetti fatto solo di sondaggi e personaggi creati a tavolino. Gulp.

  • http://chemako-comics.blogspot.com/ Alessandro

    Democristiano, ma di quelli buoni dai… quelli della sinistra sociale… :-)
    Nella tua disanima bonelliana hai dimenticato una delle migliori serie (anche in quanto a vendita), ovvero Julia, la criminologa creata dal papà di Ken Parker (e si vede….), Giancarlo Berardi: a parte l’approfondimento psicologico dei vari personaggi, si distingue per essere una serie che, caso direi unico per un fumetto seriale, ci parla del disagio (psicologico e non) della nostra società in modo realistico e toccante. Per non parlare delle sceneggiature affascinanti che Berardi tira fuori dal suo cappello ogni mese, mantenendosi sempre a livelli di qualità molto alti.

  • http://www.avsl.blogspot.com Andrea

    Vero.
    Lapsus freudiano, che merita una piccola ma doverosa modifica del testo.
    E Berardi è anche uno dei nostri sceneggiatori preferiti.

  • http://chemako-comics.blogspot.com/ Alessandro

    Scusa la pedanteria Andrea, ma non definierei Julia proprio un giallo classicissimo: dicendo così, uno pensa a Sherlock Holmes o Poirot, ovvero a indagini iper razionali dove non conta il risvolto psicologico (a volte molto travagliato) nè degli indagati, nè, soprattutto, del detective. Direi invece che in Julia questo c’è e la definirei quindi più un noir, che un giallo.

  • http://www.avsl.blogspot.com Andrea

    “Classicissimo” in confronto a prodotti più transgender come “Napoleone” o il più recente “Jan Dix”. In più in “Julia” l’elemento “classico” della caccia al colpevole di un delitto è una costante, non un’eccezione alla regola. In più Julia è un personaggio sostanzialmente positivo, quindi più affine a Miss Marple o ad altri detective “classici” che agli eroi acciaccati e perdenti del noir. Fanno tre etti e mezzo, lascio?

  • http://chemako-comics.blogspot.com/ Alessandro

    spiritoso….
    comunque, vita la precisazione, puoi lasciare….:-)

  • robydoc

    Mah, lasciamo stare Ken Parker, che aveva senso alla fine degli anni ’70. Nonostante Berardi sia un narratore spettacolare, Julia è un’insopportabile piddina molto meno a sinistra del buon Bonelli. In tutta franchezza mi pare che si salvi proprio per la straordinaria capacità narrativa perché il modo con cui tratta i temi “alti” (prima di tutto la maternità, ma è insopportabile in generale l’idea dello “specifico femminile” direi addirittura reazionario in quei termini) è – quello si – molto classico. Io non amo il politically-uncorrect però per me Julia è la figlia segreta (vabbè la nipote) di Tex Willer. Kit alla fine si è sposato e nel 1920 hanno partorito Julia. Che ha 80 anni infatti.

  • http://www.avsl.blogspot.com Andrea

    Bel commento. Ma converrai che se il testo Bonelliano è reazionario “di default” (da qui il morire democristiani del titolo) il sottotesto non lo è mai.

  • davide

    Bonelli educa…
    il filo dell’umanità traspare da ogni fumetto. le critiche al sistema, l’antirazzismo, il profondo senso di giustizia permeano ognu numero… io sono cresciuto con Martin M., Zagor e D.Dog ed ora continuo con Julia.

    questo molti fumetti giapponesi od americano non lo hanno. o sono intrattenimeto pero oppure sono superomismo..

    lunga vita alla bonelli!

  • http://chemako-comics.blogspot.com/ Alessandro

    Per robydoc, dire che Ken Parker aveva senso alla fine degli anni 70 significa non averlo letto bene e non capire che i temi da lui trattati sono tuttora modernissimi.
    Dire poi che Julia sia una del pd mi fa dire che evidentemente non leggi bene quello che hai fra le mani. Se il PD avesse la sensibilita´ per i temi sociali e la capacita´di azione concreta senza tante prudenze che dimostra Julia in ogni albo, allora Berlusconi sarebbe gia caduto…..
    Consiglio di leggere con cura e senza pregiudizi….

  • robydoc

    Sono commenti in libertà e quindi è difficile – almeno per me – comprendere bene cosa si voglia dire quando si dice che “i temi sono modernissimi”. Sulla “lettura con cura” invece, faccio – come tutti mi sa… – quello che posso. E Julia secondo me, e si nota mi sembra persino dall’insopportabile pagina della posta, è la tipica elettrice buonista del Pd. E con l’approfondimento dei temi sociali identici a quelli del pd. La divisione “ontologica” uomo/donna l’idea che il reazionario atteggiamento di Webb possa non pregiudicare il giudizio che si ha su una persona, la stessa idea del non giudicare che è falsissima, nel senso che Julia non fa altro dalla mattina alla sera, la cultura della legalità sotto vuoto, nel senso che gli assassini, i devianti sono commiserati – essere umani da ricondurre alla ragione “borghese”, l’unica giusta e corretta altrimenti in cambio c’è la pietà di chi ogni tanto passa dal carcere per vedere come stai – l’uso delle statistiche leggerino (ma questo è un tema specialistico) e potrei continuare a lungo. In Julia non c’è riscatto e tutti sono inchiodati ai ruoli che la società ha loro assegnato. La famiglia felice mostra (furbescamente?) le proprie deviazioni ma non ci sono dubbi che “quello” è il fine a cui tendere. Anzi, la deviazione dallo schema è motivo di ulteriori sofferenze. Julia è infelice perché sola ma il modo che ha di relazionarsi con i maschi è assurdo e poco credibile per una persona colta. Che ancora si definisca con la categoria dell’immaturità (maschile ovviamente, ci mancherebbe…) il non volersi prendere “responsabilità” (come se fosse meno coraggioso vivere nei limbi, immerso in un mondo che ogni giorno dalla colazione alla cena e in camera da letto alla fine ti dice qual è la cosa giusta fare) a me fa un po’ ridere per quanto è “vecchio” il ragionamento. Come è persino banale ricordare ci sono uomini che non sognano altro che di diventare mariti e donne che vivono in splendida autonomia. Non parliamo poi di come viene considerato naturale quello che forse è il pensiero più socialmente determinato dei nostri tempi, quello del figlio.
    Il senso di KP molto sinteticamente era relativo al fatto che interviene in un’epoca in cui – in Italia soprattutto – gli eroi son tutti giovani e belli e non sbagliano mai, anche se Bonelli aveva già pubblicato Mister No e soprattutto era l’epoca dello straordinario Zagor di Mohican Jack o Indian Circus. Tanto per dirne una si metteva con fatica a leggere Marx e a partecipare agli scioperi, ce la vedi Julia fare una cosa del genere? Poi i tempi cambiano e Zagor che prima viveva con l’ombra del padre delinquente e accompagnato dalla sgradevole e continua sensazione che tanto bene non stesse facendo alla causa dei deboli, non è stato più sostenibile. Il padre che negli anni ’70 poteva e (forse doveva) essere “abbandonato” viene recuperato negli anni ’90, quando i cattivi non esistono più e gli eroi ormai non sono in grado di giudicare più niente. In questo senso Kp che diventa Chemako oggi è incomprensibile. Gli indiani stanno con gli indiani, a fare gli spiritualisti integrati che combattono le battaglie del – scusa se insisto, ma mi riferisco più all’elettore del – pd ma senza mettere in discussione la grande società delle opportunità a condizione che ti adegui.
    E poi perché mai dovrei avere pregiudizi? Io adoro quei fumetti e ripeto che come racconta le storie Berardi le raccontano in pochi. Però “peste, hai fatto un vero e proprio discorso Tex”, quindi basta così.