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Quinto Stato

Matteo Armellini: una vita al lavoro può valere 2 mila euro?

“Due morti sul lavoro, quella di Matteo Armellini e di Francesco Pinna, è un prezzo troppo alto per questi eventi [i concerti dal vivo]. Quando entrate in una piazza e tutto quello che vedete in attesa che la musica inizi sappiate che è costata una dura fatica a questi ragazzi che hanno partecipato a questi lavori, un lavoro molto rischioso come dimostrano i fatti. vorrei ricordare che il lavoro è dignità. vorrei una riflessione da parte degli amanti della musica, di tutti quelli che accorrono ai concerti e di tutti i fans di tutti gli artisti. agli artisti un appello particolare che si interessano alle modalità di lavoro di questi ragazzi. matteo non potrà tornare indietro ma che la sua morte abbia un senso per iniziare un discorso affinché questa categoria venga riconosciuta come tutte le altre categorie”.

Mancavano pochi giorni al primo maggio, il giorno della festa del lavoro che i sindacati festeggiano in piazza San Giovanni a Roma, quando Paola Armellini, la madre di Matteo, il rigger deceduto allestendo il palco del concerto di Laura Pausini il 5 marzo scorso a Reggio Calabria, rivolgeva questo invito alla riflessione.

Una riflessione che in realtà non è mai iniziata, nonostante il moltiplicarsi di tavoli e incontri, le dichiarazioni di solidarietà e attenzione, salvo la constatazione dell’impotenza dell’ispettorato del lavoro, qualche disponibilità da parte delle organizzazioni datoriali a rivedere qualcosa in un sistema dove tutto continua come prima. E la categoria degli operai dello spettacolo continua a non essere riconosciuta come titolare di diritti e dignità professionale. The show must go on. Ma fino a quando?
Fino a quando non è arrivata la notizia che ha bucato nuovamente la bolla in cui galleggia lo show-biz. L’Inail ha riconosciuto a Paola Armellini un “rimborso” di 1936,80 euro per la morte del figlio. La La motivazione non poteva che essere più asettica e agghiacciante: “pratica di infortunio o malattia professionale”. Nessun accenno al decesso. Il direttore generale dell’Inail Giuseppe Lucibello ha spiegato che non di “risarcimento” si tratta, bensì di un “anticipo dell’assegno funerario”. Un anticipo che sembra non sia bastato nemmeno a coprire le spese per il trasporto della salma di Matteo da Reggio Calabria a Roma. Questa dicitura si ritrova nel testo unico sul lavoro che riconosce ai congiunti a carico del defunto il diritto ad una rendita. L’entità della cifra si spiega perché Matteo non contribuiva al mantenimento della madre. Si tratta di una cifra una tantum.

Dopo le scuse, e le precisazioni, Lucibello ha indicato il vero problema. L’entità esigua della cifra sarebbe dovuta alla “retribuzione molto bassa del ragazzo che non consente di immaginare risarcimenti consistenti”. E poi: “bisogna tutelare meglio soprattutto i morti sul lavoro deceduti in giovane età perché i livelli retributivi sono spesso molto bassi per cui i superstiti prendono prestazioni di entità molto ridotta”.

Ed eccoci giunti al punto: per essere tutelati i rigger, non diversamente da tutti i lavoratori intermittenti che prestano la loro opera ovunque, e non solo nell’allestimento dello spettacolo dal vivo, dovrebbero pagare di tasca propria un’assicurazione privata perché nei loro contratti di lavoro l’indennità contro gli infortuni o le malattie esiste, ma è limitata esclusivamente al tempo in cui lavorano. Ipotesi improponibile, considerati i costi enormi che impediscono di pensare che sia una strada percorribile dai singoli che spesso hanno livelli di reddito tali da escluderla in partenza. 


Senza considerare che i rigger, e sicuramente nel caso di Matteo, molto spesso pagano di tasca propria l’attrezzatura per la sicurezza sul lavoro, oltre che i corsi per la certificazione del lavoro in altezza. Costi che invece dovrebbero essere a carico dei datori di lavoro. E non c’è speranza, perlomeno oggi, che una misura di garanzia a tutela di questi lavoratori giunga dallo Stato – come dovrebbe – considerato anche il fatto che la condizione del rigger è in tutto simile a quella di tutti i lavoratori precari, autonomi, insomma di coloro che non possiedono un contratto a tempo indeterminato.

E’ su questo che, fino a oggi e chissà fino a quando, manca la riflessione sollecitata con forza anche in queste ultime ore da Paola Armellini. Una riflessione che dovrebbe essere ambiziosa e non fare sconti a nessuno: alle produzioni, ai sindacati, allo Stato. Perché il lavoro operaio nello spettacolo dal vivo rappresenta oggi una riflessione su tutto il lavoro e su tutte le professioni che sono organizzate nello stesso modo.   Ma quello della tutela del lavoro è solo uno degli aspetti dimenticati di un lavoro che viene abbandonato alla contrattazione privata dei lavoratori con i loro committenti. 


Per questa ragione si è nel frattempo prodotta una selva di escamotage contrattuali, occasionali e sommamente episodici, che hanno frammentato il lavoro che si svolge sui cantieri. Nello stesso luogo si ritrovano persone che lavorano con la partita Iva, contratti occasionali, al nero, senza peraltro che gli uni conoscano gli altri. Un caos sul quale molto difficilmente gli ispettorati del lavoro, come gli stessi sindacati, possono intervenire finché non sarà trovato un modo per regolare le catene degli appalti e dei subappalti attraverso le quali questi lavoratori vengono assunti.  


Per questa ragione i rigger si stanno organizzando in cooperative e chiedono il riconoscimento della loro professione. In questo contesto, la cooperativa serve a tutelarsi nel caso in cui le produzioni, e accade sempre più spesso, paghi con una fattura imponendo al lavoratore di aprire una partita Iva. E serve anche di evitare di negoziare il proprio lavoro da soli. Un modello di auto-tutela utile a stabilire delle regole prima di entrare in cantiere. Perché dopo la musica cambia e gli operai dello spettacolo fanno la stessa esperienza di milioni di altri lavoratori, con o senza la partita Iva.

Sul luogo di lavoro sono tutti lavoratori subordinati, obbediscono alla tempistica massacrante imposta dalle produzioni, straordinari e lavoro notturno compresi. E non hanno la possibilità di contrattare sul luogo del lavoro condizioni migliori perché, sempre a causa delle catene degli appalti e dei subappalti, spesso non conoscono nemmeno il volto del loro principale committente, ma solo uno dei suoi mandatari che deve rispondere ad un piano di produzione non deciso nemmeno da lui. L’autonomia riconosciuta in partenza ai lavoratori si trasforma nella massima subordinazione. In queste condizioni, la vita ha un prezzo e vale 2 mila euro.
 
Il blog degli operai dello spettacolo: http://mercenarishowbizroma.noblogs.org/