closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
losangelista

Manierismo Hollywoodiano

8-1-2_l

Nine-Daniel-Day-Lewis-smo-001


La scorsa settimana per singolare coincindenza, sotto il tetto di uno stesso albergo newyorchese era in corso la promozione stampa di due film adattati da precedenti opere. Everybody’s Fine dell’inglese Kirk Jones , e’ il “remake” e la trasposizione americana di Stanno Tutti Bene di Giuseppe Tornatore, in cui nel ruolo protagonista Robert De Niro fa le veci dell’interprete originale, Marcello Mastroianni. Nella stanza attigua Daniel Day Lewis presentava alla stampa un ruolo basato anch’esso su una precedente interpretazione di Mastroianni: quella in 8 ½. Lewis e’ il protagonista di Nine che in realta’ e’ un adattamento sceneggato da Anthony Minghella e diretto da Rob Marshall dell’omonimo musical che a sua volta prendeva spunto dal film   di Fellini, situando il personaggio di Guido Contini (nell’originale Guido Anselmi)  al centro di un varieta’ danzante stile Broadway.  Al di la dell’allineamento planetario che ha fatto coincidere i due film di ascendenza italiana, questo e’ piu’ di altri l’anno dei remake a Hollywood.  Mentre nei cinema si proietta Bad Lieutenant la competente ma in defintiva (malgrado al buona prova di Nicolas Cage)  inutile rielaborazione dell’omonimo film di Abel Ferrara, gli studios hanno in cantiere in vari stadi di preproduzione dozzine di  “copie”. Fra i progetti di cui circola notizia  a Hollywood spiccano per stoltezza:  il rifacimento degli Uccelli firmato da Martin Campbell (Maschera di Zorro), la versione del pionieristico Tron che stanno cucinando in casa Disney,  la versione americanizzata di Let The Right One In, il capolavoro vampiro-svedese di Tomas Alfredson,  e poi di seguito riedizioni di Westworld di Micheel Chrichton, Fuga da New York di Carpenter, Cani di Paglia di Peckimpah e il Dune di David Lynch. Nel caso del rifacimento programmato di Fahrenheit  451 il re-regista, Frank Darabont (Green Mile, Shawshank Redemption) assicura che sara’ un netto miglioramento sull’originale di Francois Truffaut (1966),  nella sua opinione un film “blando e senza vita”. Un’affermazione di boria singolare che rivela altresi’ la profonda crisi di originalita’ in cui versa un’industria congenitamente allergica a rischiare, la cui timidezza aristica e’ accentuata dall’attuale recessione e dall’illusione di “andare sul sicuro”. Solo studios governati da consigli d’amministrazione ossessionati dagli utili potrebbero concepire di trasformare grandi film d’autore in omologati  prodotti da box office. Una strategia che si estende  daltronde anche alla TV (attualmente in onda riedizioni di “V”,  “The Prisoner” , “Melrose Place”, e “Beverly Hills 90210”).  Alla fine vale la dichiarazione che mi fece Billy Wilder, con marcato accento yiddish, ai tempi del remake del suo Sabrina: “Non ho ben capito cos’e’ che non andava nel primo” .

everybodys-fine

Stanno bene