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Quinto Stato

Macao torna a volare. Occupato il cinema Manzoni a Milano

Il 5 maggio 2013, ad un anno dalla clamorosa occupazione della Torre Galfa, abbandonata da decenni e di proprietà di Ligresti, Macao torna a occupare uno degli spazi della cultura dismessi, abbandonati alla speculazione: il cinema Manzoni, al n°40 dell’omonima strada. 


Il Cinema Manzoni fu costruito nel 1947 al n. 40 dell’omonima via milanese. Fa parte di un complesso che comprende un atrio da 800 mq che lo collega al teatro sotterraneo, una galleria di negozi, un ristorante e un edificio per uffici. È stata la sala più prestigiosa ed elegante di Milano, progettata da Mario Cavallè (1895-1982, studiò a New York, costruì in tutta Europa 136 sale). Affrescata da Baragatti, Funi, Rossi, con sculture di Francesco Messina, Oliva, Fazzini e Gasperetti, Leone Lodi (raffigurante Apollo). Il grande schermo panoramico fu valorizzato da una programmazione che privilegiò i film spettacolari, gli eventi e le première. La sala, con pianta a forma di violino, 1.200 posti di velluto rosso, fu la prima in Italia e terza nel mondo a proiettare in Cinerama.


Il cinema riaprirà nel 2015 per ospitare un centro commerciale, unico luogo di socializzazione lasciato ai milanesi dalla speculazione che continua ad aggredire la città da trent’anni. Senza poltrone, senza il suo schermo curvo, senza proiezioni, senza suoni, senza cultura. La chiusura avvenne nel giugno 2006. In quei mesi chiudevano anche Teatro Smeraldo, Teatro Derby, Teatro Ciak, Cinema Maestoso, Cinema Splendor, Teatro Lirico e molti altri ancora che qui rappresentati:



Come in molte altre città italiane, aggredite dalla dismissione degli spazi pubblici, e di quelli culturali, anche a Milano si forma un comitato civico: “Cinema Manzoni bene comune”. Questa è la sua storia video:



Ripercorrere la storia del Manzoni, dopo la sua chiusura, è utile. Molte persone, interessate alla tutela e a uno sviluppo diverso dei beni comuni in Italia, potranno senz’altro ritrovarsi in questo racconto:


Il Cinema e le aree adiacenti vengono acquistate nel 2007 dalla multinazionale Prelios (di proprietà di Pirelli & C. Real Estate), con un vincolo per la destinazione d’uso della hall e del cinema a fini culturali. Attraverso un ricorso alla Presidenza della Repubblica, la Sovrintendenza dei Beni Culturali è costretta ad annullare il vincolo, lasciando la possibilità a Prelios di configurare il progetto per la ricapitalizzazione dello spazio. Queste le motivazioni addotte dagli avvocati di Prelios, per sostenere la posizione della compagnia: “. l’imposizione della destinazione culturale ad una sala cinematografica, in disuso da innumerevoli anni [.] oltre che illegittima si configura illogica e contraddittoria. Illogica, in quanto non si comprende la relazione tra una sala cinematografica ed il suo utilizzo perpetuo ad uso culturale, posto che, al di là di ogni dubbio, nella sala cinematografica si svolge un’attività commerciale ed imprenditoriale che può anche avere (ma non sempre, ed anzi raramente) risvolti culturali, ma in via semplicemente derivata.”.

Seguono molti incontri tra la Prelios, il comune di Milano, i cittadini. Che continuano a documentare:

ENPAM per poter vendere a Prelios chiese un’autorizzazione, che fu concessa il 13-12-2007 con dei limiti. Ebbene in data 2-10-2008, con un ricorso al capo dello Stato, Prelios è riuscita ad annullare i paletti che la sovrintendenza aveva posto all’utilizzo degli spazi (obbligo a mantenere in alcune aree -tra cui cinema e teatro ed atrio- solo attività culturali). Le destinazioni d’uso, emanata dalla Direzione regionale per i beni culturali della Lombardia sono state annullate, dalla medesima Direzione Regionale, che ha ritenuto valide le obiezioni dell’avvocato di Prelios che nel ricorso ha fra l’altro, dichiarato:“…l’imposizione della destinazione culturale ad una sala cinematografica, in disuso da innumerevoli anni (…) oltre che illegittima, si configura illogica e contraddittoria. Illogica, in quanto non si comprende la relazione tra una sala cinematografica ed il suo utilizzo perpetuo ad uso culturale, posto che, al di là di ogni dubbio, nella sala cinematografica si svolge un’attività commerciale ed imprenditoriale che può anche avere (ma non sempre ed anzi raramente) risvolti culturali, ma in via semplicemente derivata…” Il Cinema non è arte, ma attività commerciale. E la Direzione Beni Culturali di corso Magenta prontamente ha avvalorato la tesi degli avvocati della proprietà. l Comitato Cinema Manzoni difende il cinema, l’arte e tutte quelle forme di spettacolo oggi possibili con l’uso interdisciplinare del corpo e delle tecnologie, musica, danza, teatro, cinema, video arte. Per evitare che il luogo diventi un ennesimo centro commerciale bisogna che si risvegli anche a livello milanese una nuova attenzione all’uso degli spazi, anche alla luce di nuovi orientamenti giurisprudenziali “in progress” e dei movimenti che stanno rivendicando con occupazioni e dibattiti un modo diverso di trattare il concetto di proprietà e di bene comune. E il Comitato Cinema Manzoni intende proseguire in questo progetto con l’obiettivo di riaprire il Cinema e renderlo luogo aperto alle fusioni artistiche e culturali, senza tralasciare il possibile coinvolgimento imprenditoriale di alcuni comparti strategici a Milano,quali la moda, il design, ed altri. 

Questo è il cuore di quella che un anno fa abbiamo definito l’utopia concreta di Macao. Nella città del terziario avanzato, del lavoro immateriale, all’incrocio tra arte e design, moda e editoria, pubblicità e tv, spazi espositivi e fiere, nell’immaginazione di questi cittadini Milano può riprendersi i luoghi dismessi e avviare la sperimentazione di nuove fusioni.

Il punto è: come gestire tali nuovi fusioni? Che rapporto avere con il mercato nazionale e internazionale? E poi che ruolo dovrebbero avere gli enti locali, in particolare il comune, nell’affidamento degli spazi, nella loro sottrazione alla speculazione, oppure nel riconoscimento delle occupazioni?

Per gli attivisti di Macao il tentativo di dare una risposta al problema del governo dei beni comuni da parte della giunta Pisapia, qualche mese dopo l’esplosione della torre Galfa, è stato deludente:

A settembre 2012 una delibera sancisce il protocollo d’intesa sottoscritto nel marzo 2012 tra il Comune di Milano, il Diap Politecnico e l’associazione Temporiuso i cui obiettivi sono il recupero di edifici, di aree abbandonate o di prossima trasformazione attraverso progetti legati al mondo della cultura e dell’associazionismo. Il 26 ottobre, il protocollo viene presentato pubblicamente nel corso di un’assemblea cittadina presso l’Acquario civico di Milano alla quale partecipano molte realtà cittadine – comitati, enti, associazioni e spazi occupati – che sollevano le criticità della proposta del Comune, proponendo la legittimazione di nuove pratiche di utilizzo degli spazi abbandonati. L’incontro si rivela complessivamente deludente perché i termini e le modalità di assegnazione degli spazi previsti dalla delibera risultano carenti ed assolutamente incapaci di rispondere alle istanze che i movimenti praticano attivamente e positivamente sul territorio.
L’oggetto della partita non verte solo sulla questione degli spazi inutilizzati da parte della pubblica amministrazione. Il tema è quello dei luoghi in disuso o abbandonati, indipendentemente dalla natura della loro proprietà. Proprio in tal senso, infatti, l’azione sulla Torre Galfa da un lato ha messo in luce le dinamiche speculative che caratterizzano la città, dall’altro ha evidenziato l’incapacità delle istituzioni di recepire in maniera critica questi fenomeni, come dimostra il tentativo scomposto della delibera sugli spazi. Ancora oggi è tollerato che soggetti privati possano lasciare inutilizzati enormi spazi sottratti alla città, come accade per il gruppo Ligresti che abbandona all’incuria un palazzo di 33 piani nel centro di Milano pur continuando a costruire a poche centinaia di metri un altro grattacielo senza nessun tipo di limitazione o restrizione.

E poi, un’ultima domanda: la gestione di questi luoghi, la loro ricoversione economica, sociale,o culturale, può essere ancora decisa dall’alto? Oppure un’esperienza come quella di “cinema manzoni bene comune”, tra le altre, indica un’altra – più complessa, ma lungimirante – soluzione?

Con una parola: auto-governo delle cittadinanza, affidamento diretto o riconoscimento delle nuove forme cooperative, giuridiche , politiche che i lavoratori, i precari, gli artisti, possono darsi. E se non se la danno, sollecitarli in tal senso?

Anche oggi, in un paese che i media raccontano tramortito dalla crisi, consumato dalla depressione, un’intelligenza, una vitalità sono tornati a farsi sentire.

Ivan Carrozzi, autore di un istant ebook su Macao, ha definito questo barlume così:

La costruzione della polis. la democrazia è faticosa ma poche altre cose riescono a metterti in collegamento con gli altri.

Accade a Milano.

+++ PUBBLICATO SU LA FURIA DEI CERVELLI