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Monti caterpillar: l’articolo 18 scoraggia gli investimenti

Bersani sale al Quirinale e minaccia di staccare la spina: «Pdl sleale, così non si va avanti»

Mario Monti ha visto il mostro tricefalo di persona, giovedì sera subito dopo il patatrac sulla giustizia alla camera. Ha ascoltato tutti, e a tutti ha chiesto sostegno leale nonostante i mugugni. Ma a cose fatte, tra Alfano, Bersani e Casini il più furioso è il segretario del Pd, che ieri pomeriggio è salito al Quirinale per dire a Napolitano che così non si può più andare avanti: «Siamo preoccupati», avverte Bersani, «perché il Pd non può accettare di garantire il sostegno al governo Monti mentre altri, il Pdl, lo fanno solo a parole».

Una constatazione più che un ragionamento. Di cui anche Monti è consapevole quando ammette di avere una maggioranza «ampia» ma «potenzialmente sempre evanescente».
Bersani insiste: «Il Pdl sta venendo meno al suo dovere di responsabilità, a parole dicono di sostenere il governo Monti, ma poi nei fatti fanno resuscitare la vecchia maggioranza».

Le liberalizzazioni in bilico, l’assedio alla Rai, il bavaglio ai giudici. Tre indizi, al Nazareno, fanno una prova: se il Pdl insiste a dettare legge in questo modo si va a sbattere. Il Pd non può essere la ruota di scorta di alcunché. Peccato che i numeri parlamentari sono quello che sono e non lasciano ai democratici molto margine di manovra in parlamento. Dove sono lavorati ai fianchi, tra l’altro, da radicali e Idv su tutte le questioni più visibili come il finanziamento pubblico ai partiti e la responsabilità civile dei magistrati. Anche al governo il Pd ha pochi amici. E salvo pochi casi, tutti i vertici ministeriali sono gli stessi di quando c’era il centrodestra.

La situazione, per Bersani, non può che peggiorare. Intervistato da RepubblicaTv, Monti scalpella nella pietra la riforma del mercato del lavoro. E sono parole molto indigeste per il Pd e per i sindacati. La deadline è fine marzo, ribadisce il premier.

E la rotta è esplicita: «Per arrivare a dare più lavoro ai giovani bisogna tutelare un po’ meno chi è oggi molto, molto tutelato, quasi blindato nella sua cittadella di lavoratore tutelato, e tutelare un po’ di più chi oggi si trova in situazione quasi di schiavitù nel mercato del lavoro, pensavo a forme estreme di precariato, o che proprio non riesce a entrarci nel mercato del lavoro».

Meno tutele uguale meno schiavitù. Il nesso è incerto ma è questo.

Poi però arriva il macigno: «Per come viene applicato in Italia», l’articolo 18 potrebbe scoraggiare non solo l’arrivo di «capitali stranieri, ma anche i capitali italiani». La questione dell’art.18, ribadisce Monti, «è centrale perché si tratta di uno dei temi in discussione: per alcuni è la punta di una spada offensiva, per altri il centro di uno scudo difensivo… io non vorrei fosse uno scontro tra Orazi e Curiazi: il nostro scopo è passare dai miti alla realtà pragmatica e vedere come contemperare esigenze della garanzia dei diritti con forme che non scoraggino le imprese ad assumere».

In concreto come? «Il governo non ha potere di intervento sul modo in cui la giustizia viene amministrata, ci possono essere però chiarimenti o modifiche legislative che danno nuovi paletti a chi deve amministrare una legge», dice Monti.

Il premier non ha finito nemmeno di parlare che il Pdl esulta. «Siamo impegnati a sostenere il governo e a realizzare quella incisiva e organica riforma del mercato del lavoro apprezzando le linee generali espresse in questi giorni dal presidente Monti e dal ministro Fornero», gongola Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl della camera. Anche perché, tra le altre cose, nella sua intervista, Monti ha detto che «si è esagerato a usare lo spread come arma contundente contro il mio predecessore, Silvio Berlusconi».

La reazione della Cgil è furente. Fulvio Fammoni si chiede se Monti conosca la realtà del lavoro: «In tre anni abbiamo perso centinaia di migliaia di posti di lavoro, un lavoratore su tre è stato soggetto ad ammortizzatori per problemi nella sua azienda. La recessione minaccia nel 2012 una nuova raffica di licenziamenti. E con questo quadro drammatico il presidente che fa? Dichiara che l’articolo 18 scoraggia gli investimenti in Italia, suggerendo ai capitali di non investire».

Più pacata ma altrettanto preoccupata la linea del Pd. Bersani continua a nascondersi dietro la necessità del consenso dei sindacati. Ma a caldo Stefano Fassina, il responsabile economico del Pd, è critico col premier bocconiano: «Da Monti affermazioni sorprendenti, la tesi che l’art.18 scoraggia gli investimenti è assolutamente infondata. Gli investimenti in Italia sono bloccati per altri motivi. come il peso fiscale, i ritardi della pubblica amministrazione, i costi dell’energia, l’assenza di politiche industriali».

Fuori dal parlamento, Nichi Vendola (Sel) trova conferma alle sue prime sensazioni: «Questa volta non siamo di fronte ad una battuta infelice come quella della monotonia del posto fisso. Il presidente Monti ha delineato il proprio profilo schiettamente conservatore, con ragionamenti che sono tipici della destra liberista. Pensare di combattere la precarietà facendo saltare ciò che resta del sistema delle tutele del mondo del lavoro appartiene ad un’impostazione politicamente assai connotata. Cioè di destra».

Ferrero (Prc) taglia corto: «Anche in questo caso Monti si presenta come il prosecutore integrale della politica del governo Berlusconi. Cosa aspetta il sindacato a proclamare lo sciopero generale?». Già, cosa aspetta?

dal manifesto del 4 febbraio 2012