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Nuvoletta rossa

Macchie mediterranee e corpi violati: i viaggi di Ulli Lust e Paco Roca

Fumetto a cromosoma XX. Fino a qualche lustro fa, almeno in Italia, si trattava di merce rara, con un ventaglio piuttosto ristretto di proposte che andavano dal romance di shojo manga vintage come Le Rose di Versailles, all’erotismo delle riviste patinate o dei vecchi pocket di Barbieri o Cavedon (a volte, però, pensati dalle donne: basta pensare al Necron scritto da Ilaria Volpe per Roberto Raviola in arte Magnus), alla satira urticante della linusiana Claire Bretecher. Questo, ovviamente, finché i giornaletti sono rimasti un passatempo squisitamente maschile/machista, diciamo dalle parti di fine Anni 80. Poi, quasi impercettibilmente, la situazione è cambiata in meglio. Da un lato, grazie alla comparsa di nuovi eroi più vulnerabili e transgender pensati, sì, per un pubblico maschile, ma capaci di far breccia anche fra le signore, come il Dylan Dog di Sclavi, Stano, Ambrosini et al., non a caso uno dei più grandi successi degli ultimi anni. Dall’altro, con l’emergere del fenomeno romanzo grafico e di una classe di autori e autrici che, cresciuti soprattutto ma non solo nella scena underground, hanno saputo ribaltare lo stereotipo della donna o santa o puttana superando stilemi à la Alex Raymond ormai più marci che stantii. Tanta roba, per l’inclita e il colto. C’è il fumetto di genere molto sui generis di Luca Enoch, che con il Bonelliano Lilith prosegue l’esplorazione dell’universo femminile iniziata con Sprayliz e Gea. Ci sono le soap operas molto celebrali dei fratelli Hernandez di Love And Rockets. Non mancano nemmeno esperimenti narrativi a cavallo fra on line publishing e off line publishing come il recente Davvero di Paola Barbato, pubblicato o line e prossimemente sugli scaffali grazie a Star Comics. O i romanzi di formazione dal sapore vagamente flaubertiano come La Perdida di Jessica Abel.

Ed è appunto La perdida che salta in mente leggendo Troppo non è mai abbastanza, magnum opus di Ulli Lust (470 pagine!) appena pubblicato da Coconino Press. Come nel capolavoro della cartoonist statunitense esplosa con “ArtBabe”, anche “questo è l’ultimo giorno del resto della tua vita” – ecco il titolo originale del romanzo grafico firmato dalla trentasettenne autrice austriaca – è sostanzialmente un Road Movie cartaceo sull’incontro-scontro fra culture. Ma se la Abel esplorava le reazioni chimiche fra la fondamentale ipocrisia degli young americans e il retaggio ribellista dei giovani dei barrios messicani, Troppo non è mai abbastanza rilegge attraverso lo sguardo di due ragazze in viaggio il divario fra la realtà già emancipata, vitale e sessualmente liberata dell’Austria inizio Anni 80 e il milieu omertoso vitellone e machista del Belpaese. Stabilimenti balneari, spinelli, cultura punk, e sesso consumato in fretta, per piacere, per interesse, per convenienza, per paura, per senso di colpa. La trama, lineare e intessuta di elementi autobiografici è al servizio di un segno non sempre omogeneo, ma energetico e caricaturale che frulla insieme il finto sporco di Spiegelman, le feroci caricature di Grosz e il grottesco di Lauzier o Campbell. A completare il quadro un cast di personaggi vividi, autentici, scritti e gestiti splendidamente in una gabbia ora ordinata, quasi didascalica, ora frammentata in sorprendenti giochi grafici – uomini imbizzarriti capaci di trasformarsi in larghe campiture nere di furore cinetico, occhi come mani perennemente avvinghiate fra seni e sederi, dettagli minimali à la Crepax e la violenza come cifra grafica costante, graffio, rumore di fondo.

Opposto, ma complementare l’approccio dello spagnolo Paco Roca, autore di Il gioco lugubre, ristampa definitiva firmata Tunué del lungo racconto pubblicato a suo tempo da Alessandro Distribuzioni a colori, qui in una bicromia più consona al sapore elegante e allucinato dei disegni di Roca. Qui, le macchie mediterranee della violenza sulle donne sono quelle di una fiaba nera ambientata in un piccolo Paese rivierasco della Spagna, buen ritiro del pittore Salvador Deseo, personificazione in carta e china di Dalì. Donne (apparentemente) plagiate come Gala, la moglie dell’artista, qui vista come braccio a(r)mato del pittore. Donne fatte letteralmente a pezzi, vilipese, divorate dall’artista in riti orgiastici che rimandano a Newton, Buñuel e al Del Toro de Illabirinto del fauno. Un racconto graficamente controllatissimo, autenticamente feroce, con sentori di Stoker e Barbablù, secco ed essenziale come una frustata. Donne come dolore. Come dilemmi. Come dignità.

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