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Nuvoletta rossa

marciare divisi per colpire uniti: lo strano caso di “The Umbrella Academy”

Supergruppi: da oltre 70 anni, una garanzia di successo, almeno sui fumetti. Correva l’anno 1940 quando l’editor Sheldon Meyer ebbe l’idea di riunire sotto lo stesso tetto eroi che nelle loro avventure a solo avevano funzionato così cosà. Dal momento che Meyer era passato alla storia per aver salvato dal macero una strip che la National avrebbe volentieri cestinato, quella di Superman, i padroni del vapore non ebbero problemi a dargli corda. In capo a qualche mese, lo sceneggiatore Gardner Fox e un folto gruppone di penciller capitanato da E.E. Hibbard partorirono la property di punta di All Star Comics, una rivistucola che fino al terzo numero aveva offerto al pubblico ben poche emozioni. Si chiamava Justice Society of America, e ne facevano parte eroi vintage come Flash, Lanterna Verde e Hawkman, più rebunza tipo Atom, Lo spettro e Dr. Fate. Com’è, come non è, per tutti gli Anni Quaranta le ammucchiate super-eroiche si moltiplicarono. Non solo nelle segrete stanze della futura DC Comics, ma anche in quelle della grande rivale Timely Comics, la futura Marvel. Nel 1941, erano scesi in campo i Young Allies di Joe Simon e Jack Kirby, con i tradizionali “sidekick” di Capitan America e Torcia Umana a far da baby-sitter a un gruppo di ragazzini di New York. E in All Winner Comics 19, datato autunno 1946, a unire le forze furono Capitan America, La Torcia Umana e Sub Mariner, oltre ai misconosciuti The Whizzer (sic) e Miss America. Poi, una pausa di riflessione dovuta agli alti e bassi del mercato, fino alla metà degli anni 50, e all’arrivo dei nuovi team destinati a ricavarsi un posto d’onore nel cuore dei pochi sopravvissuti al furore iconoclasta di Frederic Wertham. Justice League of America (1960), I Fantastici 4 (1961), Doom Patrol (1963), e I Vendicatori (1963) dimostrarono che il genere aveva ancora molto da dire. E gli X-Men (sempre 1963) innovarono il genere estremizzando il concetto dei “super-eroi con super-problemi” cucito da Stan Lee sui nuovi eroi Marvel fino a trasformare quello della famiglia disfunzionale con super-poteri in un topos sub-letterario lanciato verso vette narrative irraggiungibili. basta pensare a Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons, una miniserie che dalla fine degli Anni 80 a oggi ha contato innumerevoli tentativi di imitazione, non ultimo il cross-over Before Watchmen prossimamente in uscita in tutto il globo.

E sì, duemilacinquecento battute di preambolo non sono poche, per un pezzullo intorno alla cinquemila. Ma se non si parte da qui, dall’importanza dei supergruppi nell’ambito del fumetto a stelle e strisce, è dura gustarsi The Umbrella Academy: Dallas (Magic Press/Dark Horse Comics, 180 pagine, € 16), la divertente saga in sei puntate concepita dallo sceneggiatore nonché frontman dei My Chemical Romance Gerard Way insieme con il disegnatore Gabriel Bá. Perché l’Accademia degli ombrelli aggiorna all’estetica pop-punk e alla filosofia del Net Surfing l’epica consunta della “squadra vincente”. Il tutto, con una ferrea aderenza al canone delle dinamiche intergruppo tipiche delle famiglie del fumetto, luoghi metaforici dell’anima dove ci si ama ci si scazza ci si sfida ci si tormenta ci si deride senza soluzione di continuità. Intendiamoci: in questa rilettura dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy non è tutto oro quello che riluce, soprattutto per i neofiti. Chi non ha mai apprezzato i partouze non ha una chance al mondo di cogliere i rimandi metafumettistici degli autori, e rischia di perdersi metà del divertimento. Che però, indubbiamente, c’è: perché dopo aver presentato al pubblico i personaggi nella miniserie introduttiva La suite dell’apocalisse (Magic Press/Dark Horse Comics, 192 pagine, € 15,50 e una fraccata di premi Eisner, Harvey eccetera), Way e Bá si divertono a lanciarli come biglie nell’immensità dello spazio-tempo. Oltre l’apparente e coloratissima anarchia dell’insieme c’è una logica picaresco-scombiccherata alla The Rocky Horror Picture Show: personaggi estremi che, attraverso traiettorie estreme, trovano un senso diverso a una storia già raccontata.

Più che al pop-corn entertainment di The Avengers, questo The Umbrella Academy: Dallas fa pensare a Inglorious Basterds di Tarantino, con tutte le provocazioni, gli sberleffi e le stilizzazioni del caso. Killer di 10 anni con un cervello ben oltre gli “Anta”, scimpanzé travestiti da Marilyn Monroe, sicari in maschere da furry animals, vampiri vietcong, Dio in versione cow-boy, statue assassine, morti sparati che non vogliono saperne di morire e addirittura un pesce con la bombetta a metà fra Megamind e la canzoncina per bambini Negrita Cucurumbé, popolarissima in quell’America Latina che ha dato i natali al disegnatore. E per chi pensa che l’omicidio di Kennedy sia roba pesante, anche la fine del Mondo. Non è quello che si può definire un menù equilibrato, ma una volta lasciato il cervello alla cassa c’è molta ciccia da mordere. In ogni caso, molto di più che leggendo qualsiasi sciatto team-up firmato dalle major. Non poco, in tempi di crisi.