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Quinto Stato

Maker Faire, l’appello dei Roma Makers all’università: “Non sprechiamo questa occasione”

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La protesta degli studenti della Sapienza alla Maker Faire fa discutere il mondo degli artigiani digitali nella Capitale. Intervista a Leonardo Zaccone, uno dei fondatori della rete dei Roma Makers, sul rapporto su saperi open access e quelli proprietari, tra il mercato e l’innovazione nella sharing economy.”La protesta sull’accesso alla Sapienza è legittima, spero che per l’università la Maker Faire non sia un’occasione sprecata. Si potrebbe costruire un FabLab nell’ateneo per democratizzare la ricerca. Agli studenti chiederei di guardarsi intorno perché esistono tante esperienze che provano a costruire una città diversa”.

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Quello dei Makers a Roma è un movimento di artigiani digitali organizzati in un coordinamento tra spazi di coworking e Fab Lab . La protesta degli studenti della Sapienza alla Maker faire (l’accesso a pagamento a costo simbolico, la chiusura delle facoltà, le ferie obbligate dei lavoratori, la trasformazione dello spazio universitario in una vetrina espositiva, gli sponsor “corporate”) ha creato un dibattito nel movimento protagonista della fiera.

Il coworking della fabbrica occupata Officine Zero nel quartiere di Portonaccio ha diffuso un comunicato intitolato: “La Maker Faire alla Sapienza, nel posto giusto, nel modo sbagliato”. “Quello che si aprirà oggi è di sicuro uno degli eventi culturali più interessanti che si svolgono a Roma” scrivono i coworkers che esprimono dubbi sul fatto che “gli studenti della Sapienza debbano pagare un biglietto, sia pure ridotto, per accedere alla fiera. È una follia inspiegabile, non fosse altro che per fruire dei servizi universitari queste persone sborsano cifre ormai considerevoli”. E poi si analizza la questione di fondo: “ha senso che uno spazio pubblico ed autonomo come la Sapienza venga consegnato agli organizzatori della fiera con criteri di gestione da spazio privato e vetrina per i gli sponsor più importanti? ha senso chiudere tutti i servizi e gli uffici per permetterne lo svolgimento?”. Tra i makers e i coworkers è emersa l’intenzione di organizzare un incontro con gli studenti dopo la Maker faire per discutere sulle risorse e le criticità dell’economia della condivisione.

Leonardo Zaccone, Roma Makers

Leonardo Zaccone, Roma Makers

“Come rete dei makers romani abbiamo fatto assemblee cittadine per realizzare la Maker faire, organizzata dalla Camera di commercio di Roma – afferma Leonardo Zaccone, uno dei fondatori della rete dei Makers di Roma – Siamo contenti che si svolga all’università perché in Italia manca il collegamento tra il mondo della ricerca dal basso e quello della ricerca universitaria, come invece accade nel resto del mondo. Constatiamo che la maggior parte degli studenti universitari romani ignora il fatto che esistono dei FabLab dove noi lavoriamo. L’idea di far interagire questi mondi è una grande opportunità. Temo che per l’università la Maker Faire sia però un’occasione sprecata”

Perché?
Se fossi io a protestare chiederei al rettore di usare i soldi della Maker faire per costruire un grande FabLab nella città universitaria perché studenti, ricercatori e cittadini possano usarlo. I FabLab portano la ricerca scientifica fuori dai Corporate e dall’università. Le università dovrebbero usarli per democratizzare la ricerca e renderla accessibile a tutti gli interessati. Questo accade in tutto il mondo. Per noi la Sapienza fa bene a ospitare la Maker faire, ma dovrebbe anche creare un percorso simile. Io vengo da una formazione umanistica e mi dispiace vedere che, per esempio, nella Maker Faire ci sono panel organizzati con facoltà ritenute più vicine al mondo Maker, ma non è stato dato spazio a temi filosofici o all’impatto sociale dei maker. Eppure in Italia abbiamo le competenze per ideare un umanesimo tecnologico. Di questo avremmo bisogno: parlare con tutti e sentire anche voci che non siano solo quelle del nostro coro in un clima di dialogo e confronto.

Qual è il vostro giudizio sulla protesta degli studenti?

Ci saremmo aspettati di vedere in questo anno di preparazione della Maker Faire più contatti con gli studenti, ma l’unica forma di contatto che abbiamo avuto con l’università è stato con gli studenti che protestano contro le modalità di organizzazione scelte dalla Sapienza. Questo non ci fa piacere.

Gli studenti lamentano il pagamento dell’accesso all’ateneo durante la fiera per gli iscritti all’università, docenti e ricercatori.
Sarebbe stato opportuno agevolare la loro presenza con un biglietto gratuito o prenotabile per tempo. Sicuramente si poteva immaginare una possibilità per far partecipare il maggior numero di persone ai panel che saranno molti e interessanti, permettendo a tutti di esporre le critiche o di interagire in maniera costruttiva a tutti i livelli. Questa è una mancanza dell’università che avrebbe dovuto porsi il problema di far partecipare il maggior numero di studenti all’iniziativa.

Un’altra questione sollevata dalla protesta è la presenza delle multinazionali e aziende che sponsorizzano l’evento. Cosa ne pensa?
Capisco il punto degli studenti, la loro osservazione è legittima. Anche nell’edizione dell’anno scorso i makers dei FabLab hanno fatto un’osservazione simile perché era stato dato più spazio a loro che ai protagonisti della Maker Faire. Dall’altra parte non voglio demonizzare la loro presenza. La camera di commercio permette a 700 maker di esporre in maniera gratuita il frutto del loro percorso di innovazione. Questo non è scontato perché in altre fiere si paga per esporre. Come movimento che vive dal basso ed è collegato con il mondo attraverso la rete, noi non temiamo che Intel o Eni comprino le nostre idee perché sappiamo che non le vendiamo.

E’ una battuta?
Mi spiego. Sta accadendo un fenomeno nuovo. All’inizio Microsoft ha combattuto Linux. ma poi ha perso. Loro che sono simbolo del software proprietario oggi investono nell’open source perchè è l’unico modo per restare nella scia di Linux. Linux, come rete di utenti consapevoli, sta costringendo i Corporate a cedere su alcuni presupposti, come i diritti proprietari. Questa rivoluzione porta Intel a competere con Arduino, che gli ha tolto molto mercato, e a mettere in commercio schede open source. I Corporate si sono accorti che le reti dei creatori dal basso, radicate nel territorio, messi in rete a livello globale, stanno creando un’economia glocal. Stanno provando a capirci, ma non possono comprarci. Si dovrebbe indagare il fatto perché si continua a comprare Arduino e non i suoi cloni cinesi che costano 2 euro, mentre Arduino ne costa 20. Esiste anche un legame affettivo con il modello open source che Massimo Banzi ha saputo creare. Sappiamo benissimo che le grandi aziende puntano al profitto, ma crediamo che sostenendo questo nuovo sistema produttivo, possiamo ridefinire i paradigmi economici. Per questo non abbiamo problemi a organizzare eventi con i Corporate se il tema è la “social energy”, ad esempio, o ridefinire il problema dell’impatto ambientale. Se ci sono temi etici in cui crediamo, manteniamo il diritto di conservare in open source i progetti che possono uscire fuori da queste collaborazioni. Questo è il nostro concetto di rivoluzione che stiamo provando a praticare ogni giorno.

Gli studenti denunciano anche i rischi legati all’uso for profit dell’economia della condivisione, sul modello Uber. Cosa ne pensa?
Sono il primo a definire Uber un sistema che non ha nulla a che vedere con la sharing economy, ma bisogna anche sapere che esistono modelli alternativi di sharing economy che sono già praticati e non sono teoria.

In rete si sono moltiplicati gli inviti ad affrontare questi temi in un incontro dopo la fiera con gli studenti interessati. Lo farete?
A Roma esiste un coordinamento degli spazi di economia collaborativa che coinvolge FabLab e coworking. Abbiamo avuto modo di affrontare i temi nelle assemblee cittadine e il confronto resta aperto a tutti. Noi stessi sentiamo l’esigenza di continuarlo facendo rete e creando un dialogo con gli studenti e con tutti i cittadini che vogliono provare a portare avanti un modello in cui crediamo. Non vorrei fare il vecchio nonno comunista, ma vorrei dire agli studenti di guardarsi intorno perché esistono tante esperienze che provano a costruire una città diversa e che probabilmente esiste un metodo migliore anche per mettere in crisi quello che sta accadendo alla Maker Faire magari proponendo, con le modalità opportune, un panel adeguato alle domande che giustamente sono state poste. In caso di rifiuto, a quel punto evidenziare come queste tematiche non siano state prese in considerazione.

*** La storia ***

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