closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
in the cloud

Mediacoop, la libertà della notizia a congresso

 

Nel cuore del conflitto di interessi, dove la libertà di informazione è inseguita da tagli e bavagli, dove il problema non è il finanziamento pubblico ma quello privato (la pubblicità), il mondo dell’informazione non-profit si ritrova a congresso per discutere il modello cooperativo e come uscire dalla crisi.

Si apre giovedì 3 marzo a Roma un congresso forse piccolo ma molto importante. Il secondo nella storia di Mediacoop dopo quello della sua nascita, nell’ottobre del 2004. Da allora a oggi ne ha fatta di strada quest’associazione che raccoglie 370 cooperative editoriali, giornalistiche, teatrali e librarie e rappresenta testate di ogni tipo, dal manifesto a Radiopopolare, dal Salvagente ad Adista.

Sette anni trascorsi quasi sempre in salita, tra mancate riforme e tagli continui (da 640 ai 210 milioni del 2011). Un’emergenza perenne vissuta sotto tre governi diversi, tutti se non ostili sicuramente sordi a quella domanda di «Autonomia, pluralismo e qualità» che non è solo lo slogan di questo congresso ma anche il marchio di fabbrica di un’associazione-zanzara, «puntuta» ma rispettata nel soffocante mondo dell’editoria e dei poteri che la tengono in piedi.

È un congresso che cade nel punto più basso dell’informazione del nostro paese. Due manifestazioni contro «tagli e bavagli» indette da sindacati e associazioni nel 2009 e nel 2010, vari scioperi dei giornali, precariato e cassa integrazione dilaganti, infinite iniziative parlamentari di opposizione al governo del conflitto di interessi, il tandem Berlusconi-Tremonti.

È una battaglia politica per la democrazia che si consuma per di più sulle macerie di una crisi economica che mette in difficoltà tutti i grandi gruppi for profit (tranne Mediaset) e rischia di cancellare definitivamente da edicole e palinsesti ogni informazione autonoma, libera, fatta da chi lavora nelle cooperative, sostanzialmente dagli unici «editori puri» esistenti in Italia. Un braccio di ferro inquinato – a destra e a sinistra – dalla polemica spesso truffaldina e demagogica sul tema del finanziamento pubblico. Un polverone innescato a suon di «vaffa» in piazza o di autopromozioni che chissà perché non hanno mai scalfito davvero il tema della proprietà di giornali e televisioni e del mercato drogato che ne deriva.

Il congresso di Mediacoop parte proprio da qui. Dall’anomalia delle cooperative nel sistema italiano, da un mercato editoriale che non c’è e dalle proposte di riforma per traghettare un settore industriale così rilevante fuori dall’emergenza e verso il futuro. Mediacoop offre un punto di vista privilegiato per osservare la crisi: associa molte testate indipendenti sia cartacee che dell’emittenza, tante soprattutto a livello locale. Imprese che per la loro struttura promuovono la partecipazione dei lavoratori alla gestione e alla produzione: 92 testate e oltre 4mila lavoratori che rischiano di essere spazzati via.

I dati parlano chiaro. La crisi picchia da tre anni e necessiterebbe un intervento politico, una guida capace che programmi sviluppo e risorse. L’Italia è un paese dalle mille anomalie. Ormai è quasi fuori scala rispetto alle statistiche internazionali.

Parlano i dati Fieg 2010 riferiti al 2009. Pochissimi lettori di giornali: le vendite sono precipitate sotto i 5 milioni di copie, ai livelli del 1939. Quasi inesistenti gli abbonamenti: solo il 9% delle copie contro il 70% e oltre di paesi paragonabili (peggio di noi solo Portogallo e Grecia). Una resa in edicola enorme: superiore al 30% per i giornali e al 45% per i periodici. Ma ancora: il 59% degli italiani considera la tv «il modo migliore per informarsi sulla attualità politica». Al secondo posto ma con un distacco incolmabile i giornali con il 30,5% della fiducia (dati Censis 2009).

Sono tutti numeri gravi che però non bastano da soli a descrivere il «mostro» italiano. L’anomalia delle anomalie riguarda – com’è noto tranne a chi non vuol vedere – non tanto le risorse pubbliche ma quelle private. Solo in Italia la tv assorbe da sola il 54% della pubblicità contro il 28% di giornali e periodici. Negli Usa e in tutta l’Europa occidentale – a parte la Spagna – la quota tv è inferiore al 35% (il dato medio a livello globale è il 39%). Ma non basta, perché scorporando questo dato unico al mondo si scopre che un terzo di tutti gli investimenti pubblicitari italiani li assorbe Mediaset da sola (oltre 2,7 miliardi), cioè la famiglia Berlusconi. Un terzo al presidente del consiglio, due terzi a tutti gli altri editori italiani su qualsiasi medium. La mano del mercato sarà pure invisibile ma ci vede benissimo.

Tra i giornali la piramide è ancora più pronunciata. Una torta già piccola finisce in briciole. Il dato chiave: nel 2008 su 1.406 milioni di pubblicità andata sui giornali solo 6,5 milioni sono finiti a quelli cosiddetti «politici» (non a caso rimborsati dello stato): lo 0, 004% del settore (fonte Fieg). Il grosso delle inserzioni, circa 1 miliardo, va ai giornali nazionali e a quelli economici. Così mentre per i grandi gruppi quotati in borsa la pubblicità oscilla attorno al 48-52% del fatturato a seconda degli anni, per quelli «politici» è meno del 18-20%.

Il congresso di Mediacoop parte da questa realtà durissima e chiede una mediazione possibile su due piani.

Il primo riguarda lo Stato e suggerisce una tregua rispetto all’emergenza. I rimborsi pubblici restino pure fermi ai bassi livelli del 2008 ma siano almeno garantiti per tre anni (fino al 2013). E per non subire i capricci del governo siano finanziati dal sistema stesso. Come? Aumentando dell’1% il canone annuo che le tv pagano allo Stato e intervenendo sull’Iva della pubblicità e dei gadget non editoriali venduti in edicola. Misure che valgono oltre 100 milioni, cioè quanto il governo aveva previsto e poi tolto in finanziaria. In più, per garantire occupazione e pulizia contro i furbetti, i contributi siano legati ai lavoratori effettivamente assunti in redazione: 180mila euro a giornalista e 120mila a poligrafico.

La seconda sfida riguarda le cooperative stesse. Mediacoop e le imprese associate oltre a lottare per vivere in un mercato tagliato a misura di qualcun altro devono anche decidere cosa fare. Spesso le coop sono sottocapitalizzate, penalizzate da banche e società di servizi, incapaci di fare rete e di innovarsi. Spetta anche al mondo delle cooperative in generale dare una prospettiva, sostenere e indirizzare un settore così delicato per la democrazia come chi fa cultura e informazione. Il congresso dirà se è possibile iniziare a pensarci.

Informazioni:

Autonomia, pluralismo e qualità. Le parole chiave con cui si apre, giovedì e venerdì a Roma, il secondo congresso di Mediacoop. L’associazione che dal 2004 rappresenta 370 cooperative editoriali e giornalistiche ha scelto per le assise un modello misto: due tavole rotonde dedicate all’analisi e alla riforma del settore e «dal basso» tre gruppi di lavoro per editoria, radio-tv locali, libri.

Tra gli interventi i vertici di Legacoop Giuliano Poletti e Giorgio Bertinelli, Paolo Gentiloni (Pd) e la responsabile del dipartimento editoria di Palazzo Chigi, Elisa Grande.

Due i temi sul piatto: la tavola rotonda sulla crisi dell’editoria con i protagonisti del giornalismo come Franco Siddi (segretario Fnsi), Massimo Mucchetti (Corriere della Sera), Corradino Mineo (Rainews24), Flavia Perina (Secolo d’Italia), Flavia Barca (Fondazione Rosselli) e Norma Rangeri del manifesto. Il secondo giorno con le possibili proposte di riforma, coinvolgerà i parlamentari Granata (Fli), Lusetti (Udc), Mazzuca (Pdl), Mura (Lega), Vita (Pd) e Giulietti (Misto).

Per info: www.mediacooponline.it – tel. 06.844.39.525

dal manifesto del 2 marzo 2011