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FranciaEuropa

Manifestazioni-test contro la riforma delle pensioni

Le pensione a 60 anni, conquista del primo settennato di Mitterrand, è finita. Lo ha deciso il governo francese, che pero’ aspetta il 15 o il 20 giugno per precisare i dettagli della riforma. Domani, giovedi’ 27, i sindacati – tutti, Cgt, Cfdt, Cftc, Unsa, Fsu e Solidaires, salvo Force ouvrière, che manifesterà a parte il 15 giugno – scendono in piazza per protestare. “Bisogna assolutamente riuscire il 27” dicono, realisti, alla Cfdt (che nel 2003 aveva finito per approvare la riforma di François Fillon, allora ministro del lavoro, dopo aver ottenuto delle garanzie per le “carriere lunghe”, cioè per coloro che hanno cominciato a lavorare giovani). “E’ evidente, giovedi’ si gioca una partita importante”, aggiunge Bernard Thibault, segretario della Cgt. Il ministro del lavoro, Eric Woerth, vuole abbattare il “dogma” della pensione a 60 anni. Dominique Strauss-Kahn, attuale direttore dell’Fmi e candidatato alla candidatura all’Eliseo per la sinistra nel 2012, dice più o meno la stessa cosa. Martine Aubry, la segretaria del Ps, difende invece la “conquista” dei 60 anni. Anche a costo di farsi giudicare “arcaica”.

Ma di cosa si sta parlando? E’ vero che la pensione a 60 anni è un “simbolo”. Tutti sanno che i conti sono in rosso, che l’aumento della durata della vita e lo squilibrio demografico – una percentuale in crescita di persone della terza età – richiede dei cambiamenti per salvare il sistema pensionistico per ripartizione (dove chi lavora paga per i pensionati, che a loro volta, quando lavoravano, avevano pagato per la generazione precedente). Ma c’è una questione di giustizia, che viene spesso dimenticata. Oggi in Francia per beneficiare di una pensione a tasso pieno a 60 anni bisogna aver pagato i contributi per 40,5 anni (nel 2020 sarà 41,5 anni). Solo il 60% delle persone che sono andate in pensione nel 2009 avevano 60 anni, una parte consistente ne aveva di più (il 17% aveva 65 anni), per raggiungere gli anni obbligatori di contributi. Il 58% di coloro che sono andati in pensione a 60 anni nel 2009 hanno pagato contributi in media due anni di più del numero di anni legale (40,5). La ragione: sono persone che hanno cominciato a lavorare presto. Si tratta in maggioranza di operai e anche di impiegati.  I quadri dirigenti, che hanno passato anni a studiare, cominciano a lavorare più tardi e sono già obbligati a lavorare oltre i 60 anni per avere la pensione a tasso pieno (sempre che abbiano ancora un lavoro: la Francia è il paese europeo dove l’occupazione di chi ha più di 54 anni è più bassa). Cosi’, la riforma che sta preparando il governo penalizzerà ancora di più le categorie che hanno cominciato a lavorare prima:  anni di contributi in eccesso per arrivare ai 61-62 o 63 anni, mentre le statistiche dicono che chi ha cominciato a lavorare giovanissimo, che quindi ha svolto un lavoro manuale e usurante, ha una speranza di vita minore rispetto ai quadri. Quindi, più che un “dogma”, la pensione a 60 anni è semplicemente una questione di giustizia.

Ma la vigilia del 27 i sindacati sono preoccupati. Certo, ci saranno circa 300 cortei in tutta la Francia. Ma i sindacati riusciranno a mobilitare almeno come il 23 marzo scorso (800mila persone complessivamente)? Non è sicuro. Quest’anno, i cortei del 1° maggio sono stati magri, malgrado ci fosse già in ballo la riforma delle pensioni. E’ come se la rassegnazione avesse invaso i cittadini, bombardati ogni giorno da informazioni negative sull’eccesso di deficit pubblici e colpevolizzati per far parte in una società accusata di vivere al di sopra dei propri mezzi.