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Rovesci d'Arte

Melandri al Maxxi. Ma un museo non è come la Rai

Può una deputata del Pd, dunque una personalità politica pura, ex ministro del Mibac (1998/2001, nei due governi D’Alema) diventare presidente di una Fondazione come il Maxxi? Il buon senso indurrebbe a una risposta negativa, invece è accaduto. In omaggio a una vecchia tradizione tutta italiana della politica che quando deve operare delle scelte in genere opta per la strada più breve e nomina direttamente se stessa, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo chiude la sua delicata fase del commissariamento e passa dalla «governance» straordinaria all’affido a un partito: al suo vertice siederà, infatti, Giovanna Melandri, designata da Lorenzo Ornaghi (martedì prossimo, in una conferenza stampa, spiegherà le sue ragioni).
La giornata della neoeletta – che poco tempo fa aveva annunciato come Veltroni e D’Alema che non si sarebbe ricandidata in parlamento e aveva presentato la Uman Foundation, «casa» adibita alla creazione di un capitalismo filantropico – parte però in salita. Il Pdl grida allo scandalo e alla lottizzazione che peraltro pratica abbondantemente da anni ovunque gli è possibile, il Pd naturalmente applaude e fa calorosi auguri alla presidente – anche se Matteo Orfini, responsabile della cultura e informazione del partito democratico, si dichiara ignaro, «la scelta è stata fatta in autonomia dal ministro» – il leader di Sel Nichi Vendola rileva una brutta caduta di stile. «Niente di personale contro Melandri che stimo, ma non è un bel gesto. È difficile da digerire». Giulia Rodano (responsabile cultura Idv) punta il dito sull’«opacità del metodo» e sottolinea l’errore, invitando fra le righe Giovanna Melandri al ripensamento.
La fine del commissariamento del Maxxi, già nato in circostanze stravaganti in cui il Mibac si avvitava su se stesso e alla fine era come se si mettesse sotto sorveglianza speciale da solo, è prevista per il 31 ottobre, data in cui Antonia Pasqua Recchia uscirà di scena e ufficialmente si insedierà un nuovo cda della Fondazione (che, nella precedente gestione, aveva al suo vertice Pio Baldi).
Resta il fatto che il museo di via Guido Reni disegnato nelle sue forme da Zaha Hadid, alla cui nascita pure Melandri contribuì attivamente e con lungimiranza, per funzionare senza inceppamenti deve rimanere una istituzione libera: se economicamente è impossibile che sia indipendente ed è giusto che faccia appello al pubblico e al privato, come qualsiasi museo del mondo, non può rinunciare al suo respiro internazionale, al suo team – tecnico e scientifico – che l’ha tenuto in vita pure quando boccheggiava. Per intenderci, ci si auspica che non diventi una «piazza mercato» tipo la Rai, ma continui a essere una «agorà culturale». Non solo un meraviglioso contenitore di grandi mostre, spazio percorribile all’interno e all’esterno anche a prescindere dalle opere esposte, ma un «teatro aperto» per conferenze, incontri, seminari, presentazioni di libri, scambi di idee e progetti.
Un luogo per incrociare gli sguardi e spalancarli verso il mondo.