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L'urto del pensiero

Metamorfosi della politica. Attualità della destra e della sinistra nell’epoca post-ideologica

destra sinistra

L’ennesimo capolavoro trasformistico del capitalismo è compiuto.

Non sto parlando dell’idea che va per la maggiore, ossia che si realizzata quella «fine delle ideologie» profetizzata da Daniel Bell nel 1979.

FINE DELLE IDEOLOGIE O PENSIERO UNICO?

Più che di fine delle ideologie, infatti, bisognerebbe parlare più propriamente di «reductio ad unum», cioè del venire meno di quella dialettica ideologica che ha caratterizzato le società industriali e liberali dalla fine della II guerra mondiale sino agli albori del XXI secolo. Dialettica che è stata sostituita dal pensiero unico del sistema tecno-finanziario, ormai in grado di stabilire strumenti, scopi e valori a cui sottomettere ogni anfratto dell’umano in favore di ciò che umano non è.

A questo pensiero unico, intollerante anche solo rispetto a sfumature dissonanti, si sono sottomessi tutti i vecchi partiti del mondo moderno, producendo sostanzialmente un «monopartitismo competitivo» che da una parte favorisce la perpetuazione (specie nel nostro infausto Paese) di una classe dirigente e amministrativa vecchia e (non)selezionata attraverso criteri anti-meritocratici; dall’altra parte consente alle agenzie tecno-finanziarie, e ai loro istituti sovranazionali, di fare il bello e il cattivo tempo, imponendo misure e parametri ai governi nazionali e decostruendo di fatto il funzionamento democratico delle istituzioni come lo avevamo conosciuto fino a tempi recenti.

Ma allora, se non è della «fine delle ideologie» che dobbiamo prendere atto, di cosa stiamo parlando? Cosa c’è dietro a questa epocale metamorfosi della politica e dei suoi meccanismi di funzionamento? Quale la categoria, ammesso che ve ne sia una, con cui comprendere il tempo presente nelle sue declinazioni specificamente politiche?

A mio avviso le cose stanno in questo modo.

UN NUOVO PARADIGMA

La  nuova fase del sistema di produzione capitalistica è caratterizzata da un’alleanza stretta tra finanza (un’economia dei flussi finanziari ha soppiantato quella della produzione di beni materiali) e tecnica (il dominio delle informazioni, fornite in maniera quantitativamente eccessiva, veloce e superficiale ha detronizzato il sistema della teoria qualitativamente ponderata, approfondita, autonoma).

Il dominio esercitato da questo matrimonio di convenienza, tra i tanti effetti ha prodotto quello di operare, a livello politico, una distruzione della salutare distinzione che caratterizzava teoria e prassi.

Quindi producendo, per esprimersi in termini gramsciani, una perfetta fusione tra «grande politica» e «piccola politica». Ossia tra quel momento (grande politica), preventivo, riflessivo, alto, in cui si elaborava una teoria politica in  grado di interpretare le contraddizioni del tempo presente e indicare degli ideali regolativi attraverso cui superare quelle medesime contraddizioni, e quello (piccola politica) caratterizzato dalla tattica di breve periodo, dal conflitto carrieristico (spesso più forte tra componenti del medesimo partito), dalle lotte intestine destinate inevitabilmente a smarrire il fine supremo della grande politica: il progresso e il benessere della collettività.

Questa analisi teoretica appare clamorosamente confermata dalla situazione italiana, in cui i contrasti più forti avvengono all’interno dello stesso partito (sinistra Pd contro renziani, fittiani contro berlusconiani), mentre si perde completamente di vista il bene del Paese e, soprattutto, nessuno appare più minimamente in grado (né volenteroso) di mettere in discussione il dominio incontrastato che l’economia (il regno dell’interesse individuale) è in grado di esercitare sulla politica (la dimensione dell’interesse pubblico).

La frattura fra teoria e pratica è sotto gli occhi di tutti, come del resto quella fra interesse individuale e benessere collettivo.

Una pratica sorda alle esigenze dei cittadini e della qualità della loro vita, in stretta simbiosi con una cultura dell’interesse individuale tetragono a ogni dimensione collettiva, stanno dominando la scena sociale di questa epoca triste e infausta.

Quello che prima era dialetticamente coeso e cooperante (alta teoria e strategia politica con la tattica dei singoli partiti; libertà degli interessi individuali contemperata da una ricerca dell’uguaglianza negli scopi sociali), oggi è drammaticamente scisso e incomunicante.

DESTRA E SINISTRA

Soltanto un’analisi superficiale o interessata, però, può dedurne la fine della utilità delle categorie di «destra» e «sinistra».

Certo, movimenti come Tsipras e Podemos non hanno il socialismo come orizzonte regolativo della propria azione, né intendono utilizzare categorie e modalità proprie di una politica che ormai appartiene al secolo scorso e, quindi, alla storia più che alla cronaca.

Esattamente come lepenisti, leghisti e CasaPound non si richiamano più ad alcun duce o regime destroide e/o fascista.

Questo sta consentendo, da una parte come dall’altra, alleanze e collaborazioni inedite e persino apparentemente contraddittorie. Ma questa è solo la superficie della piccola politica.

La grande politica, piuttosto, ci insegna come invece è proprio in questi frangenti che tornano quanto mai utili le categorie di destra e sinistra, soprattutto se si vuole recuperare alla politica quel diritto/dovere di controllo sull’economia che essa sembra avere drammaticamente smarrito. Con risultati penosi e mortificanti per il più grande numero di cittadini di molti paesi.

Basti solo pensare a Bobbio, per esempio, e a quel suo configurare le categorie di destra e sinistra come richiamantesi, rispettivamente, all’ideale «gerarchico» (Nietzsche) piuttosto che a quello «egualitario» (Rousseau).

Queste diverse categorie, opportunamente aggiornate e riconfigurate in vista di contesti e problematiche profondamente mutati, devono e possono costituire il valido punto di partenza di una politica che voglia ricostruire la propria centralità, e soprattutto intenda fornirsi di quegli strumenti teorici e regolativi con cui tornare a subordinare l’economia per renderla funzionale all’unico scopo consentito: il progresso e il benessere degli esseri umani.

UN NUOVO PROGETTO

Insomma, l’odierno predominio della piccola politica (della tattica di corto respiro, del rifiuto di una teoria ideologica, della subordinazione degli interessi immediati dei pochi sull’interesse di lungo respiro della collettività), non può indurre a rinunciare alla costruzione di una nuova «grande» politica che, partendo da ideali, idee, manifesti programmatici chiari e ispirati alla concretezza dei problemi, sappia realmente incidere sulla vita concreta di milioni di cittadini senza lasciarsi imporre l’agenda dalle agenzie sovranazionali e dai numeri impersonali facenti capo al mondo della tecno-finanza.

Certo, per fare questo non v’è dubbio che occorre un momento riflessivo, rifondativo e istituente che, spazzando via idee, riferimenti e soprattutto personaggi ormai superati e anacronistici, sia in grado di mettere seriamente le basi per una nuova pagina della vita politica italiana ed europea.

Il tempo a disposizione è poco, e mentre in altri paesi sembrano emergere realtà che si muovono in questa direzione, l’assordante silenzio che regna nella nostra Italia (sostanzialmente in mano a forze che litigano su tutto perché sostanzialmente sono d’accordo sull’unica cosa che conti: la subordinazione a questa economia e a questa finanza), non lascia presagire nulla di buono.

Le regole della politica, soprattutto della grande politica, parlano chiaro. E ci dicono che dobbiamo muoverci qui e ora. Senza perpetuare idee, riferimenti e personaggi che appartengono a una storia senza più alcun legame con le contraddizioni del tempo presente, e quindi perfettamente in grado di non mutarle in alcun modo.