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Poltergeist

Masterchef: Il reality come espressione della società

Niente dimostra quanto i programmi televisivi siano uno specchio della società quanto i reality. Questa ultima e decadente forma di produzione televisiva è nata dall’esasperazione della prospettiva di un pubblico voyerista come base fondamentale del pubblico televisivo. La stessa misteriosa e profondamente umana pulsione a rallentare per osservare la scena di un incidente, nella paurosa speranza di poter catturare una fuggevole goccia di sangue o la maschera rivelatoria della morte, ci spinge a essere testimoni delle sfortune e dei fallimenti di altre persone, simili a noi ma glorificate dallo schermo televisivo e ridere o piangere delle loro incompetenze.

L’ultima, e forse la più fortunata, forma che ha preso il reality è quella del reality culinario. La cucina e il cibo sono diventati un’ossessione televisiva, a riflettere l’ossessione che una civiltà in decadenza ha per i piaceri della carne e anche in Italia le varie versioni in forma reality delle competizioni di cucina sono uscite dalla gabbia dei canali dedicati alla cucina per approdare in prima serata sui canali nazionali. Con il viso minaccioso, le braccia incrociate e l’uniforme da cuoco impeccabilmente indosso, chef Gordon Ramsey scruta i passanti nei sottopassaggi delle metropolitane e sui mezzi di trasporto delle grandi città italiane. Ramsey è una celebrità ormai nel mondo anglosassone e il fatto che sia lui a fare da rappresentante del reality più famoso al mondo, Masterchef, indica la sudditanza culturale italiana nei confronti del mondo americano. Masterchef è infatti una gara i cui giudici sono tre importanti chef e ogni edizione nazionale (la prima è quella inglese, trasmessa dal 1990 sulla televisione britannica, segue quella degli Stati Uniti del 2000 e quella australiana del 2009 – a oggi sono 34 i paesi che trasmettono una loro versione nazionale del programma, inclusa, dal 2011, l’Italia) ha tre chef di fama come giudici del programma. Eppure, Ramsay, britannico come pochi altri, è il rappresentante della versione americana ma non, significativamente, di quella inglese. Il motivo per cui il famoso chef dai modi brutali e censori non è tra quelli che rappresentano l’Inghilterra è che la versione di Masterchef in onda nel Regno Unito rappresenta, appunto, un’idea di competizione non brutale e censoria ma meritoria, mentre quella americana, di cui Ramsay è figura rappresentativa, si basa sull’umiliazione dei partecipanti per far sì che la persona con la maggiore volontà – e non il maggiore talento – emerga.

La gara si basa su un concetto democratico di selezione: cuochi amatoriali (vale a dire casalinghe e manovali/disoccupati con la passione per la cucina) presentano i loro piatti migliori a una giuria che decide se c’è del talento in questi diamanti grezzi. Coloro che vengono selezionati dovranno attraversare una serie di prove per dimostrare 1. Di saper imparare nuove tecniche culinarie 2. Di essere in grado di gestire una cucina professionale come dei veri chef e 3. Di saper sopravvivere allo stress del ruolo di chef in un ristorante.

Sebbene il format sia unico, il modo in cui le diverse culture hanno pensato le singole gare per determinare i migliori contendenti rivelano la natura profonda dell’essere di diverse nazioni.

In Inghilterra, patria del reality, le gare tendono a esaltare le abilità personali dei partecipanti e i giudici si pongono come arbitri di gusto in una gara tra talenti. Il risultato è quasi sempre una dimostrazione di come la cosiddetta “grace under fire”, cioè la grazia sottoposta alle pressioni più forti, possa vincere su tutto.

Negli Stati Uniti, invece, e ne è campione il famoso “Ramsay il Censore”, la gara è segnata da una costante umiliazione dei contendenti da parte dei giudici che, a loro volta, tentano in ogni modo di fomentare lo spirito individualistico nei partecipanti. Ogni puntata è segnata da lotte intestine tra i diversi cuochi che mostrano odio o disprezzo l’uno per l’altro nel tentativo di dimostrare la propria forza di volontà come motore principale – e vincente – nella gara. Non mancano, naturalmente, le figure fondamentali per far sì che la trasmissione diventi uno show da circo: concorrenti non-vedenti, veterani della guerra in Iraq, madri single in cerca di rivalsa e tutta una schiera di figure da baraccone poco probabili nel mondo della cucina professionale come nani, minorenni, fotomodelle e camionisti dalle mani di fata.

La versione australiana è tutt’altra cosa, quasi una forma completamente stravolta di questo reality: i giudici manifestano continuamente un profondo rispetto e una dose notevole di umanità nei confronti dei concorrenti che tendono a supportarsi l’un l’altro e a vivere la gara come un’allegra avventura mediatica.

Il reality davvero è la forma più precisa di rappresentazione sociale di una nazione e di una cultura. Ma allora perché in Italia non è un giudice del Masterchef inglese ma l’aggressivo e autoritario Ramsay a farla da padrone sui cartelloni pubblicitari?

  • Paolo1984

    Di sicuro gli USA sono una società competitiva nel bene e nel male..ma a me Ramsay non dispiace (“E’ crudooooo!!”)..devo preoccuparmi?

  • nefeli

    Ma no… e’ un dittatore affascinante!

  • Daniela

    Seguo Ramsey e ammetto che mi piace… ma ammetto anche che ho sempre preferito i reality americani o comunque stranieri a quelli di casa nostra che sento più “falsi e costruiti” meno “reality”.
    La tua valutazione “reality-società” delle varie edizioni le condivido: in america il “self made man” la fa da padrone e in tutti i reality è la forza d’animo, la volontà di arrivare che divide i vincenti dai “loser” (quelli che non arrivano indipendentemente dalla reale capacità); l’inghilterra la conosco poco ma credo sia profondamente meritocratica mentre in australia (di cui ho seguito sporadicamente “masterchef junior” e un reality che insegnava a diventare “principesse o aristocratiche” non ricordo bene) c’è un gran rispetto per ciò che è la reale capacità del concorrente-partecipante.
    Detto questo ammetto di amare molto questi reality, soprattutto americani: che lo fanno veramente su ogni argomento dalla scelta del vestito da sposa, a quello che ha bisogno di uno psicologo per cani, agli stilisti o modelle emergenti, agli interessantissimi consigli di una tata, all’incontro tra due mondi sociali nel cambio di coppia fino a quello (divertentissimo) su pazzi ricconi che vogliono organizzare un party o una cena con cuochi. Non dò per scontato che sia tutto veramente “reale”, anche se gli americani hanno un rapporto molto più naturale di noi davanti alla telecamera, ma trovo affascinante vedere il modo di relazionarsi e di “vivere” delle persone coinvolte, i loro ideali, la loro società e perchè no anche il loro ambiente lavorativo.
    Mi piace vedere come una modella può risultare più o meno espressiva in foto o come un vestito può venire considerato più o meno di moda rispetto a quello che penso io… o come possono essere assurdamente fuori dal mio mondo le richieste di chi ha centinaia di volte la mia capacità finanziaria.
    E’ uno studio continuo, uno studio affascinante… da seguire mentre si lavano i piatti ^___^