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L'urto del pensiero

Matteo chi? Salvini, Renzi e le macerie del post-Ottantanove

RENZI SALVINI

 La consistenza politica di Matteo Salvini è quella di un peto inodore. Mentre la sapienza con cui ha pensato, realizzato e gestito l’episodio di Bologna (visita a sorpresa al campo Rom, con tanto di reazione violenta da parte degli «antagonisti») denota la scaltrezza cinica propria del politico che vuole rimestare nel torbido.

Scatenare il parapiglia è stato per lui fin troppo facile. Con tanto di corale e pressoché unanime solidarietà ricevuta dalla classe dirigente politica per via dell’aggressione subita.

Anche un po’ ipocrita, questa solidarietà, visto che concederla a uno xenofobo con forti venature razziste che decide di visitare uno dei luoghi del disagio sociale, è come solidarizzare con un cow boy dell’Ottocento che decide di portare la famigliola in gita dentro una riserva indiana.

Il politico ha o dovrebbe avere delle responsabilità nei confronti della sfera pubblica e sociale. A lui non dovrebbe essere consentito di provocare una parte di cittadini, né utilizzare quella forma assoluta e privilegiata di violenza che consiste nell’offesa verbale e morale. Utilizzata come una clava da chi, in questo caso appartenente alla classe politica, beneficia di una situazione di «privilegio» e benessere, sul capo di quelli che, comunque la si pensi, sono dei poveracci per di più ridotti a strumento di propaganda.

Quindi, se vogliamo conservarne un valore alto, una cosa importante come la solidarietà evitiamo accuratamente di darla a uno come Salvini e a chi si comporta al pari.

FASCISMI

Ciò detto, però, occorre anche non cadere nell’errore opposto. Ossia quello di giustificare un’azione, da parte degli antagonisti di ispirazione anarchica, comunque violenta e improntata a un’aggressività fisica che non deve essere tollerata. Senza contare che quegli stessi ragazzi, dopo poche ore, hanno vigliaccamente (erano in dodici) accerchiato e spintonato un giornalista del Carlino che è finito all’ospedale (a questo va la mia solidarietà).

Questa condanna della violenza quadristica va operata non tanto e non solo in virtù di una motivazione morale, ma perché azioni condotte in tal modo rappresentano lo specchio di una sinistra che ha smarrito la bussola, di un’alternativa sociale che non sa darsi altro obiettivo se non quello di cadere nel gioco della provocazione finalizzata allo scalpore e allo scandalo (in maniera puramente reattiva e quindi funzionale all’avversario).

Non vorrei mai che oggigiorno, l’estremismo come «malattia infantile» della sinistra, finisse con l’assumere i contorni inquietanti di un’identità che non sa più prendere le distanze da ciò che è intimamente ed essenzialmente fascista.

Personalmente farei fatica ad insegnare ai miei studenti cosa è stato il fascismo se, prima di tutto, non ricordassi che esso è nato sotto la forma dello squadrismo, dell’intimidazione fisica e morale, come teoria e prassi sistematica della violenza che non può e non vuole sentire ragioni.

Ammesso e non concesso che ancora abbia senso parlare di fascismo (e chi scrive pensa di sì), dobbiamo sapere e ricordare che le sue fondamenta e il suo lascito ereditario più essenziale risiedono proprio in questo utilizzo della violenza come supremo e preferito strumento di azione politica.

Salvini non ha commesso alcun reato a recarsi in quel campo Rom, e anzi a suo modo (un modo becero ed esecrabile), ha svolto il proprio «dovere» di rappresentante politico che, appunto, in quell’occasione rappresentava il proprio elettorato assai poco aperto con i Rom e gli stranieri in genere.

Questo può non piacere (e a me non piace), ma sarebbe utopia delle più sterili ritenere che le idee che non ci piacciono non trovino più chi se ne fa convinto assertore, quindi chi le rappresenti.

Tutti costoro non possono e non devono essere combattuti con la violenza e neppure con l’aggressività fisica, ma semmai ricostruendo un sistema di valori, ideali e progetti di società alternativa su cui fondare un’azione politica sensata e realmente incisiva.

LE MACERIE DEL POST OTTANTANOVE

Ma qui, certo, arriviamo alla nota dolente. Sì, perché è in situazioni come queste che emerge il vuoto più sconfortante di una sinistra degna di questo nome, realmente in possesso di chiavi di lettura del presente e di un agire razionale in grado di far diventare i propri ideali «maggioranza» e quindi realizzarli per il bene collettivo.

Da questo punto di vista, e non solo da questo, il 9 novembre del 1989 e la caduta del Muro di Berlino ci hanno lasciato soltanto macerie.

Macerie che vengono tristemente ma esemplarmente radiografate dall’episodio di Salvini a Bologna. Che fa emergere la presenza di due «sedicenti e potenziali» sinistre che in realtà non ne fanno mezza. Da una parte una sinistra bollita e svuotata, che esprime «solidarietà» incondizionata e acritica al politico xenofobo; dall’altra ragazzi che non trovano altro strumento di azione se non quello dell’opposizione fisica e squadristica.

Nel mezzo un vuoto assordante, una penuria di idee e progetti da generare sconforto infinito.

Che non sia più il tempo delle grandi idee? Che questo sia, come qualcuno ha provato a dire, persino prima del 1989, il più grande lascito di una modernità che se n’è andata portando con sé il pensiero forte, chiaro e soprattutto progettuale?

Non solo sembrerebbe confermare questa impressione il Matteo Salvini, che se ci fate caso ha abolito dai suoi discorsi i «grandi» propositi ideali (e storici) della Lega (federalismo, scissione, decentralizzazione), per concentrarsi su un qui e ora indistinto, costruito sullo spazio angusto del momento, alla costante ricerca di facili consensi, pubblicità e persino reazioni sui social network ma nulla di più.

Ma conferma di questo, e qui torniamo al discorso specifico sulla sinistra, sembra essere data anche dall’altro Matteo, quello più importante perché nientemeno che capo del governo. Anche questi non parla più di grandi progetti, non propone una visuale lungimirante, non fornisce il senso, la struttura e le modalità di un percorso che abbia come obiettivo la realizzazione di una visione del mondo piuttosto che un’altra. Anche qui ci troviamo sospesi sull’eterno presente, sui tweet o sugli sms, ma comunque all’interno di una dimensione politica che dice di volersi occupare di problemi specifici, del momento, scollegati dal contesto storico del prima su cui fondarsi e sul dopo a cui proiettarsi. Accontentare la Banca mondiale e quella europea sui conti, per esempio, ma non si capisce bene al prezzo di quale nuovo mondo, nuovo modello di società. O forse lo si capisce fin troppo bene, ma allora si rivela all’insegna di un indistinto in cui destra e sinistra spariscono non perché non abbiano più senso (non ce l’hanno mai avuto, nella misura in cui le si vuole vedere soltanto come «parole»), ma semplicemente perché la politica ha abdicato a favore di un mondo in cui è l’economia ha rappresentare la misura di ogni cosa.

In questo senso, allora, non si può non rimembrare con una certa amarezza data dal senno di poi la grande gioia che accolse la caduta del Muro di Berlino. Una caduta che ha finito col lasciare per terra soltanto le macerie della politica in generale e della possibilità di coltivare una certa visione del mondo. Macerie che segnarono la comprensibile e sacrosanta gioia di tanti uomini e donne. E che oggi scopriamo averci lasciato un mondo in cui, sulla scia di nuove divinità numeriche, impersonali ed economicistiche, a crollare impietosamente è proprio l’essere umano.