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La rete nel cappio

Metti in onda YouTube

La prima mossa di Google dopo il cambio di vertice – fuori Erich Schmidt dentro Larry Page, uno dei fondatori – è in

linea con l’immagine di una società che ormai gioca a tutto campo, dai sistemi operativi alla telefonia mobile, all’editoria, alla televisione. Ieri è arrivata infatti la notizia che YouTube, di proprietà della Google, ha annunciato che comincerà a produrre fiction, talk show, insomma contenuti per lanciarsi in un settore pionieristico di una televisione che ha come piattaforma di diffusione la Rete. In una articolo scarno ma informato, come è sua tradizione, il «Wall Street Journal» ha annunciato che la società di Mountain View ha destinato 100 milioni di dollari per lo sviluppo di venti canali tematici e per il restyling del sito di presentazione di YouTube.

Volontà egemonica
Cento milioni sono una cifre esigua per sviluppare canali tematici, ma YouTube ha cominciato ad incassare bene con la pubblicità e l’offerta di nuovi contenuti può diventare lo strumento per attirare nuovi inserzionisti. Inoltre, di quella somma ben pochi dollari andranno per costruire l’infrastruttura hardware della televisione che verrà, perché quella già c’è. Il nodo da sciogliere sarà quindi l’individuazione dei contenuti che possono andar bene per un sito che si caratterizza per mettere a disposizione una massa enorme di video amatoriali e di video prodotti da altre televisioni. Sempre il «Wall Street Journal» informa che Google ha già cominciato a sondare il terreno per trovare autori e giornalisti consoni al suo progetto.
La mossa di Google è però in continuità con quanto hanno sempre detto Larry Page, Sergej Brin e Eric Schmidt. La società del motore di ricerca ha sempre sostenuto che il suo obiettivo era diventare una sorta di piattaforma per stare in Rete e di offrire gratuitamente ai naviganti non solo il software necessario, ma anche i contenuti che più desideravano. E in questi ultimi due lustri Google ha infatti investito molto per diventare uno dei nodi «nevralgici» della Rete. Finora non tutto è filato liscio, ma Google non ha mai mollato la presa. Sui libri ha trattato fino alla fine con editori e autori per risolvere la questione del diritto d’autore. L’accordo sembrava fatto, ma un giudice federale lo ha bloccato. Anche su YouTube ha accettato di venire a patti con le broadcasting statunitensi affinché la questione del diritto d’autore trovasse una cornice soddisfacente per le televisioni, le imprese discografiche e cinematografiche, che chiedevano il pagamento di royalties per i video diffusi sul sito. L’accordo c’è, ma non passa settimana che qualcuno di quelli rimasti fuori chieda per sé lo stesso trattamento. C’è poi la questione del servizio «Google News». In questo caso, Google ha dovuto vedersela con Rupert Murdoch, che si è lanciato in una vera e propria campagna mondiale affinché la società di Mountain View cedesse ai «produttori» delle informazioni una percentuale degli incassi pubblicitari.
L’annuncio di una televisione via Internet può essere però visto come un gesto ostile proprio contro Murdoch, l’unico attore globale per quanto riguarda la televisione, grazie ai satelliti di cui è proprietario e alla rete di televisioni detenuta dalla sua «News Corporation». Ma a differenza di Murdoch, però, il progetto di Google prevede nessun canone di abbonamento per la sua televisione

Nel mondo della convergenza
La decisione di Google di sviluppare una televisione getta infine luce su un altro aspetto sempre più rilevante per quanto riguarda la Rete. In primo luogo va ricordato che si può accedere a YouTube non solo attraverso un computer, ma anche con gli smartphone. È cioè un sito che ha già scelto la strada della convergenza tra telecomunicazioni, televisione e Internet. Da questo punto di vista, Google vuole conquistare posizioni in quei settori dove la convergenza attirerà un pubblico molto più vasto di quello della Rete stessa. Settori che i beni informati ritengono capaci di attirare la pubblicità sia degli inserzionisti «grandi» – solo negli Usa, il mercato della pubblicità televisiva è stimato in 70 miliardi di dollari – che di quelli «minuti», cioè di quelli che hanno, centesimo di dollaro dopo centesimo di dollaro, fatto diventare «grande» Google. Da questo punto di vista, la scelta «televisiva» può far diventare Google la prima grande impresa transnazionale dei contenuti.
Siamo tuttavia solo agli inizi e non è detto che la strada al successo sia così piana. In primo luogo perché su Internet ci sono già società che offrono contenuti televisivi in streaming – Netflix, ad esempio – che hanno acquisito expertise facilmente convertibili a una televisione via Internet. Inoltre c’è il nodo dei contenuti, settore dove Google poco sa e dove trova un terreno poco simpatizzante. Chi produce fiction, talk show e altri tipi di programmi televisivi non ha mai nascosto diffidenza verso Google, perché spesso ha mostrato indifferenza alla regola aurea del diritto d’autore. Inoltre sulla sua strada c’è anche Hollywood, che ha invece sempre manifestato ostilità verso Google per lo stesso motivo. C’è da scommettere che Google proverà anche in questo caso a dare nuovo lustro e smalto alla sua immagine rispettosa di tutti. In fondo la sua cassaforte è sempre piena, nonostante la crisi economica che ha messo al tappeto molte imprese high-tech.

Articolo pubblicato su il manifesto del 8/04/2011