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Popocatépetl

Messico brucia, Calderón tifa

dipinto di Maruja Mallo

Venerdì scorso ha confermato a oltranza le credenze dei superstiziosi sugli inizi. La prima partita del Mondiale 2010 – Messico-Sudafrica – si è aperta senza la carismatica presenza di Nelson Mandela, assente per lutto, e si è conclusa senza la pronosticata vittoria messicana, attesa come un balsamo sulle piaghe nazionali.
Il presidente Calderón, sciarpetta al collo, faceva un tifo sfigato per il Tri – apocope di Tricolor, la nazionale – mentre in Messico si superava il record di esecuzioni quotidiane: 77 in un solo giorno, includendo i 19 giovani assassinati in un centro di recupero per tossicodipendenti a Chihuahua.
“Mamma, riportami a casa”, diceva un messaggio di José, un ventunenne eroinomane che si dissintosicava nel centro Fe y Vida, “qui ci verranno a uccidere a tutti.”
Una premonizione inascoltata o una facile previsione, vista la frequenza con cui si ripetono le stragi nei centri di recupero, asili per chi si vuole disintossicare e uscire dal giro, ma santuari facilmente violabili per i sicari giustizieri.
“In un paese”, scrive Elena Poniatowska, “che tratta la sua gente come un nemico, in cui ogni giorno si assassinano giovani e bambini, (….) in un paese senza opportunità, saccheggiato e tradito da quelli che hanno come unica patria il denaro, in un paese in cui due imprese televisive hanno il monopolio dell’informazione”, la morte può diventare un reality show che beneficia il regime.
E’ successo con i filmati dei due omicidi di messicani commessi dalla Border Patrol statunitense in questi giorni, filmati entrambi da indiscreti cellulari.
Un bambino 14enne che giocava con i suoi amici – o tirava pietre, secondo l’altra versione – è stata abbattuto da un colpo di pistola alla testa. Una reazione che neanche le regole d’ingaggio israeliane permettono e che il sindacato della Border Patrol è arrivato invece a difendere, definendo le pietre “armi letali”. Il fatto che sia il bambino che l’agente si trovassero in territorio messicano non ha aiutato la difesa della Border Patrol, che è stata duramente questionata da vari organismi internazionali, Human Rights Watch per primo.
L’altro caso, quello di un immigrante illegale (che in realtà viveva e lavorava a El Paso da 18 anni), torturato a morte con un taser, ha fatto ugualmente il giro del villaggio virtuale e ha permesso al governo messicano di fingersi indignato con lo scomodo vicino. Niente di meglio di una campagna nazionalista per distrarre l’attenzione dai gravi problemi del paese.
Che cominciano con gli affondo mortali al mondo del lavoro – la repressione dei minatori di Cananea in sciopero, come un secolo fa; i tentativi di criminalizzare gli elettricisti dello Sme che lottano per recuperare i 44mila posti di lavoro estinti per decreto e che stanno facendo uno sciopero della fame nello Zocalo; una nuova legislazione che, adottando le direttive neoliberiste globali, è ansiosa di cancellare anche i più elementari diritti dei lavoratori – attacchi particolarmente cinici da un presidente che si era definito “dell’occupazione”, passano per l’infiltrazione della delinquenza organizzata nei processi elettorali, l’imbarbarimento della “guerra al narcotraffico”, le sempre più gravi e frequenti violazioni dei diritti umani, l’ingovernabilità di intere regioni, come la zona triqui di Oaxaca, dove le carovane di pace ricevono un trattamento israeliano, l’uso politico e repressivo della giustizia, come nel caso dei leader di Atenco, con sentenze di 60 e 112 anni, per aver difeso la propria gente e i loro territori ancestrali.
E finiscono in svendita dei beni nazionali – come la concessione a Televisa delle linee di fibra ottica per il triple play (telefono, tv, internet) a un decimo del valore reale – o in operazioni di immagine come Iniciativa México, in cui gli affossatori della democrazia in Messico – le due principali televisioni e la maggioranza dei media – si presentano come i salvatori della patria, sponsorizzando un concorso di progettini presentati dal pubblico. Una deviazione buonista dell’incombente Rivoluzione da centenario?
E’ in questo Messico, in cui, per tornare a Elena Poniatowska che ne è profonda pulsadora, “gli ultimi governi hanno cancellato il futuro a milioni di messicani e propiziano l’esodo dei più disperati, i comportamenti antisociali, la corruzione, il narcotraffico e la mancanza di opportunità”, che Andrés Manuel López Obrador, l’intramontabile leader di una sinistra senza partito ha presentato il suo ultimo libro: “La mafia che si è impadronita del Messico…e il 2012”, data delle prossime elezioni presidenziali.
Amlo, come è popolarmente conosciuto, ha viaggiato negli ultimi tre anni per quasi 2500 municipi, è entrato in contatto con il paese profondo ed è oggi l’unico uomo politico di rilievo che possa dire di conoscere in profondità la realtà nazionale.
Nel suo libro racconta e dimostra come l’ex-presidente Carlos Salinas de Gortari ha saputo costruire, all’interno dell’oligarchia tradizionale, una solida e duratura rete di clientes che gli ha permesso di mantenere a tutt’oggi le redini della nazione. Quando si legge la lista degli undici politici più potenti del Messico, non si può fare a meno di notare che del number two, Diego Fernández de Cevallos, si sono perse le tracce da quattro settimane, quando è stato rapito, e non se ne è più parlato. Né letto, né sentito. A riprova che in una democrazia “televizzata” si possono lanciare campagne devianti e dimenticare l’essenziale.

Emiliano Zapata 2010