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Street Politics

Medio Oriente, Massari: «Ginevra II è l’ultima chance per la Siria»

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Abbiamo incontrato al Cairo l’ambasciatore Maurizio Massari, che ha iniziato il suo mandato in Egitto nel gennaio 2013. Dal 2012, inviato del ministro degli Esteri per il Medio oriente, Massari ha diretto l’ufficio Balcani ed è portavoce della Farnesina dal 2009 al 2011. È autore di libri sull’Unione Sovietica e di saggi sulle primavere arabe.

È possibile una soluzione politica alla crisi siriana? Mentre anche la Libia sembra di nuovo in fiamme.

Il conflitto siriano è una tragedia umana incalcolabile. Il modo in cui la crisi è stata finora gestita dalla comunità internazionale ha risentito delle lezioni degli interventi in Iraq e Libia. L’aggravarsi dello scontro settario chiarisce come non sia possibile una soluzione militare ma solo politica che deve essere accelerata. La conferenza di Ginevra II con i principali attori coinvolti è l’ultima chance per evitare di perdere il controllo del paese. È pur vero che le divisioni all’interno delle opposizioni rendono la situazione più drammatica. D’altra parte, in Libia, manca, e se ne sente il bisogno, un apparato statuale di controllo del territorio che ristabilisca il monopolio della forza e non lasci terra libera alle milizie.

Nonostante le rivolte in Nord Africa e Medio oriente, perché la Politica di Vicinato dell’Unione europea e i progetti di cooperazione Euro-mediterranea sono ancora fermi?

Il limite principale delle iniziative dell’Unione europea con la sponda sud del Mediterraneo deriva dal fatto che non si è trovata una formula “regionale” vincente. Esaurito il processo di Barcellona, e con l’Unione per il Mediterraneo mai decollata, i finanziamenti a singoli progetti-Paese non hanno consentito di dare finalità più generali a queste politiche. L’iniziativa di maggior interesse è il progetto dei 5+5, che coinvolge l’Italia e il Maghreb, ma non include l’Egitto ed il resto del Medio oriente. In quel contesto è stato avviato un dialogo strutturato con meccanismi di monitoraggio. A partire dal 2011, i complicati processi di transizione democratica hanno nel breve e medio termine approfondito le divisioni: in Siria, Israele, Libano e Yemen. La regione è ora più frammentata. In ultima istanza, è mancata progettualità politica che tenesse conto anche delle nuove sfide sul piano della sicurezza, emerse dopo le Primavere.

I Fratelli musulmani egiziani sono impegnati in politiche di liberalizzazione economica. È una strategia compatibile con la crisi economica in corso?

I Fratelli musulmani hanno ereditato una situazione socio-economica particolarmente difficile e propongono un’agenda di economia di mercato e liberalizzazioni. In politica economica arrivano tuttavia segnali di prudenza per moderare l’apertura di aziende straniere. Il partito dei Fratelli musulmani, Libertà e Giustizia, deve conciliare l’apertura al mercato con un certo “giustizialismo” e sovranismo economico. Ne è un esempio la nuova legislazione sul Sinai, dove è stato posto il limite al 45% nelle joint venture per la presenza straniera. L’agenda sulle liberalizzazioni dei Fratelli musulmani non può non essere condizionata poi dalle contingenze elettorali. Per questo il prestito del Fondo monetario internazionale renderebbe necessaria un’impopolare riforma del sistema dei sussidi. Questo spiega perché non si arrivi ad un accordo.

L’Italia continua ad essere un importante partner commerciale del paese?

L’Italia resta il primo partner commerciale europeo e il sesto per investimenti. La presenza di aziende come Eni, Pirelli, Edison, Italcementi, Ferrovie dello Stato è una realtà consolidata. Ma lo storico radicamento della comunità italiana nel paese è una condizione necessaria, ma non sufficiente per mantenere queste posizioni. La transizione, ancora incompiuta, crea maggiori incertezze per gli imprenditori: dal quadro normativo “mobile”, al deficit  di valuta (che rende più difficili processi di import-export), ai pagamenti rinviati, mentre aumentano i problemi di approvvigionamento di gas. Non solo, il continuo turnover della classe dirigente e la mancanza di sicurezza degli impianti potrebbero ridimensionare livelli di interscambio che restano però alti: toccano i sei miliardi di euro l’anno. Promuoviamo poi la conversione del debito egiziano. Questo permetterà anche di finanziare varie iniziative archeologiche. Primo fra tutti, il programma di ricostruzione del museo greco-romano di Alessandria.

Qual è il ruolo delle opposizioni laiche in questa fase di transizione?

Con le parlamentari, i Fratelli Musulmani avevano occupato una casella importante, ma si è trattato di una vittoria “mutilata” dallo scioglimento dell’Assemblea del Popolo. Da quel momento, Libertà e Giustizia sta cercando di consolidare il proprio potere. E questo dimostra che la realtà è più complessa. Le opposizioni non sono coinvolte nella gestione del potere e si dicono costrette all’antagonismo perché le loro richieste di riforma della legge elettorale, di cambiamento del Procuratore generale (nominato dal presidente Morsi, ndr) e per un governo di unità nazionale, non vengono ascoltate. L’opposizione è però divisa e non ha dimostrato finora di avere una chiara strategia politica e elettorale, sottovalutando la capacità di presa sulla popolazione più disagiata da parte della Fratellanza. Le prossime elezioni parlamentari di ottobre saranno un test importante per tutte le forze politiche.

L’avvento al potere dell’islamismo politico ha trasformato le relazioni internazionali nella regione?

Nella fase rivoluzionaria, i partiti islamisti sono apparsi gli unici fattori di stabilizzazione sociale dei paesi in rivolta. Nell’immediato l’Islam politico ha riportato stabilità. Vi sono due dimensioni dell’Islam politico: la prima nazionale e la seconda regionale. Se l’esperimento egiziano fallisse è chiaro che sarebbe un colpo grave per tutto l’Islam politico su scala regionale, perché non è popolare ovunque nella regione: trova una sponda favorevole in Turchia, ma incontra il sospetto delle monarchie del Golfo. In questo contesto è interessante capire come l’Iran potrà dialogare con l’Egitto, condividendo una base rivoluzionaria e repubblicana.