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Mille non più di mille, l’apocalisse del Pdl

Sono passati poco più di mille giorni dal trionfo alle politiche del 2008. E finalmente anche Angelo Panebianco sul Corriere della sera si arrende: «L’uomo del fare paga il prezzo di quello che non ha fatto».

Prima all’estero, poi in Italia, la crisi di Berlusconi è venuta alla luce in tutto il suo cupo splendore. Non sarà indolore, anche perché gli esiti sono ancora imprevedibili.

E tuttavia Berlusconi ha perso i tre super-poteri che ha avuto negli ultimi 17 anni.

Primo, su tutti, il controllo ferreo sull’immaginario e il simbolico. L’esplosione di ironia e leggerezza che ha reso tanto frizzante la campagna elettorale milanese sulle «mille colpe» di Pisapia e l’estremismo delle sue proposte sta lì a dimostrarlo. Come i video della Sora Cesira, i mille fuori onda su Internet, le guide turistiche firmate Moratti su «Sucate» e così via. La comunicazione diffusa, molti-a-molti, ridicolizza il telecomando unico dell’anziano signore di Arcore. Soprattutto tra i giovani.

Secondo: il Pdl crolla in modo diametralmente opposto al governo Prodi. Dal 2006 al 2008 il centrosinistra è stato relativamente stabile a livello locale ma fu debolissimo in parlamento, in particolare in senato. A Berlusconi accade esattamente il contrario. La spallata parlamentare del 14 dicembre alla camera è fallita miseramente ma i contraccolpi della scissione finiana riecheggiano per tutto lo stivale. Non c’è città che non veda le diverse bande del Pdl, o di Pdl e Lega, in guerra tra di loro. La crisi economica ha inevitabilmente portato a un calo dei consensi e dunque al crollo della spartizione di potere che è alla base del successo del Cavaliere.

Terzo elemento berlusconiano entrato in crisi: la capacità di raccogliere voti tanto al Nord quanto al Sud. Molte ricerche sociali sottolineano che Forza Italia prima e Pdl poi sono stati gli unici partiti veramente nazionali dopo il crollo della Dc. L’Italia berlusconiana era un camaleonte «bianco, rosso, verde e… azzurro», per dirla con Ilvo Diamanti. Da adesso in poi sarà più difficile.

  • Più il Carroccio tirerà la coperta verso Nord, più l’ala sudista e «nazional-centralista» del Pdl strapperanno verso Sud.
  • Più la destra si rivestirà di politiche neo-confessionali più si alienerà i ceti produttivi e dinamici della creatività e dell’impresa.
  • Più concederà spago alla conta territoriale (tipo congresso o simili) più vacilleranno i consolidati equilibri «silvio-centrici».

Dopo vent’anni, un intero blocco sociale è di nuovo in movimento. E’ enorme, profondo, disorientato e in molti casi (vedi il voto femminile e giovanile) anche disgustato da quello che lo circonda.

La destra sta già provando a minimizzare il dato elettorale. Ma comunque vadano i ballottaggi il dado è tratto: gli arresti in Piemonte, le liti nel Lazio, la crisi in Lombardia, lo smarrimento nel Nord Est, la tenuta delle «regioni rosse», dicono che il Pdl sta perdendo al Nord, la «testa» del paese. E anche le «gambe», il Sud, restano un rebus, a cominciare da Campania e Sicilia. Hic sunt leones. Per tutti, anche per il centrosinistra.

dal manifesto del 29 maggio 2011