closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
in the cloud

Mancassola: trenta-quarantenni, che fare?

di Marco Mancassola (il manifesto 29 aprile 2011)

Un sacco di cose sono accadute sotto questi occhi. Gli occhi di gente che ha trenta, quarant’anni. Il Muro, la rete, le Torri, figure simili agli Arcani di un epocale mazzo di carte. Il nostro paese in mano a un grande Joker. I mari che iniziano a salire, l’infinita crescita economica che sfinisce. Molte cose sono accadute. Siamo noi che rischiamo di non accadere.

In un articolo di alcuni mesi fa su Repubblica, Giorgio Vasta descriveva gli appartenenti alla propria generazione come «in attesa di un Godot epocale che li riscatti (consapevoli del fatto che se Godot non arriva è meglio)». Da quell’articolo e da altre riflessioni è nata la convocazione di un ampio incontro informale di scrittori, editori, intellettuali che si riuniscono oggi a Roma sotto la definizione di generazione TQ (generazione Trenta-Quaranta).

Pur trattandosi di un incontro non aperto al pubblico, gli organizzatori (oltre a Vasta, il merito dell’iniziativa va a Giuseppe Antonelli, Mario Desiati, Alessandro Grazioli, Nicola Lagioia) hanno pubblicato una sorta di traccia-manifesto in cui la stessa generazione viene definita anfibia: uscita da un secolo-palude, da una società letteraria e da un sistema culturale ormai morto, ma che ancora ci condiziona. L’anfibio emerso dalla palude si asciuga la pelle e aspetta, stordito, di comprendere il nuovo mondo in cui si trova.

Non che sia rimasto molto tempo, d’altro canto. Convulsioni storico-sociali sempre più ravvicinate ci ricordano che non c’è più da aspettare. Godot è arrivato, arriva di continuo. Soltanto che in qualche modo non è accoglibile, non è narrabile, non è rielaborabile con linguaggi condivisi. Massima nevrosi di un’epoca che smania per il cambiamento ma non saprebbe riconoscerlo né accoglierlo, non dopo il disgregarsi di ogni contesto, di ogni comunità, di ogni effettivo spazio di risonanza.

Come siamo arrivati a questo? Possiamo pensare alla famosa carta geografica del racconto di Borges, la mappa del mondo in scala 1:1. Essa si è stesa su di noi con la pesantezza di un telo di plastica. Viviamo nello strato tra il mondo e la sua mappa, ed è per questo che la nostra esistenza è fatta oggi di sacche, rigonfiamenti di senso piccoli e isolati, bolle di vita infuocate come capanne sudatorie, improvvisi tentativi di strappo. Ci chiediamo a cosa lavorare: a fare una carta della carta? Oppure a strapparla? Le ipotesi sono infinite, urgenti, possibili, necessarie. Una immensa libertà, la libertà di un deserto, sfuma nell’immensa costrizione di un paesaggio di rovine, con cumuli di macerie a sbarrare ogni strada. Nulla sembra circolare in questo paesaggio paradossale.

Nessuna voce, non almeno nei modi conosciuti finora. La rabbia si riduce a episodi sparsi, proprio come le rivolte episodiche delle gioventù nelle strade, le macchine incendiate con dinamiche da flash mob.

Il che fare? è sempre più stringente mano a mano che il lavoro intellettuale subisce, al pari di ogni altro lavoro, la morsa dell’ordine economico. Precarizzazione, inflazione, proletarizzazione, atomizzazione, perdita di rappresentanza e di rappresentazione. Nel suo ulteriore specifico, lo scrittore-narratore si trova in un sistema editoriale attualmente in bilico, inquieto e sull’orlo del panico. Dove a rischio non è solo il mercato librario e la sopravvivenza della forma-libro ma il valore stesso delle storie, in un mondo intasato dalla sovrapproduzione editoriale, dall’inflazione narrativa, dalle dosi di fiction, dall’abuso delle tecniche di storytelling nel marketing e nella politica. «Innumerevoli sono i racconti del mondo», scriveva Barthes. Così innumerevoli, oggi, da rischiare di rivelarsi impossibili?

Se narrare storie significa anche convocare una comunità, che in quelle storie si riconosce e trova provviste di senso, serve una fede ostinata per continuare a scriverne in un tempo come questo. Un tempo in cui la comunità dei lettori appare dispersa, sfuggente, inconvocabile. Uno sforzo che sconfina nel delirio, un’impresa comunicativa con i tratti di una sindrome autistica.

Secondo Deleuze, scrivere letteratura significa «inventare un popolo che manca», fare appello «a un popolo che non esiste ancora». È soltanto rilanciando ambiziosamente la posta, pensando a se stesso come al fondatore di nuove comunità del sentire, che lo scrittore può compiere questo salto nel buio. E con una dose, ovvio, di autentico investimento umano. Il grado di menzogna esistenziale che riempie tanta narrativa oggi in commercio meriterebbe una trattazione a parte.

Abbandonando per sempre il cadavere del potere culturale, così come lo hanno inteso le vecchie élite (con il suo corredo di padrinaggi, piccole mafie, attenzione da elemosinare a capricciose cariatidi), si compie forse un primo passo. L’anfibio ha la pelle asciutta. Pur avendo la tentazione di rituffarsi nella palude, può azzardare un saltello in avanti.

dal manifesto del 29 aprile 2011