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Monti e le difficoltà di un decreto lampo

Contatti giornalieri del nuovo primo ministro con Barroso e Van Rompuy. Italia sotto esame al vertice dell’Eurogruppo del 29 novembre.

«Ottima domanda, la risposta però è prematura». Alla fine della sua prima vera giornata da premier in pectore, Mario Monti non scopre le carte sul programma del suo governo né su quel decreto di fine anno che da più parti è considerato necessario per aggiustare i conti pubblici.

Alcuni analisti si spingono a quantificare la manovra in 25 miliardi di euro. Una cifra dovuta al probabile calo del Pil nel 2012 che è mostruosa in termini assoluti, visto che solo quest’anno sono stati almeno 4 gli interventi urgenti sulla finanza pubblica: il decreto sviluppo, la manovra di luglio, quella di agosto e la legge di stabilità con il maxiemendamento. Nessuna di queste manovre ha rassicurato i mercati. Anzi, le probabilità di una nuova recessione sono in aumento in tutta Europa.

Di fronte ai giornalisti Monti ha soltanto assicurato di avere in testa «misure incisive». Le sue coordinate sono quelle della Bce: più crescita e meno debito. «Sacrifici» ma anche «equità» e «valori».

Il Professore incassa la frenata dello spread e invita i mercati a «temperare l’impazienza con la razionalità». La democrazia ha i suoi tempi e può fare poco se, come sta accadendo, tutte le banche europee stanno vendendo il nostro debito a rotta di collo (negli ultimi giorni solo quelle francesi hanno dimezzato l’esposizione verso l’Italia vendendo oltre 20 miliardi di Btp.).

L’euro è al collasso. E la fiducia dell’intero mondo finanziario e imprenditoriale italiano verso Monti è totale: «Quello che sta facendo deve funzionare», sintetizza l’ad di Banca Intesa Corrado Passera.

Da oggi si entrerà nel vivo del confronto. Il presidente incaricato incontrerà prima Pd e Pdl, e poi tutte le parti sociali. Il Pdl insiste per l’adozione immediata della lettera della Bce del 5 agosto. Richieste che l’Idv considera «macelleria sociale» e che non persuadono il Pd.

Di quella lettera, però, il governo Berlusconi ha fatto alcune cose, a cominciare dalla vendita obbligatoria entro l’anno prossimo di tutte le partecipazioni pubbliche nei servizi locali a parte l’acqua (prevista nella manovra di agosto e rafforzata nella legge di stabilità). Norme che per i comuni dell’Anci erano «incostituzionali» e per i comitati referendari vanno contro il pronunciamento clamoroso di 27 milioni di italiani nel giugno scorso.

Anche su un altro tema «caldo» come il pubblico impiego Tremonti e Brunetta hanno già deciso, sempre nella legge di stabilità, che i dipendenti statali che non accettano di essere trasferiti tra due anni se ne andranno a casa. E qui la Bce, è noto, voleva di più: rafforzare il blocco del turn-over (cioè meno assunzioni) e soprattutto un taglio secco degli stipendi della p.a. come in Grecia.

Anche sulle pensioni tutte le ipotesi in campo partono dalle proposte affondate dalla Lega: abolizione delle pensioni di anzianità (per chi ha 40 anni di contributi); passaggio al sistema contributivo della riforma Dini anche per chi aveva 18 anni di contributi nel ’95; pensioni di vecchiaia a 67 anni per tutti in tempi più rapidi (si ipotizza dal 2020 invece che dal 2026).

Oltre alle pensioni le misure più facili da prendere sono sulla casa. Si studia un aumento delle rendite catastali del 30% o il ripristino dell’Ici sulla prima casa per rifinanziare i bilanci dei comuni massacrati dai tagli.

Mistero anche su un eventuale «patrimoniale» (fioriscono le ipotesi più varie) e impegni ardui anche per le riforme costituzionali chieste (!) dalla Bce: abolizione province, taglio parlamentari, etc.. Oltre che del consenso hanno bisogno di tempi molto lunghi per l’approvazione. E’ poco realistico che possano essere varate definitivamente entro il 2013.

Fare previsioni attendibili su interventi che rappresentano un vero campo minato sociale e politico per qualsiasi governo è arduo. Monti non è nemmeno in carica e gli uffici tecnici attendono indicazioni. Sul tavolo ci sono gli studi e i piani di quello precedente. Con complicazioni non secondarie come il passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo esecutivo e il fisiologico avvicendamento nelle alte burocrazie dei vari ministeri.

Soltanto firmare gli oltre 200 decreti attuativi lasciati in sospeso dal governo precedente richiederà un lavoro improbo e certosino.

Per Monti il primo vero esame internazionale nella sua nuova veste sarà il 29 novembre nella riunione dell’Eurogruppo a Bruxelles. Il presidente italiano è in contatto giornaliero con Barroso e Van Rompuy e fino ad allora dall’Europa non dovrebbero arrivare nuove richieste.

dal manifesto del 15 novembre 2011