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Nuvoletta rossa

Metà fumetto e metafisica: Valvoline e dintorni sotto il segno inquietante di Giorgio De Chirico

Li chiamavano Valvoline Motorcomics. Dalle parti dei rutilanti eighties, quando nelle discoteche di tendenza rimbombavano i bassi sintetizzati e le drum machines di gruppi come Devo e Talking Heads e le riviste di moda e design vivevano delle suggestioni stilizzate e fluo di designer come Romeo Gigli ed Ettore Sottsass, il piccolo gruppo di sceneggiatori e artisti guidato da Daniele Brolli, Vincenzo Mattotti, Marcello Carpinteri, Marcello Jori, Massimo Mattioli e Igort riuscì a imporsi grazie a un pugno di storie che frullavano insieme sulle tavole dei fumetti le spallone e le cotonature estreme dell’edonismo reaganiano, il vitalismo della scena underground e le provocazioni di comic magazines come AlterAlter, che per esaltare certi squarci più affini alla pittura e all’illustrazione si trasformò in una inedita e criticatissima rivista-poster…

The Chirico © Coconino Press/Fandango
The Chirico © Coconino Press/Fandango

La pittura, già: mentre sui fumetti coevi di Pazienza, Tamburini, Liberatore etc. era diluita fra le (con)torsioni e i barocchismi quasi rinascimentali di RanXerox, Zanardi & Co. e i geniali ricicli à la Warhol di Snake Agent, nei fumetti dei valvolinici viveva di citazioni scoperte, tutte però figlie dell’arte contemporanea. Espressionismo, surrealismo, decostruttivismo. Comics alla maniera di Malevic. Di Depero. Di Tofano o Grosz. Chiaroscuri e stilizzazioni estreme rubate al cinema espressionista di Murnau. Trame distopiche scritte come le avrebbero scritte Kafka o gli sceneggiatori dei film di Fritz Lang. È stata una parabola complessa e luminosa come quella di una meteora, quella dei valvolinici, e come tale destinata a esaurirsi nello spazio di pochi anni. Un po’ per la naturale evoluzione del mercato, accelerata dall’estinzione delle riviste contenitore che avevano dominato la scena per tutto il ventennio 1970-1980, e che giunsero al loro canto del cigno sulle pagine della sfortunata ed extralarge Dolce Vita diretta da Oreste del Buono dopo i fasti di Linus. E un po’ anche a partire dalle storie personali degli autori, ormai pronti ad affermarsi anche oltre i fumetti. Mattotti sterza verso la pittura. Carpinteri si propone come creativo a 360 gradi, fra illustrazione, web e tv. Jori e Giacon aprono all’industrial design. Brolli brilla come editore in proprio e consulente editoriale, con scoperte del calibro di Joe Lansdale e fulminanti incursioni nella nona arte. Con lui, quello che rimane più legato al mondo dei comics è Igor Tuveri in arte Igort. Sua la scommessa di dare un seguito all’esperienza fortemente autoriale del gruppo con la fondazione di Coconino Press, fra le prime case editrici italiane a credere nel fumetto “art-house” da Spiegelman a David Mazzucchelli a Craig Thompson, e a trovare spazio anche per autori italiani ancora in vena di sperimentazioni.

Nel gruppo c’è anche Sebastiano Vilella, barese, classe 1960, una vita divisa fra illustrazione, pittura, didattica e naturalmente fumetto. La summa dei suoi 30 anni di incursioni fra riviste come l’Eureka della diarchia Castelli/Silver, Comic Art, l’immancabile Frigidaire, ma anche Splatter e Blue è il romanzo grafico Interno metafisico con biscotti, edito nel 2009 per i tipi di Coconino Press/Fandango: un brillante esercizio di stile sulla vita e le principali opere di de Chirico, qui abilmente sfruttate come spunti narrativi per innescare una trama gialla fra Gadda e Polansky. Sacrificate nel formato necessariamente angusto del volume, le splendide tavole di Vilella – matite, carboncini, lumeggiature, tranches de vie dalle Memorie della mia vita del Maestro alternate a riletture dark delle sue opere, più toni di grigio e tratteggi che le ampie campiture rigorosamente black & white degli altri fumetti di Vilella – tornano in pubblico fino al 29 settembre 2013 al Castello Aragonese di Otranto nell’ambito della mostra “Giorgio De Chirico, mistero e poesia”. Per chi apprezza le contaminazioni fra arte e fumetto, una buona notizia. Che fa il paio con l’altra grande iniziativa dell’editore bolognese: la ristampa di pregio di alcune chicche ormai scomparse dagli scaffali, come il fantascientifico Polsi sottili di Carpinteri. Ennesima dimostrazione del fatto che il termine “Graphic Novel” non è una invenzione americana, ma uno stato mentale che nella vecchia Europa ha sempre dato ottimi frutti. Anche in tempi non sospetti.