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Monti convoca Abc, per l’euro è questione di settimane, non di mesi

Ministri al lavoro sui nuovi tagli alla spesa pubblica (spending review). Oggi informativa alla camera sul Consiglio europeo del 28.

Solo l’emergenza può tenere in piedi il governo Monti. Che nei momenti di «relax» si complica la vita e incorre in svarioni che ricordano molto da vicino l’epilogo tragicomico dell’ultimo governo Berlusconi.

Soltanto ieri, ben quattro ministri «pesanti» (Fornero, Severino, Giarda e Passera) hanno inanellato una serie di brutte figure nelle aule parlamentari da far impallidire Tremonti e Calderoli. Il tutto mentre da giorni a Palazzo Chigi suona l’allarme rosso per la tenuta dell’euro.

Nel fine settimana lo stesso Monti a Venezia ha definito «permanente» il «rischio di contagio» della fragilissima economia italiana pubblica e privata. Ma l’Italia è troppo grande per fallire e troppo grande per essere salvata. Perciò la nostra crisi affonderebbe definitivamente oltre a noi anche l’Europa. Ieri in serata il premier ha informato Napolitano e poi ha convocato Alfano, Bersani e Casini per un vertice di emergenza notturno a Palazzo Chigi. Un chiarimento nella maggioranza è inevitabile, visto che stamattina Monti riferirà alla camera sul decisivo vertice europeo di fine giugno.

È sicuro che ai piani alti del governo regna una fifa blu. Ieri sera, a vertice in corso, da palazzo Chigi ed Economia trapelavano voci drammatiche e incontrollate su imminenti piani di salvataggio dell’Italia. Mentre parlamentari di maggioranza riferiscono che secondo fonti del governo «è possibile che tra una settimana l’euro non ci sia più». Boatos non verificabili direttamente ma più che attendibili. Come dimostra il nervosismo pubblico di Monti per i partner europei dalla lingua lunga e, soprattutto, per la lentezza delle istituzioni comunitarie.

In un’intervista alla radio tedesca Ard, Monti assicura che «l’Italia non ha bisogno di essere rifornita dal Fondo salva Stati, nè adesso né in futuro». Ma che la fiducia nell’euro stia precipitando lo dimostra anche l’incontro di ieri mattina tra il premier italiano e la presidente svizzera Widmer-Schlumpf. Sul tavolo, ufficialmente, gli accordi contro l’esportazione illegale di capitali. È noto però che il franco svizzero (insieme al dollaro) è la valuta rifugio per eccellenza.

Roma è costretta a giocare da protagonista. Oggi pomeriggio Monti sarà a Berlino per un premio internazionale (incontrerà il ministro delle Finanze tedesco Schäuble) e domani vedrà a Roma il presidente francese Hollande (il 17 si vota in Grecia e in Francia). L’agenda internazionale del Professore nei prossimi giorni è fittissima: il 18 inizia il G20 in Messico e il 22 c’è il quadrilaterale tra Italia, Germania, Francia e Spagna che preparerà l’appuntamento clou del Consiglio europeo del 28.

Il tempo stringe e di imboscate parlamentari Monti ne farebbe volentieri a meno. Complice l’inettitudine dei ministri a livello politico e parlamentare, un Pdl «di lotta e di governo» è riuscito ad affondare la ministra Fornero sugli esodati muovendo le fidate leve all’interno dell’Inps guidato da Mastrapasqua (una creatura di Gianni Letta).

La ministra, non a torto, ha interpretato l’uscita della relazione sugli esodati da quelle stanze come una manovra per farla fuori su un tema assai impopolare. Ma in tutta risposta ha caricato i toni contro Mastrapasqua oltre ogni limite cadendo così nella trappola del Pdl, che subito dopo con tutti i suoi effettivi – da Brunetta in su – ha sparato contro una ministra oggettivamente indifendibile sul numero degli esodati che ha letteralmente buttati in mezzo a una strada.

Fornero però non è sola nel combinare disastri. Di Severino e Giarda alla camera sul ddl anticorruzione raccontiamo qui a fianco. Mentre Passera (che i boatos danno in predicato di candidarsi con il nuovo centrodestra alle politiche) ha dovuto minacciare le dimissioni con Monti per provare a far uscire dalle secche di via XX settembre il suo fantomatico «decreto sviluppo».

Tutti contro tutti, in un parlamento ingovernabile anche a causa delle elezioni imminenti e di una possibile riforma elettorale che chissà quante e quali teste farà cadere.

dal manifesto del 13 giugno 2012