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Missioni all’estero, il falso “pacifismo” della Lega

Nulla cambia (per ora) nella missione in Libia. Sulle altre invece si valuterà «di concerto con le istituzioni internazionali» una riduzione dei contingenti e dei relativi oneri finanziari. Al Consiglio supremo di difesa convocato il 6 luglio da Giorgio Napolitano ci sono tutti: Berlusconi, Letta, Maroni, Tremonti, La Russa e il capo di stato maggiore Abate.

L’appuntamento semestrale del massimo organismo di coordinamento politico delle forze armate stavolta non è di routine.

Primo perché i troppi soldati morti in Afghanistan e la rivolta che si avvicina a Tripoli richiedono valutazioni strategiche serrate.

Secondo perché la Lega, soprattutto, ha fatto di Libia e Kabul il nuovo obiettivo della sua propaganda post-Pontida.

Terzo perché i costi complessivi delle missioni militari in 28 paesi di 7.280 soldati superano i 2 miliardi di euro all’anno.

Il grosso del contingente (4.200 uomini) si trova in Afghanistan, seguono il Libano (1.780) ed i Balcani (650). Un investimento complessivo ormai incompatibile con le scarse finanze pubbliche. Per fare un raffronto, il sostegno alla cooperazione civile – secondo l’Ong Intersos – è pari ad appena 27 milioni di euro per progetti finanziati in diversi paesi: l’1% delle spese di guerra.

La riunione, durata oltre due ore, di fatto azzera il presunto entusiasmo pacifista del Carroccio. Il decreto di rifinanziamento (scaduto il 30 giugno) ancora non c’è. Le indiscrezioni dicono che potrebbe finire nel consiglio dei ministri convocato per oggi ma nell’ordine del giorno non c’è traccia. Nelle primissime bozze della manovra la spesa complessiva da giugno a dicembre era quantificata in 700 milioni, appena 54 in meno del semestre appena finito.

In attesa della gazzetta ufficiale però, scrutando il testo inviato al Quirinale, quella voce (al capo IV art. 1) è sparita. Il prudente «avanti piano» decretato al Colle evidentemente non è piaciuto al Carroccio.

Dopo ore di silenzio, Roberto Calderoli in serata ha scritto a Gianni Letta avvertendo che non si può discutere il decreto di rifinanziamento nemmeno «fuori sacco» e in via informale se non si è «certificato» prima il taglio dei contingenti. Una lettera incendiaria, che guasta il clima paludoso emerso dopo la riunione al Colle, dove si è deciso che i tagli alle truppe sul terreno si faranno ma vista la delicatezza e l’eterogeneità degli organismi coinvolti (Nato, Onu, Ue) la trattativa con gli alleati sarà lunga.

La «data certa per la fine delle operazioni militari in Libia» ottenuta battendo i pugni dalla Lega all’inizio di maggio alla camera è ormai un fantasma delle passate risse italiche, tanto violente quanto lunari. Oltre alle basi, finora l’Italia ha messo a disposizione della Nato 14 aerei (di cui 2 aerorifornitori) e 2 navi. Nel disinteresse generale solo nell’ultima settimana Tornado, Eurofighter e F-16 hanno effettuato ben 37 missioni su Tripoli e dintorni. E nonostante i ruggiti primaverili di Bossi, i nostri aerei sono decollati dalla Sicilia 477 volte (65 ad aprile, 198 a maggio, 177 a giugno, 37 a luglio), aumentando in numero ed armamento. Cosa e chi abbiano colpito, da allora, resta un segreto militare, visto che il parlamento non ha più discusso la questione.

Unified Protector infatti è finanziata con un decreto a parte: 150 milioni per tre mesi fino a giugno. In più, gli aiuti «coperti» della Farnesina a Bengasi sono stimati in altri 400 milioni.

Dal Consiglio supremo di difesa di ieri emerge però per la prima volta «l’opportunità di valutare insieme agli alleati» le azioni da intraprendere «nella situazione post-conflittuale che tende a delinearsi a conclusione della missione Onu».

Cioè qual è e quale sarà la politica italiana nel delicato vertice Nato del 13 luglio a Bruxelles con il Cnt di Bengasi.

Nel mirino del Carroccio ci sono soprattutto le missioni in Libia, a Kabul e Libano. In Afghanistan la ritirata (lenta e senza fanfare) è già iniziata: entro 12 mesi si ritireranno 33mila americani e tutti i 2.800 canadesi, più qualche centinaio di francesi e tedeschi. Anche la nostra Difesa, in sordina, ha iniziato il rimpatrio da Libano, Kosovo ed Herat. Secondo il ministro Franco Frattini, ieri alla festa del 4 luglio all’ambasciata Usa, «le decisioni sono state illustrate al presidente della Repubblica ma non sono ancora divulgabili dei dettagli». Solo il sottosegretario alla Difesa Crosetto si sbilancia un po’: «La riduzione supera i 140 milioni di euro».

Parlare di conti e bilanci, in Italia, è spesso l’unico modo per conoscere e discutere una politica militare tradizionalmente appannaggio di apparati poco trasparenti. Avere informazioni tempestive e attendibili in questo campo è difficile perfino per i membri delle commissioni parlamentari.

Sia come sia, proiettando lo stesso volume di impegno, entro fine anno Tremonti dovrà trovare almeno un altro miliardo di guerra. Mentre macella conti in banca, consumi, pensioni, enti locali, servizi pubblici e sanità.

dal manifesto del 7 luglio 2011