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Manovra di Ferragosto, apocalittici e disintegrati

Il leader della Lega scarica i comuni: «Meglio salvare le pensioni».  Bossi difende Tremonti ma in senato il decreto si cambia. Cresce la fronda nel Pdl.

«È arrivata la fine dell’Italia, questa è la verità». E’ un Umberto Bossi apocalittico quello che a Ponte di Legno arringa una platea leghista mai così avara di applausi. Il tradizionale comizio ferragostano del leader stavolta si colora di note crepuscolari. «Siamo al dunque, bisognava assolutamente fare un po’ di tagli, altrimenti stavolta l’Europa ci uccideva».

Il leader del Carroccio evoca Draghi (Mario) e complotti della «massoneria internazionale» ma di fronte ai suoi Bossi ammette un «dubbio di coscienza». Tra i tagli ai comuni e i tagli ai pensionati «il problema era: si taglia ai ricchi o ai poveri? Io non ho dubbi. Salvo i poveracci, ai comuni ci pensiamo dopo».

Raccontando un consiglio dei ministri drammatico («abbiamo litigato tutto il giorno e per poco non passiamo alle vie di fatto»), Bossi difende Tremonti («chi pensa che se ne vada a settembre è miope») e insulta il collega Brunetta («nano veneziano non romperci i coglioni») e anche il premio Nobel Rita Levi Montalcini («meglio Scilipoti che quella scienziata»).

Parole tanto polemiche quanto impotenti e rabbiose, che certificano la fine di un’era: Berlusconi alza le tasse a piene mani e il senatur scarica gli enti locali per difendere a spada tratta l’alleanza romana. L’abbandono dei comuni alla loro sorte però suona come la più sincera ammissione di anti-federalismo mai pronunciata da un leghista. Una correzione di rotta che non a caso è proprio Roberto Maroni a indicare come indigesta. Il ministro dell’Interno parla di manovra «non blindata» ed è il primo a chiedere al suo governo di «azzerare i tagli ai comuni introducendo altre misure».

E’ un pressing insidioso per la leadership del movimento. Bossi fiuta l’aria e si fa accorto: Maroni? «L’idea mi sembra giusta, ma non al punto di attirare le ire della Bce, che ci deve comprare ancora i titoli di stato».

A differenza del passato, però, stavolta è soprattutto il Pdl a giocare la carta del partito di lotta e di governo. La fronda parlamentare contro il decreto di Ferragosto è sempre più consistente: la corrente di Alemanno si muove in linea con gli ultra-liberisti azzurri “guidati” da Guido Crosetto.

Di tutto un po’: ex ministri come Martino e Bondi, peones e sudisti vari a cui si aggiungono – alla vigilia del meeting di Rimini – anche “big” come Formigoni, Brunetta e Galan.

Tra peones e pasdaran «siamo già in venti», assicura il milanese Giorgio Stracquadanio. Non pochi ma alquanto disomogenei: tra le richieste di modifica c’è di tutto. Niente contributo sopra i 90mila euro (che, tra gli altri, graverebbe sui parlamentari) e soprattutto più tagli alle pensioni. Stracquadanio vorrebbe portare l’età di quella di vecchiaia a 67 anni per tutti o almeno anticipare a 65 anni quella delle donne. E poi «bloccare tutte le forme di incremento della pressione fiscale», incluso l’aumento dell’Iva (un punto su cui anche Berlusconi si è detto contrario). Poi le riforme: fusione di comuni e province e soprattutto privatizzazioni totali di municipalizzate e aziende pubbliche come Eni, Enel e Finmeccanica.

Alcuni (tra cui Lupi e il leghista «maronita» Tosi) non escludono nemmeno l’idea di Bersani di tassare i soldi rientrati con lo scudo fiscale. Il Pd chiede il 20%, il governo starebbe valutando un misero 2%.

Insomma, l’assalto alla diligenza tremontiana è già partito. Da lunedì la manovra sbarca nelle commissioni del Senato. A stretto giro le varie fronde del Pdl vorrebbero consegnare al segretario Alfano gli emendamenti su cui puntare in modo unitario. Per carità, nessuno invoca svolte o rotture ma è chiaro che attorno al «rigore» e alle «maxi stangate» estive si intreccia una complessa partita politica che determinerà a lungo gli equilibri nel Pdl e dunque nell’intero centrodestra.

Questa è la prima vera prova per Alfano in cabina di regia. L’ex ministro della Giustizia è pronto a giocare fino in fondo la carta della «responsabilità» pur di rifondare il partito dei «moderati», magari allargato all’Udc di Casini. E finora è l’unico dei big a non aver detto una parola. Soltanto in serata, scovato dall’Ansa, Alfano esce allo scoperto con una dichiarazione laconica: incontrerà i «frondisti» ma per cercare una «sintesi comune» e a «saldi invariati». Idem sentire con Berlusconi, sicuro che la «fronda» del Pdl è innocua e cerca solo visibilità. Più velenoso, per entrambi, potrebbe essere il vertice tra Bossi e Tremonti previsto nel Cadore.

dal manifesto del 16 agosto 2011