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Monti si ricandida. E Casini prova a battere Bersani per «ko tecnico»

A poche ore dallo sbarco in aula al senato della riforma elettorale, Bersani litiga con Casini («decida o morirà di tattica») e punta tutte le carte del Pd sul «premio D’Alimonte» al primo partito. L’Udc risponde picche («non siamo sudditi») e incassa l’impegno di Monti a concedere il bis. Sulle macerie del «porcellum» il segretario nell’angolo vede la vittoria dei soliti noti.

A nemmeno quarantott’ore ore dal debutto nell’aula del senato della riforma elettorale, Mario Monti cala l’ultima picconata sulla strategia tessuta con pazienza da Pierluigi Bersani: «Se servisse, continuerei», avverte algido il premier tecnico. Certo, le parole di Monti risalgono a un’intervista di metà settembre con un trimestrale francese uscito ora (precisa in serata Palazzo Chigi per limitare la portata della ricandidatura).

Più rigore e più mercato  

È di ieri però la richiesta del Professore ai partiti di «dedicare meno attenzione a leadership e organigrammi e più ai contenuti necessari». Per Monti il menù del 2013 è «più rigore» e «più mercato», dettaglia all’iniziativa del finiano Baldassarri.

Questo uno-due devasta i piani di Bersani, che per giorni si è sgolato nel dire che «chi pensa a un Monti bis è da ricovero». E certo se il segretario del Pd voleva un «coming out» di Fornero e dei tecnici prima delle elezioni l’ha avuto in pieno. E dal più importante di tutti. La disponibilità del Professore, ondivaga nella forma, è una bomba nella sostanza. La ciliegina su una torta avvelenata che tutti, da Alfano a Fini e Casini, stanno cucinando per i democratici. Il Pd arriva all’ultimo minuto della legislatura assediato da tutti i lati. Non ha alcun potere di interdizione sul governo perché c’è la finanziaria. Ed è completamente isolato nelle camere perché Bersani ha rotto con l’Idv ed è in rotta con Casini.

In più, fuori dal parlamento non può contare sulla sinistra e deve vedersela col Colle, le gerarchie cattoliche e i poteri finanziari-industriali divisi su tutto ma non sul veto a una fuoriuscita da sinistra della «transizione italiana». Nel ’94 ci pensò Berlusconi a impedire ai «progressisti» di arrivare a Palazzo Chigi. Stavolta, sparito l’ingombrante Cavaliere, c’è Monti. Personalità molto diverse ma il risultato non cambia: la sinistra da sola non potrà e non dovrà mai governare questo paese.

Con l’Udc tensione alle stelle

Ieri pomeriggio, prima del «coming out» di Monti, la tensione tra Bersani e Casini ha raggiunto toni inimmaginabili per chi condisce da mesi l’insipida pietanza dell’«alleanza tra progressisti e moderati». Tuona Bersani: «Arrivati a questo punto se Casini non decide morirà di tattica». Ma l’Udc, ormai, guarda con molto interesse le convulsioni del Pdl post-berlusconiano e non a caso ha votato insieme ai vecchi alleati l’astronomica soglia del 42,5% in commissione per il premio di maggioranza. Infatti Casini rinvia subito al mittente l’ aut aut di Bersani: «Non siamo suoi sudditi». E a chi gli chiede se chi pensa al Monti bis è da ricovero risponde piccato: «Io sono da ricovero e con me molti del Pd che lo pensano». L’Opa sui democratici è lanciata.

Bersani fiuta la mala parata. Tutti i suoi uomini implorano in pubblico e in privato di approvare almeno il «lodo D’Alimonte», un premio del 10% alla «lista» elettorale che arriverà prima. Un’ipotesi finora non formalizzata in parlamento, che allo stato sembra o un regalo o una riffa a chi farà la lista più lunga.

Un marchingegno che peraltro avrebbe come unico effetto reale obbligare Sel e liste civiche a entrare nel Pd direttamente nell’urna. Non a caso Vendola è nervosissimo e chiede a Bersani di chiarire cosa vuole fare da grande.

Cartina di tornasole dei rapporti di forza tra Pd e resto del mondo è il voto anticipato in Lazio e in Lombardia. Il Pd vuole febbraio in modo da costringere Casini a impegnarsi per le politiche di qualche mese dopo. Tutti gli altri (Pdl, Lega e centristi) ma anche Colle e governo premono invece per un «election day» il 7 aprile in modo da mettere spalle al muro i riformisti.

Se riesce, la manovra del centro-destra (di cui Grillo è un inconsapevole e utile strumento) tutta la strategia bersanian-dalemiana verrebbe spazzata via e al Pd non resterebbe che chiedere l’onore delle armi e limitare i danni trattando coi vincitori (cioè Monti e Napolitano) gli strapuntini nel futuro governo politico dei «tecnici».

Essere il primo partito non basta

Il gotha democratico rischia di perdere l’appuntamento al dopo Berlusconi non solo perché «prigioniero delle sue macchinazioni». Ma anche perché non ha mai e poi mai scommesso su un rovesciamento nella società di rapporti ben consolidati ai vertici dei vari palazzi del potere italiani, sacri e profani.

D’Alema per primo ha sempre pensato che l’Italia sia un paese al fondo di destra. Ciò che si muove da anni nella società – senza che il Pd lo riconosca mai come terreno proprio – gli dà torto. Ma sicuramente è al vertice che l’Italia è un paese di destra. Ed è a questo vertice che il Pd ha fatto immense concessioni mai ricambiate (tra Europa e America ormai è il partito di “sinistra” più di “destra” del mondo).

L’unica notizia “positiva” di ieri, per il segretario democratico, è che il Pdci ha deciso di votare Vendola al primo turno delle primarie e qualora il leader di Sel non ci arrivasse – Bersani al secondo turno. Un annuncio che a questo punto alla segreteria potrebbe anche sembrare come l’ultima beffa di una giornata da dimenticare.

Martedì nell’aula del senato inizia la prova del nove e la legislatura entra davvero nelle battute finali. Il tempo per le modifiche è poco e se la legge non cambia allora resterà il «porcellum». Con tutto quello che ne consegue.

A parole nessuno vuole mantenere la vecchia legge elettorale. Ma cambiarla con l’accordo di tutti è con ogni evidenza impossibile. Già nel 2005 Pdl, Udc e Lega cambiarono le regole per impedire a Prodi la vittoria. Stavolta è lo stesso ma peggio. Sotto l’albero di natale Bersani rischia di trovare un rottame di partito e l’Italia un futuro consegnato ai soliti noti.

dal manifesto dell’11 novembre 2012