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losangelista

Messico: il cuore di tenebra di Oliver Stone

Messico e nuvole: Oliver Stone e cast di “Savages”

“Fra poco tutto e tornera’ piu’ tranquillo. Il tempo che si insedi il PRI”, cosi’ in Savages, un “narco” tranquilizza un agente corrotto della DEA di cui il cartello di Tijuana si serve per allargare le operazioni alla California. Nel suo ultimo film girato l’anno scorso, Oliver Stone aveva insomma gia’ messo in conto la vittoria di Enrique Pena Nieto e la “restaurazione” messicana col ritorno al potere del PRI (partido revolucionario institucional) che per settant’anni aveva tenuto in pugno il paese. Siccome l’unica cosa che il PRI, il partito dal nome meravigliosamente ossimoronico, aveva davvero istituzionalizzato e’ stato un livello di corruzione forse ineguagliato al mondo, e’ lecito dedurre che i cartelli criminali non dovrebbero faticare a stabilire una convivenza col sistema che dopotutto ne aveva inizialmente favorito l’ascesa. Il giallo prodigiosamente convoluto e barocco di Stone immagina la loro espansione strategica verso nord, nel principale mercato per il traffico di cocaina e anfetamine, che nel frattempo pero’ e’ diventato anche concorrente come produttore dell’erba piu’ pregiata al mondo. Cosi’ i Messicani (guidati  da Benicio Del Toro e Salma Hayek) propongono di annettersi uno startup della sinsemilla, un menage a trois di tre abbronzatissimi surfisti californiani che praticano l’orticoltura idroponica con know-how da Silicon Valley. Belli, biondi e palestrati i tre (Blake Lively, Taylor Kitsch e Aaron Johnson – nella foto in alto) pensano di poter dribblare i professionsitsi d’oltreconfine e mantenere l’azienda di erba biodinamica “progressista” – un idillio da Jules et Jim in salsa Steve Jobs –  ma avranno un brusco risveglio. Film sulla perdita dell’innocenza, come un Mercoledi’ da Leoni virato in Fuga di Mezzanotte  – e sulle illusioni liberal americane svanite nella  realpolitik della globalizzazione. C’e’ tutto questo nell’ultimo affresco distopico e pulp di Oliver Stone sui sogni infranti del secolo americano, e anche di piu’, come i reduci del Afghanistan che applicano la counterinsurgency imparata al fronte per combattere i mafiosi messicani, riportando a casa i fantasmi di una guerra piu’ lunga del Vietnam. Anche Stone insomma rivisita i suoi fantasmi di sempre e le sue ossessioni recenti: quel south of the border  cui  ha ultimamente dedicato un ciclo di documentari, su Castro, Chavez e l’onda izquierdista dell’america Latina. L’intento e’ nobile ma lo sguardo di Stone rimane comunque decisamente uno sguardo puntato dal nord, simile nella visione del Messico ad antecedenti hollywoodiani come quelli di Orson Wells e John Huston e letterari come Hemingway e Graham Greene: rappresentazioni comunque dall’esterno, instrise di metaforico esotismo. Per un punto di vista invece del tutto messicano, piu’ perversamente lirico,  e  terrificante, suggeriamo Miss Bala di  Gerardo Naranjo, un film dell’anno scorso  sulle vicende di una reginetta di bellezza di Tijuana che viene risucchiata nel buco nero che e’ per molti versi il presente di un paese che ora, dopo un decennio grondante sangue, deve contemplare un ritorno al futuro guidato da Pena Nieto e dal PRI.