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Mitra, la sovversiva di Tehran è libera

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Nei primi due anni seguenti la rivoluzione iraniana del 1979, l’ayatollah Ruhollah Khomeini ha provato a mettere sotto controllo le università del Paese. Non era soltanto una rivoluzione culturale ma un tentativo più generale di ridisegnare la società iraniana secondo le regole dell’Islam sciita, di costruire in altre parole una scienza islamica, un metodo di ricerca islamico, un’arte islamica e di fermare il movimento femminista. Questo tentativo così pervasivo trovò immediatamente l’opposizione degli intellettuali, della società civile e delle donne iraniane che mai hanno abbandonato la loro aspirazione a ridefinire l’ideologia dello Stato. Gli intellettuali

iraniani sin da fine ottocento, durante il breve regno dei despoti della dinastia Qajar, ispirati da al-Afghani e Malkum Khan, e dal riformismo turco delle Tanzimat, hanno interpretato un impegno politico verso la modernizzazione del Paese, l’anticlericalismo, la difesa della lingua persiana e contro l’accresciuta influenza straniera sulla regione. Per questo la società civile iraniana è sempre stata più progressista dello Stato.

E così è anche oggi. Ne è prova la vicenda che colpisce in questi giorni Mitra Kadivar, psicanalista iraniana internata da due mesi in un ospedale di Tehran. La vicenda ha subito suscitato l’interesse di intellettuali e docenti francesi perché Kadivar ha vissuto e lavorato a Parigi.

La storia della psicanalista è molto complessa. Negli anni novanta è stata analizzata da psicanalisti della Scuola freudiana di Parigi dove ha conosciuto il professor Jacques-Alain Miller. È il docente, insieme al filosofo francese Bernard Henry Lévi, ad aver lanciato l’allarme sulle condizioni detentive della donna. Ma la lettera che chiede la sua liberazione è stata già firmata da oltre due mila persone, tra cui Jean-Luc Mélenchon e l’ex primo ministro François Fillon.

Questo è il racconto dell’incontro con Kadivar del docente dell’università Paris 8, Jacques-Alain Miller. «È venuta a farmi visita nel mio ufficio nel 2000, mi ha mostrato dei resoconti dei cicli di conferenze che aveva tenuto a Tehran su Freud e Lacan. Mi ha anche lasciato dei testi scritti da lei e tradotti in francese. In quell’occasione mi ha comunicato di aver fondato la prima associazione di psicanalisti iraniani, debitamente registrata dalle autorità competenti. Ho conosciuto una persona determinata, istruita, rigorosa nell’insegnamento e nelle idee pratiche. Non avrei mai immaginato che a Tehran ci fosse una donna a tenere viva un’attività così intensa», ha ammesso il docente.

Dopo settimane in cui non ha potuto avere accesso ad internet, Kadivar ha finalmente scritto al professore qualche giorno fa. «Resterò in ospedale fino alla fine dei miei giorni», si legge nella mail. I motivi della detenzione di Kadivar non sono chiari. Secondo alcuni suoi allievi, la donna sarebbe stata legata al letto dell’ospedale dove è detenuta, sottoposta a iniezioni forzate e elettrochoc. Pasha, un suo studente residente a Montreal, appare colpito dalla vicenda. «Mi sembra tutto molto strano. Se avesse avuto bisogno di un supporto medico non sarebbe stata mandata in quell’ospedale ma avrebbe visitato un altro psicanalista», ha denunciato.

Tutti gli allievi e i docenti vicini a Kadivar all’estero si sono affrettati a negare che la donna sia coinvolta in attività politiche. Evidentemente non si colpisce soltanto una psicanalista ma una donna impegnata a diffondere analisi lacaniane, percepite come sovversive a Tehran.

Con il grave limite del controllo dei Servizi segreti sulle attività di intellettuali legati alla diaspora iraniana all’estero, non sorprende che una figura così particolare del panorama della psicanalisi della Repubblica islamica sia stata duramente censurata. Molte attiviste che non trovano alcuno spazio nel soffocato movimento riformista iraniano sono infatti impegnate in battaglie in campi del tutto non politicizzati. Questi settori, dalla musica alle ong, costituiscono dei veri network alternativi che vengono coltivati dai giovani iraniani. Gli intellettuali progressisti del 2000 in Iran, rispetto ai loro antenati, da Jafar Panahi a Aydin Aghdashloo, da Dolotabadi a Shirin Ebadi si impegnano per un sistema religioso riformato e combattono contro l’isolamento internazionale del Paese. Questo modo di opporsi al regime trova spesso un sostegno significativo di attivisti stranieri o di iraniani della diaspora impegnati a denunciare i crimini del regime degli ayatollah. Mentre religiosi e politici conservatori o tecnocrati lavorano sul fronte opposto per fermare ogni spinta anti-regime.

La vicenda di Kadivar coinvolge la grande incognita del ruolo civile delle donne persiane dopo la rivoluzione del 1979 che le ha viste protagoniste. Ma più in generale apre un interrogativo sull’intelligentia iraniana, il rapporto con le istituzioni pubbliche nazionali e le reti internazionali di attivisti e scienziati che vorrebbero un Iran laico e riformato.

Articolo apparso su Il manifesto il 7 marzo 2013