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Mercenari e merchandising: 50 sfumature de giallorosso

[Pubblico un contributo inviatomi da Samir Hassan (@perottostile) e Alessandro Barile]

Ancora una volta i tifosi impongono all’orchestra mediatico-pallonara del paese la loro presenza, strappata senza garbo a chi spera di tacitarne un ruolo in effetti sempre meno centrale. Gli strascichi di Roma-Fiorentina e l’eliminazione dei giallorossi dall’Europa League sembrano aver travalicato i confini di Trigoria, quartier generale della squadra capitolina dove stamattina (per non saper né leggere né scrivere) era già schierata un’ingente forza di PS, a mo’ di deterrente per chi volesse inscenare una qualunque contestazione. Non avendo molto da dire sugli aspetti tecnico-tattici (ad oggi custoditi solo nelle memorabilia della scorsa stagione), stamattina frotte di opinionisti hanno giocato la carta del sensazionalismo per provare a ritagliarsi un po’ d’attenzione in un dibattito di fatto schiacciato sulla crisi di gioco e risultati e sulle possibili dimissioni di Sabatini e Garcia a fine anno. Tra i molti, a destare scalpore è stato il breve corsivo di Maurizio Crosetti (“Il solito rito barbaro”), uno dei primi a prendere di petto la dura contestazione che la Curva Sud ha riservato ad una squadra molle e rassegnata nella testa prima ancora che nelle gambe.
«Come Ivan il serbo con le cesoie a Marassi, come Genny ‘a carogna in quel pomeriggio di morte all’Olimpico, ecco l’immancabile energumeno ultrà a cavallo di una balaustra, ecco una squadra prona sotto la curva, nel caso la Roma, per farsi insultare, ecco una leggenda del calcio italiano, Francesco Totti, a dover dar retta al becero e ai suoi compari, chinando il capo», apre il giornalista di Repubblica, rispolverando quell’armamentario stilistico che spesso e volentieri ha etichettato l’indeterminatezza ultrà: a volte, comodamente, motore delle passioni che animano il calcio, altre volte invece sinonimo di “becero”, di belva, di masticata e tracotante disumanità. Disarma certo semplicismo per le volontarie omissioni e ed esagerazioni, poiché tanta è la foga forcaiola da trasformarle in primizie per un pubblico affamato di giustizia, mosso da istinti al limite del legalismo più questurino, desideroso di processi sommari in contumacia.
Ecco allora che i fischi di un intero stadio divengono iniziativa di un solo settore, la contestazione di una squadra è declassata subito a questione di ordine pubblico, un civile (per quanto accalorato) dialogo tra giocatori e tifo diviene un elemento di ricatto, una violenza in diretta TV. Una criminalizzazione preventiva allora, volta ad espellere il concetto stesso di partecipazione attiva alle vicende dell’evento sportivo, che dev’essere limitato al suo scopo commerciale e rivolto solo agli occhi dello spettatore pagante (pagante soprattutto fuori dallo stadio). Una “teatralizzazione” dell’evento sportivo che mal si concilia con lo stadio in quanto tale, per decenni luogo in cui si sono sviluppate forme di organizzazione sociale concorrente a quelle imposte dal sistema mediatico.
Tra i mille moralismi di cui è intrisa questa narrazione tossica dei fatti, alcuni sono stati scritti dal pugno di quelli che poco più d’un mese fa erano stati i primi a riempire intere colonne su un analogo caso avvenuto a Dortmund, ai piedi della Südtribüne del Westaflenstadion, dove la squadra giallonera subiva la rabbia dei suoi tifosi per una stagione che li vedeva lottare per non retrocedere. Parole che hanno prodotto ragionamenti socio-antropologici che indagavano con amabile curiosità il sano rapporto dare/avere di una squadra e la sua tifoseria: pagine da libro Cuore in salsa teutonica, dove evidentemente tutto è più bello e più lecito, dalla Bundesliga ai minijobs.
«Si rivedono gli assalti della curva al campo, i colloqui obbligati dei giocatori con gli ultrà, la sconfitta vista sempre come un peccato da scontare», ha scritto Mario Sconcerti, uno che a Roma c’è stato da direttore del Corriere dello Sport ospitando tante volte la voce di tanti tifosi, compresi quelli che contestavano la Roma di Zeman per i 4 derby persi nella stagione 1997-1998. «Il solito processino ultrà a Roma (ovvero il calcio che continua a girarsi dall’altra parte)», gli ha fatto eco Giovanni Capuano di Panorama e Radio24. Roberto Renga, giornalista sportivo che quotidianamente interviene nelle emittenti radiofoniche romane (le stesse che vivono della passione di chi ieri fischiava), ha parlato su Twitter: «Da Roma a Milano, il calcio sempre più nelle mani delle curve. Tutti zitti e tutti d’accordo». E a sua insaputa ha forse detto una verità. Il tifoso è il vero proprietario del giocattolo-calcio. Senza il tifoso, senza quella passione smodata che ribolle nel sangue, senza le notizie di contestazioni e di esultanze sotto la curva, cosa sarebbe l’azienda calcio? Senza le Pay TV pagate dal tifoso, senza le file ai botteghini, come farebbero i maître à penser ad avere il loro seguito, a scrivere le loro stilettate? Il tifo organizzato, dileggiato ma osannato, tollerato eppur combattuto (e viceversa) è un fenomeno reale da decenni ed in qualche maniera – pur con le sue degenerazioni – è rimasto uno dei volani d’espressione di massa più vivi della nostra società. Giovedì è andata in diretta all’Olimpico la saltuaria frustrazione di questo soggetto forzatamente messo ai margini nel contesto calcistico dominato dal rapporto tra televisioni a pagamento, consumatore televisivo e spettatore pacificato allo stadio. Riottosi a questa dinamica imposta e inarrestabile, a volte i tifosi organizzati delle curve si ripropongono quale soggetto, se non più determinante, quantomeno “presente” nel contesto. E quando avviene, la reazione mediatica è sempre la stessa, quella di un attacco preventivo e criminalizzante non tanto verso comportamenti illegali, quanto per un ruolo considerato illecito.