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losangelista

May Day L.A. Occupy al bivio.

Le mobilitazioni del primo maggio in dozzine di citta’ americane hanno fotografato l’esuberanza e allo stesso tempo il momento critico del dissenso politico di era “post-occupy”. Un quadro ben rappresentato nelle manifestazioni che abbiamo ripreso a Los Angeles (sopra), citta’  dove l’atto stesso di riappropriare il tessuto urbano forse meno “umano” d’America a spazio ludico, critico, pedonale ha (specie nel coincidente ventesimo anniversario delle rivolte del ’92) un connotato intrinsecamente sovversivo. Il fatto stesso che il primo maggio abbia epresso un movimento nazionale non ha precedenti almeno non legati ad una ricorrenza notoriamente ignorata in USA – pur nascendo come commmorazione del movimento anarco-sindacale di Chicago nel 1886. Effetto in gran parte dell’impeto dato da Occupy che ha coordinato la protesta. A LA questa ha preso la forma  di convogli organizzati per convergere sul centro dai quattro punti cardinali: la Westside della borghesia illuminata, il Southcentral afroamericano, la Eastside   ispanica e il cordinamento del Nord organizzato dai sindacati. Quattro assi “direzionali” che hanno formato molteplici cortei poi affiancati,  incrociati,  uniti e ridivisi nel centro in estemporanee manifestazioni sono confluite nel comizio di Pershing Square. Concerti sono sbocciati a molti angoli di strada  e su piattaforme semoventi, ci sono teach-in stile anni ’60,  compreso quello su Rodeo Drive, la strada di lusso di Beverly Hills,  contro il consumismo, e  la commemorazione sul luogo di una famigerata sparatoria della polizia contro le Pantere Nere nel 1969 (raccontata da Wayne Pharr uno dei militanti arrestati allora).  Un ombrello plurale sotto cui si sono mosse le molte anime della “cosa” di sinistra (sindacati, disobbedienza, black block, ambientalismo e  minoranza ispanica  che ha metabolizzato la grande mobilitazione di 5-6 anni fa), dai gruppi “aztechi” ai punk e ovunque un forte sapore “latino”. Prove di trasmissione quindi di  un soggetto post-politico e, si, anche costruttivamente anti-politico  (“fuori la politica dalla politica!” diceva un cartello sostenuto da un ragazzo) che hanno dimostrato ancora una volta quanto abbiano in comune le opposizioni  in occidente nella contingenza globale caratterizzata dalla crisi strutturale dei mercati e quella fisiologica della democrazia. Occupy ha certamente influito sul dibattito al punto di generare un movimento capace di essere presente nelle piazze americane – ma non e’ ancora chiaro il percorso necessario per concretizzare l’opposizone ora che la stagione delle occupazioni fisiche sembra conlcusa – il modo per convogliare in maniera efficace il movimento per la giustiza sociale in un momento in cui le ingiustizie paiono sempre piu’  gigantesche  e inscrutabili – e’ una ricerca urgente e complicata.

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