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Milano e referendum, il voto che il Pd non vuole vedere

In piazza, in parlamento e nel paese. Le «tre p» con cui Bersani ha deciso di caratterizzare l’opposizione del Pd nel migliore dei casi sono (finalmente) il segno di un traguardo da conquistare. Nel peggiore però si rivelano un puro auspicio retorico.

Perché le tante piazze di questi ultimi mesi (convocate da studenti, donne, ambientalisti, precari, operai e perfino da antiche «caste» come i costituzionalisti e professori universitari) il Pd le ha più subite che amalgamate. Incapaci per natura di qualsiasi sintesi interna, i democratici si sono guardati bene dal trasformare quei segnali di crisi in proposta politica e – domani – di governo.

Anche in parlamento l’opposizione c’è. Ma avendo puntato tutto sulla spallata del 14 dicembre (e su Fini) il lodevole ostruzionismo primaverile non è in grado di andare al di là di qualche vittoria tattica su una destra allo sbando. Le assenze strategiche tra i banchi del Pd si notano poco ma ci sono. E in alcuni casi sono decisive (sfiducia a Cosentino e «election day», per citarne solo due).

Dicono: eppur si muove, D’Alema auspica il ritorno alle urne. Bene. Bravo. Bis. Peccato che le urne nei prossimi mesi ci sono già. Due, in particolare, possono essere decisive per sconfiggere Berlusconi e la destra in campo aperto: il comune di Milano e i referendum di giugno. Ora non pare che tra le «tre p» di Bersani ci sia anche quella di Pisapia, il candidato scelto con le primarie che potrebbe arrivare al secondo turno contro la triade Moratti-Cl-Berlusconi. Un tornado nordista che sconvolgerebbe equilibri romani sempre più precari tra Pdl e Lega.

Il Pd latita non perché non sappia qual è la posta in gioco ma precisamente perché la conosce fin dall’inizio e ha paura di farne le spese. Se Pisapia arriva vincente o piazzato a Milano, sarà un po’ difficile insabbiare la candidatura di Vendola e le primarie per il futuro «papa» di palazzo Chigi.
E se vincere i referendum arginerebbe per sempre l’onda lunga della narrazione berlusconiana sul «capo carismatico» che vince contro tutti e a dispetto di tutto, il Pd considera ancora quei quesiti come una iattura e una tragica fatalità. Certo, dopo Fukushima il passato nuclearista è per il momento archiviato (la dalemiana Italianieuropei dedicherà il prossimo numero proprio a questo). Ma se i referendum non dovessero passare sarà semplice depositare i cocci su chi ci aveva sperato fin dall’inizio come Vendola e Di Pietro.

A dicembre gli spin doctor bersaniani descrivevano il segretario come un lottatore di sumo piantato al centro del ring. Inaggirabile da chiunque, forte del suo peso elettorale e aperto ad alleanze variabili al centro e a sinistra. Sarà difficile, ma quel lottatore prima o poi dovrà muovere un passo.

dal manifesto del 13 aprile 2011